Boruma capì che qualcosa non tornava dal modo in cui il Sigillo taceva.
Non vibrava.
Non scaldava.
Non cantava.
Era diventato improvvisamente pesante, come se avesse deciso di farsi materia, non più voce.
Cru se ne accorse prima di lui: rallentò, abbassò la testa, annusò l’aria come fanno i cani quando il pericolo non è davanti, ma dentro.
Boruma si fermò.
Non era stanchezza.
Era una sensazione più sottile: la certezza che qualcuno stesse leggendo il suo cammino da lontano, come si legge una mappa.
E la cosa peggiore fu capire questo:
non lo stavano seguendo.
Lo stavano anticipando.
L’uomo che non doveva esserci
Accadde in un luogo che non aveva nulla di sacro:
una stazione secondaria, polverosa, dove il tempo sembrava essersi fermato per errore.
Seduto su una panchina di ferro c’era un uomo anziano, elegante in modo inattuale, con un cappello fuori moda e una valigia troppo piccola per un viaggio vero.
Leggeva.
Non un telefono.
Non un giornale.
Un taccuino rilegato a mano.
Quando Boruma gli passò accanto, l’uomo parlò senza alzare lo sguardo.
«Hai sbagliato strada tre volte oggi.
Ma solo una non era prevista.»
Boruma si fermò di colpo.
Cru ringhiò piano.
«Chi sei?» chiese Boruma.
L’uomo sorrise, finalmente alzando gli occhi.
Occhi colti. Lucidi. Non ostili.
«Uno che ha insegnato per quarant’anni che la Storia non è ciò che accade…
ma ciò che qualcuno decide di raccontare.»
Boruma sentì un brivido risalirgli la schiena.
Il PROF
Non identico.
Più vecchio.
Più scavato.
Ma inequivocabile.
Il professore di storia e filosofia del liceo.
Quello delle sigarette fuori scuola.
Della busta della spesa piena di libri.
Delle citazioni urlate in greco antico senza preavviso.
«Tu sei morto,» mormorò Boruma.
«No,» rispose l’uomo con calma.
«Sono stato messo a tacere. È diverso.»
La verità che nessuno vuole studiare
Si sedettero.
Cru restò in piedi, vigile.
«La Rosa e il Cactus,» disse il Prof all’improvviso.
«Ti ricordi quando te ne parlai?»
Boruma annuì lentamente.
«La Rosa: l’ideale, la bellezza, l’amore universale.
Il Cactus: la sopravvivenza, il potere, il dolore che punge.»
Indicò il petto di Boruma.
«Tu cammini portandoli entrambi.
Ed è per questo che la Casta non può eliminarti.»
«Perché?» chiese Boruma.
Il vecchio sospirò.
«Perché non sei un rivoluzionario.
Sei un testimone.»
Silenzio.
«Il Sigillo,» continuò, «non serve a cambiare il mondo.
Serve a ricordargli ciò che ha dimenticato.
Ed è questo che li terrorizza.»
Il colpo di scena
Il professore aprì il taccuino.
Dentro non c’erano appunti.
C’erano disegni.
Mappe impossibili.
Linee che univano Gaza, Alessandria, Luxor… Napoli.
«Questa non è una mappa geografica,» disse.
«È una mappa emotiva.»
Boruma sbiancò.
«È il mio viaggio.»
«No,» rispose il professore piano.
«È il viaggio di tutti quelli che non fanno rumore.
Gli invisibili che illuminano il mondo.»
Si avvicinò.
«Boruma, tu non stai portando il Sigillo verso una destinazione.
Stai diventando tu stesso il luogo dove il Sigillo può esistere.»
Cru abbaiò una sola volta. Secca.
«E Rosy?» chiese Boruma, senza sapere perché.
Il Prof sorrise con una dolcezza stanca.
«Lei è la prova che l’amore non è una perdita annunciata.
È una scelta quotidiana.»
Poi si alzò.
«Ora devo andare.
Non perché voglia.
Perché se resto ancora… qualcuno morirà.»
«Rivedrò?» chiese Boruma.
«Ogni volta che penserai da solo,» rispose l’uomo.
«Io sarò lì.»
Epilogo breve
Quando Boruma si voltò un attimo per sistemare lo zaino, la panchina era vuota.
La stazione identica.
Come se nulla fosse accaduto.
Tranne una cosa.
Nel palmo della mano aveva un foglio.
Una sola frase, scritta a mano:
“Non correre per arrivare.
Corri per restare umano.”
Il Sigillo, sotto la giacca, tornò a scaldare.
Cru riprese a camminare.
E Boruma capì che il vero colpo di scena non era ciò che lo aspettava avanti.
Era ciò che stava finalmente lasciando andare dietro di sé.

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