CAPITOLO LVII — La Leggenda del Mediterraneo

Il mare non si limitò a cambiare colore.

Si fece presenza.

Non era più acqua: era un’entità che respirava sotto il cielo, un animale immenso sdraiato nel buio, capace di ascoltare i passi invisibili degli uomini e di ricordare ogni colpa come si ricordano le maree.

La barca del pescatore tagliava quella pelle nera senza ferirla, come un ago che cuce e non strappa. Il villaggio delle reti era ormai una macchia lontana, inghiottita dal buio e dall’umidità. Il mondo alle spalle, per un istante, sembrò facile da abbandonare.

Ma Boruma sapeva che non esiste vera fuga.

Esiste solo la direzione.

Cru stava in piedi vicino a lui, il corpo teso come una corda. Non ringhiava. Non guaiva. Guardava l’acqua con la stessa concentrazione con cui un soldato guarda una linea di colline: sapendo che dietro potrebbe esserci un esercito.

Boruma stringeva il Sigillo avvolto nella stoffa. Il metallo emanava un calore strano, caldo come una mano viva, ma con dentro il ronzio di qualcosa che si sveglia.

Poi arrivò.

Una voce.

Non dal cielo. Non dalla riva.

Dal nulla — eppure densa, reale.

— Boruma… —

Il nome venne pronunciato con la dolcezza di una carezza e la freddezza di un comando.

Cru sollevò il muso e scoprì i denti. Un ringhio basso, contenuto: la lingua dei cani quando capiscono che il mondo sta per cambiare.

Boruma non si mosse subito. Si costrinse a respirare.

La Casta usava mille trucchi: sogni, paure, ricordi truccati come attrici. Ma quella voce… quella voce non vendeva nulla. Non chiedeva.

Sapeva.

— Non guardare avanti. Guarda sotto. —

Il pescatore smise di remare. Si voltò lentamente, come si voltano gli uomini davanti a un altare.

«Il mare non parla quasi mai,» disse. «E quando lo fa… non mente.»

Boruma si inginocchiò e fissò la superficie.

All’inizio vide soltanto il nero. Poi, sotto il nero, un riflesso pallido. Una scia di luce compressa, come se qualcuno avesse lasciato un filo d’oro sul fondo e l’acqua lo proteggesse da secoli.

La superficie tremò.

E il mare — giuro su tutto ciò che è vivo — si aprì.

Non con violenza. Non con rabbia.

Con lentezza solenne, come se una bocca antica stesse pronunciando la prima sillaba di un racconto.

Qualcosa salì.

Una piccola piastra, non grande più del palmo di una mano. Metallo che non era metallo: sembrava oro, ma senza la vanità dell’oro. Sembrava ferro, ma senza la ruggine del ferro. Sopra c’erano incisioni sottili: onde, spine di cactus, petali di rosa.

Al centro una parola in una lingua impossibile.

Boruma la toccò.

E il Sigillo esplose di calore.

Non dolore: energia.

La stoffa tremò contro il suo petto, come se sotto ci fosse un cuore che batteva più forte.

Il pescatore sussurrò: «Uno dei Pezzi del Nome.»

Boruma sollevò lo sguardo. «Che significa?»

Il pescatore si fece il segno della croce, ma il gesto era più antico della croce stessa: era un gesto di protezione.

«Il Sigillo non apre nulla da solo,» disse. «Il Sigillo legge. Ma per leggere gli serve la frase intera. La Casta ha spezzato il Nome… e ha sparso i frammenti dove nessuno avrebbe osato cercarli.»

Cru abbaiò piano. Una sola volta.

Come se avesse capito che quello non era un oggetto, ma una traccia.

Boruma posò la piastra sulla stoffa.

Ed ecco, finalmente, la magia senza teatralità:

le incisioni del Sigillo, nascoste fino a quel momento, iniziarono a luccicare come vene di luce. Il frammento si avvicinò da solo, attirato, finché si incastrò sul metallo con un clic morbido.

Come un dente che ritrova la sua mascella.

Il mare attorno alla barca tremò.

E fu allora che Boruma sentì la seconda cosa: non la voce… ma il rumore.

Motori.

Due. Tre.

Perfetti, distanti, coordinati.

Il pescatore sbiancò.

«La Casta.»

Boruma serrò la mascella. «Come ci hanno trovato?»

Il pescatore indicò il Sigillo. «Quando si accende così, loro lo sentono. Per loro è come sangue nell’acqua.»

Cru ringhiò, ma questa volta con rabbia.

Dal buio emersero tre barche, disposte a triangolo, senza luci, come squali. Sulla prua della prima una figura alta. Il volto si illuminò appena per un riflesso: una cicatrice curva, come una virgola che non vuole chiudere la frase.

L’uomo della cicatrice.

Quello che non odiava abbastanza.

Quello che sembrava portare dentro una ferita più vecchia della Casta.

«Boruma,» disse. «Ti avevo avvertito. Il Sigillo sceglie chi brucia.»

