Il mattino dopo, Boruma si svegliò con una sensazione strana addosso:
come quando da bambino apriva gli occhi e capiva che la casa era piena di gente, ma non vedeva ancora nessuno. Sentiva soltanto il rumore della vita.
Cru era già in piedi. Non abbaiava. Non ringhiava.
Guardava verso Est, e pareva ascoltare qualcosa che non aveva suono.
Boruma infilò lo zaino.
Toccò con due dita la stoffa che avvolgeva il Sigillo.
Il Sigillo era immobile.
Come un cuore che sceglie di battere più piano per non farsi scoprire.
«Si riparte, ambasciatore,» sussurrò.
Cru fece un verso basso — quasi un consenso.
E così lasciarono alle spalle quel luogo che non esiste, mentre il sole alzava lentamente la testa dietro le rocce.
TAPPA I — Il sentiero dei Datteri
Camminarono per ore tra campi secchi e palme isolate.
Ogni tanto incrociavano uomini che non facevano domande, e donne con gli occhi abbassati ma vivi. Come se la terra avesse insegnato loro una lingua silenziosa.
A mezzogiorno arrivarono in un piccolo villaggio fatto di mattoni chiari e tende.
Un posto povero, eppure dignitoso.
Un vecchio offrì loro acqua e datteri su un piatto di latta.
«Da dove vieni?» chiese.
Boruma sorrise.
«Da troppo lontano. Ma sto andando dove mi chiamano.»
Il vecchio lo osservò, poi fissò Cru.
E fu lì che Boruma notò un dettaglio inquietante: sul collo del cane, tra il pelo, era rimasta attaccata una fibrilla nera. Sottile come un capello.
Non era sabbia.
Non era stoffa.
Sembrava… cenere.
Il vecchio se ne accorse e fece il segno della croce, ma con una lentezza diversa, quasi rispettosa.
«Attento,» disse. «Ci sono cose che seguono senza farsi vedere.»
Boruma masticò un dattero.
Dolce. Quasi troppo.
«Non sono loro che mi spaventano,» rispose. «È ciò che vogliono farmi diventare.»
Il vecchio lo guardò come si guarda un figlio che non si può fermare.
«Allora sei già salvo.»
TAPPA II — Il Ponte del Sale
Nel pomeriggio arrivarono vicino a un canale prosciugato.
Sulle rive c’erano residui bianchi, croste di sale, come ossa.
Era un ponte naturale: pietre piatte, consumate dal tempo, perfette per correre.
Boruma — senza pensarci — iniziò a correre.
Non per allenarsi.
Non per fuggire.
Perché lì, su quel ponte, il corpo gli parlò come una vecchia amica:
“Vai. Vai adesso. Vai finché senti.”
Cru lo seguì. Zampa dopo zampa.
Il passo del cane era un tamburo calmo.
E fu lì che successe la prima rivelazione vera.
Il Sigillo, sotto la stoffa, scaldò.
Non pulsò. Non cantò.
Scaldò.
Boruma rallentò, come se qualcuno lo avesse afferrato dal petto.
Vide un’immagine:
Una città scavata sotto un’altra città.
Scale che scendono.
Acqua nera.
Candele.
E una voce che diceva:
“Sotto la pietra, la verità respira.”
Poi una parola sola, incisa nella sua mente:
NEA-POLIS
Boruma si fermò di colpo.
Cru fece lo stesso.
Il vento passò tra loro due come una mano invisibile.
«Napoli…» sussurrò Boruma. «Non solo come città. Come destino.»
E in quell’istante sentì la mancanza di Rosy come un colpo morbido, come una carezza mancata.
Non aveva il suo profumo addosso.
Ma ne aveva il ricordo.
E il ricordo gli bastò per non diventare duro.
TAPPA III — L’uomo dei tre alfabeti
Poco prima del tramonto incontrarono un mercante ambulante.
Portava libri. Libri veri. Consunti, rilegati in stoffa, con le pagine piegate da mille mani.
Boruma si fermò come si ferma davanti a un altare.
«Libri?» chiese.
L’uomo lo guardò serio.
«Parole,» disse. «La gente compra oggetti. Ma chi compra parole non muore mai.»
Cru si sedette. Attento.
Boruma prese in mano un volume piccolo e rovinato.
C’era un simbolo inciso a penna sulla copertina: una rosa e un cactus intrecciati.
Il sangue gli gelò.
«Dove hai preso questo?» domandò.
Il mercante non rispose subito.
Estrasse un foglietto piegato in quattro e lo porse.
Dentro c’erano tre parole, scritte in tre alfabeti:
Ἀγάπη
حب
Caritas
Boruma impallidì.
«Il Sigillo…»
Il mercante sorrise appena.
«Tu lo porti. Ma non sei il primo.»
Boruma serrò la mascella.
«Chi sei?»
Il mercante alzò le spalle.
«Uno che non vuole più essere complice.»
Poi indicò la strada con un gesto lento.
«Vai verso Nord. Attraversa il mare quando il mare sarà pronto. Poi cammina fino a una città che vive sopra i morti e sotto i santi.»
Boruma sapeva già quale.
Napoli.
«E lì?» chiese.
Il mercante abbassò la voce.
«Lì capirai perché la Casta teme la tua patria più di qualunque esercito. Perché Napoli ha una cosa che loro non sanno controllare.»
«Cosa?»
L’uomo sorrise.
«Il miracolo quotidiano.»
E si allontanò.
Fine tappa — Accampamento
Si accamparono vicino a un muretto di pietra.
Boruma mangiò poco.
Aveva addosso troppe parole.
Guardò Cru.
«Sei stanco?»
Cru sbuffò. Come per dire: io? stanco?.
Boruma rise piano.
Poi si sdraiò e fissò le stelle.
E fu lì che il pensiero di Rosy tornò più forte di prima:
non come tentazione, ma come domanda.
“E se Dio mi stesse dando una possibilità di ricominciare?”
Il Sigillo rimase immobile.
Ma dentro Boruma… qualcosa si mosse.

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