Il cammino non aveva più un nome.
Dopo la mappa che non esiste, Boruma aveva smesso di chiedersi dove stesse andando. Si lasciava attraversare dal paesaggio come si fa con una preghiera detta a memoria: non serve comprenderla, basta pronunciarla con il cuore.
Cru camminava accanto a lui, silenzioso, con quell’andatura che non è mai fretta né esitazione. A volte Boruma pensava che fosse il cane a guidarlo, e non il contrario. Gli bastava guardargli le orecchie, tese ma non rigide, per capire se il mondo davanti fosse amico o in attesa.
Arrivarono in un luogo che non compariva su nessuna carta.
Una conca di terra chiara, quasi lunare, circondata da rocce basse e consumate. Al centro, una costruzione antica, senza croci né simboli, fatta di pietra grezza e aperture irregolari. Non sembrava una chiesa, né una moschea, né un tempio pagano.
Eppure… era tutto questo insieme.
L’aria aveva un odore diverso. Non di incenso, non di polvere.
Sapeva di pane caldo e vento.
Come certe cucine d’infanzia, quando la porta resta socchiusa e la vita entra senza bussare.
Boruma si fermò.
Il Sigillo, nascosto sotto la giacca, non pulsava.
Non cantava.
Non avvertiva.
Era… quieto.
«Qui il fuoco non brucia,» disse una voce alle sue spalle.
Boruma non si voltò subito.
Aveva imparato che le presenze vere non hanno bisogno di essere guardate per essere riconosciute.
Era una donna anziana. Non vecchia.
Aveva i capelli bianchi raccolti in una treccia sottile, la pelle segnata dal sole e dagli anni, e mani forti come quelle di chi ha lavorato la terra tutta la vita. Indossava abiti semplici, senza tempo.
Cru si avvicinò a lei e si sedette.
Nessun ringhio.
Nessun dubbio.
«Che significa?» chiese Boruma.
La donna sorrise appena.
«Significa che qui l’amore non consuma. Riscalda soltanto.»
Boruma sentì qualcosa sciogliersi dentro.
Non un nodo.
Un’armatura.
Entrarono.
All’interno non c’erano statue, né altari.
Solo una lunga tavola di legno, segnata da incisioni, candele spente e segni lasciati da mani diverse. Sul pavimento, cerchi tracciati con gesso e cenere.
«Chi viene qui?» domandò Boruma.
«Chi ha perso qualcosa,» rispose la donna. «E chi non vuole smettere di cercare.»
Boruma pensò a sua madre.
Alla nonna.
A Shelley.
A Rosy — e il nome gli scivolò dentro come una goccia di miele amaro.
La donna lo osservò.
«Non sei fatto per la rinuncia,» disse. «Ma nemmeno per il possesso.»
Boruma abbassò lo sguardo.
«Ho paura che l’amore mi venga tolto di nuovo.»
La donna annuì, come se stesse ascoltando una verità antica.
«È perché confondi l’amore con la permanenza.»
Si sedettero.
Nessuna domanda sul Sigillo.
Nessuna richiesta.
Solo silenzio condiviso.
Fu allora che Boruma sentì il fuoco.
Non sulle mani.
Non sul petto.
Dentro.
Un calore lento, gentile, che non spingeva né pretendeva.
Un fuoco che non brucia perché non vuole dominare.
Vide immagini — non visioni, ricordi futuri.
Una tavola apparecchiata senza sapere per chi.
Una risata che non riconosce ancora il proprio nome.
Un cane che invecchia sereno.
Una donna che cammina al suo fianco senza chiedergli di essere salvata.
Rosy.
Boruma chiuse gli occhi.
«Non è tradimento,» disse la donna. «È continuità.»
Quando riaprì gli occhi, la stanza era vuota.
Solo la tavola.
Solo Cru.
Solo il respiro.
Uscirono che il sole stava calando.
Boruma si voltò per un ultimo sguardo.
La costruzione non c’era più.
Al suo posto, una pietra con un’incisione semplice:
Qui si resta umani.
Anche quando si ama.
Boruma si perse in un sorriso mellifluo.
Non sapeva ancora dove lo avrebbe portato la mappa.
Ma per la prima volta dopo molto tempo,
non aveva paura di arrivare.
E mentre riprendeva il cammino,
il Sigillo — per la prima volta —
non cantò.
Ascoltò.

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