Il mattino arrivò senza annuncio, come fanno le verità grandi:
non bussano, non chiedono permesso. Entrano.
Boruma aprì gli occhi con una strana lucidità addosso, quasi fosse stato svegliato da una voce che non aveva suono. Il cielo era ancora pallido, un bianco sporco che somigliava alle lenzuola degli ospedali prima del cambio turno. E quella somiglianza lo colpì: persino lì, in mezzo al nulla, la vita gli ricordava chi era davvero.
Cru era già sveglio.
Seduto. Immobile.
Guardava lontano, verso un punto dell’orizzonte dove la sabbia sembrava sciogliersi nel vento. Non ringhiava. Non tremava. Aspettava.
Boruma si alzò lentamente e avvicinò una mano al Sigillo.
Sotto la stoffa era freddo.
Non tiepido. Non vivo.
Freddo come metallo messo sul petto di un morto.
E questo gli mise addosso un brivido diverso dal vento.
«Che ti prende, eh?» sussurrò. «Ti sei offeso?»
Cru voltò il muso verso di lui. I suoi occhi sembravano dire: non scherzare.
Boruma sorrise appena, ma lo stomaco gli si serrò.
Perché il Sigillo non rispondeva.
E quando una cosa sacra smette di rispondere… o sta dormendo, o sta preparando qualcosa.
TAPPA IV — La strada delle conchiglie spezzate
Il cammino riprese tra pietre e sabbia.
Non era più il deserto aperto delle visioni: era un territorio frastagliato, nervoso, pieno di crepe nella terra e silenzi sospesi. Ogni tanto Boruma trovava conchiglie spezzate, come se un mare antichissimo fosse passato di lì e poi fosse stato cancellato.
E in quel paesaggio, che pareva un vecchio ricordo del mondo, Boruma iniziò a sentire qualcosa cambiare dentro.
Rosy.
Non come immagine.
Non come desiderio.
Come presenza.
Una mancanza tranquilla, quasi adulta, che non chiedeva nulla ma restava.
Si sorprese a pensare a lei mentre correva.
Alla sua voce tagliente e dolce insieme.
Alla fermezza.
Alla disciplina che aveva nei gesti, come se ogni giorno scegliendo di aiutare quei bambini ripetesse un giuramento.
«Hai visto che mi stai facendo?» sussurrò senza volerlo.
Cru, come se avesse capito, fece un verso basso — una specie di borbottio animale.
Boruma rise.
«Eh lo so, ambasciatore… lo so.»
Ma poi il sorriso svanì.
Perché la paura tornò.
Non paura della Casta.
Non paura della morte.
Paura della vita.
Paura di ricominciare e perdere ancora.
E Boruma lo capì con chiarezza:
la Casta non aveva bisogno di ucciderlo.
Gli bastava convincerlo che l’amore era un rischio troppo caro.
Il primo segno
A metà giornata, quando il sole si fece feroce, Boruma vide qualcosa sul terreno.
Un piccolo oggetto.
In mezzo alla sabbia.
Sembrava un frammento di legno, ma aveva una forma precisa, quasi scolpita.
Si chinò.
Era un rosario.
Non cattolico.
Non islamico.
Non ebraico.
Era un rosario senza simbolo finale.
Solo grani, tutti uguali.
Come se la preghiera fosse stata privata della bandiera.
Boruma lo raccolse.
E proprio in quell’istante il Sigillo — sotto la stoffa — pulsò.
Una sola volta.
Come un colpo secco al cuore.
Cru si irrigidì.
Boruma si voltò.
Dietro di loro… impronte.
Non le loro.
Impronte fresche.
Tre paia.
Troppo ordinate per essere pastori.
Troppo silenziose per essere mercanti.
La Casta.
Boruma infilò il rosario nello zaino senza pensarci.
E riprese a camminare.
Ma adesso non era più un viaggio: era una caccia.
TAPPA V — Il villaggio delle reti
Nel tardo pomeriggio arrivarono in un piccolo villaggio di pescatori.
Case basse. Legno consumato. Reti stese come lenzuola. Odore di sale e pesce.
Il mare era lì.
Non immenso.
Vicino. Umano.
Come se l’acqua fosse un confine che puoi attraversare soltanto quando lo meriti.
Boruma sentì il petto allargarsi.
Il mare gli ricordava Napoli.
Gli ricordava Sorrento.
Gli ricordava sua madre che cantava in cucina e poi, finito il ragù, si affacciava al balcone per guardare il golfo come si guarda una promessa.
E questa memoria lo rese fragile.
Un pescatore lo vide arrivare e sorrise.
«Tu sei quello che corre,» disse in arabo lento, quasi teatrale.
Boruma si asciugò il sudore.
«Sono quello che si stanca ma non impara.»
Il pescatore rise.
Gli offrì acqua, pane e olive. Poi indicò Cru.
«E lui è il tuo soldato.»
Boruma guardò Cru e rispose serio.
«No. Lui è la mia coscienza.»
Il pescatore smise di ridere.
Come se avesse capito che quell’uomo non era un turista.
«Hai attraversato troppa sabbia,» disse. «E chi attraversa troppa sabbia… porta addosso segreti.»
Boruma non rispose.
Il pescatore lo portò dietro una casa e gli mostrò una barca piccola, con il fondo rinforzato e due remi.
«Stanotte il mare è calmo. Ma non fidarti del calmo. È lì che i pesci vengono presi.»
Boruma poggiò una mano sul legno.
Il Sigillo pulsò ancora.
Due volte.
Tum. Tum.
Come se riconoscesse il mare.
La Leggenda del Mare che Non Dimentica
Il pescatore si sedette su una pietra e disse:
«C’è una leggenda in questo punto… vecchia quanto le conchiglie. Dice che il mare non separa: custodisce. E che ogni oggetto sacro, prima o poi, deve passare qui.»
Boruma lo fissò.
«Perché?»
Il pescatore strinse gli occhi.
«Perché il mare non dimentica. E tutto ciò che gli uomini provano a nascondere… qui torna a galla.»
Cru si avvicinò al pescatore e lo annusò, poi restò lì, tranquillo.
Il pescatore sorrise.
«Se il cane ti accetta, allora non sei un bugiardo.»
Poi aggiunse una frase che fece tremare Boruma:
«Ma non sei solo. C’è un uomo… con occhi di pietra… che ti segue.»
Boruma deglutì.
«Cicatrice sul volto?» chiese.
Il pescatore annuì.
Boruma sentì lo stomaco stringersi.
L’uomo della cicatrice.
L’ombra intelligente.
L’ostinazione della Casta.
La scelta
Il sole tramontò come una ferita arancione.
Boruma guardò il mare.
Poi guardò Cru.
«Stanotte attraversiamo,» disse.
Cru abbaiò una volta, secca.
Come un sì militare.
Boruma tirò fuori le scarpette della nonna e le guardò.
Non erano più pulite.
Erano consumate.
Ma era proprio lì la loro bellezza:
l’amore vero si consuma camminando.
«Nonna,» sussurrò. «Mi porti tu.»
E quando salì sulla barca, il Sigillo fece l’ultima cosa inattesa:
scaldò.
Non forte.
Non come fuoco.
Scaldò come una mano.
Come se per la prima volta, dopo giorni, stesse dicendo:
“Va bene. Ti seguo.”
Fine capitolo
La barca scivolò nell’acqua.
Dietro di loro il villaggio si spense.
Davanti, il mare.
Sotto, un’oscurità antica.
E sopra… stelle fitte come una biblioteca.
Boruma remava.
Cru era immobile a prua.
E nell’aria, appena percettibile, un suono:
non vento.
non onda.
un sussurro umano.
Da lontano, sulla riva, una voce chiamò:
«Boruma…»
Non era Nayla.
Non era Rosy.
Non era Shelley.
Era qualcun altro.
E Boruma capì che la prossima tappa non sarebbe stata solo geografia.
Sarebbe stata… tradimento.

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