Boruma sorrise — e fu un sorriso napoletano, feroce e vivo.

«E voi siete qui per spegnermi?»

L’uomo scosse la testa. «Siamo qui per spezzarti prima che tu diventi leggenda.»

In quel momento, Boruma capì che quella caccia non era più solo un recupero.

Era un’esecuzione simbolica.

Uccidere l’uomo prima che diventi mito.

Il pescatore afferrò il braccio di Boruma. «Butta tutto in mare!»

Boruma guardò il Sigillo.

Guardò il frammento.

Sentì sulle dita la memoria di quel rosario senza simbolo, e la voce di sua nonna Concetta come un vento interno:

“Se ti è stata data una cosa, Borù… è perché devi portarla fino in fondo.”

Boruma inspirò.

Poi disse piano, ma abbastanza forte perché anche la Casta lo udisse:

«Io non butto via ciò che può salvare il mondo.»

Il triangolo si strinse.

Cru si piazzò davanti, come un guardiano.

E il Sigillo, come risposta, pulsò una luce così intensa che il mare intorno si colorò di oro.

Una nebbia si sollevò.

Non bianca. Non grigia.

Dorata.

Il pescatore tremò. «No… no…»

Boruma lo fissò. «Che succede?»

L’uomo sussurrò come se stesse nominando un dio:

«Sta iniziando… la Leggenda del Mediterraneo.»

La nebbia avanzò come un sipario.

E con essa avanzò qualcosa di peggio del pericolo: la verità.

La prima barca della Casta entrò nel velo dorato.

Per un istante non successe nulla.

Poi l’acqua sotto quella barca cominciò a cantare.

Non un canto umano: un coro sommerso, come se migliaia di gole senza aria stessero pronunciando una sola sillaba eterna.

La barca girò su se stessa.

Uomini che urlavano.

Un rumore metallico.

Poi… silenzio.

L’uomo con la cicatrice gridò ai suoi: «Fermi! Non entrate!»

Ma l’ordine arrivò tardi: anche lui era prigioniero dello stesso incantesimo che temeva. Perché la Casta non poteva tirarsi indietro: viveva di conquista, e la conquista è la sua unica lingua.

Cru ululò.

Non di paura.

Di chiamata.

Come se la nebbia gli avesse riconosciuto un nome più antico della sua razza.

Boruma sentì il Sigillo vibrare e, per la prima volta, le incisioni si formarono in una frase. Non completa. Non ancora.

Ma sufficiente per aprire la soglia.

Il mare parlò di nuovo, con voce senza gola:

— CHI PORTA L’AMORE NON DEVE NASCONDERSI. —

Boruma sentì una fitta al petto, come se quella frase fosse stata scritta per lui prima della sua nascita.

La nebbia si aprì davanti alla barca del pescatore, disegnando una strada sull’acqua.

Una rotta impossibile.

«Quella…» mormorò il pescatore. «Non è una fuga. È un invito.»

«Dove porta?» chiese Boruma.

Il pescatore chiuse gli occhi, come se stesse leggendo una mappa che gli era stata tatuata sulle palpebre.

«A nord,» disse. «Verso Creta. Poi verso la Sicilia. Poi… Napoli.»

Napoli.

La parola gli attraversò le ossa come un lampo.

Non era soltanto una città.

Era un destino.

Non fecero in tempo a muoversi che il mare cambiò.

Sotto la nebbia dorata, l’acqua non era più piatta: era piena di ombre che si spostavano come pesci enormi. Ma non erano pesci. Erano ricordi.

Boruma capì la regola.

In quella nebbia, il mare non mostrava ciò che vuoi.

Mostrava ciò che sei.

Il pescatore remò con forza, guidato non dalla vista ma dalla fede. Il motore sembrò spegnersi da solo, come se il Mediterraneo non volesse rumori moderni nella sua preghiera.

La barca scivolò nella rotta d’oro.

Dietro, due barche della Casta provarono a seguire.

La nebbia si chiuse su di loro come una bocca.

E il canto del mare divenne più feroce, come un tribunale.

Boruma udì frammenti di parole, non dette da nessuno, ma sputate dalle onde:

— Colpa…

— Fame…

— Tradimento…

— Sangue…

Ogni parola era una pietra.

Cru ringhiò verso il nulla, come se vedesse le cose che gli umani non vedono: facce nell’acqua, mani nel vento.

Boruma si voltò un istante.

L’uomo con la cicatrice era ancora fuori dalla nebbia, fermo sulla sua barca, incapace di avanzare. I suoi occhi erano un misto di odio e paura… ma anche qualcos’altro.

Rimpianto?

Quell’uomo non era soltanto Casta.

Era un uomo che aveva visto la stessa luce e l’aveva tradita.

L’uomo urlò, e questa volta non era un ordine. Era quasi supplica:

«BORUMA! QUELLA STRADA NON TI PORTA A CASA!»

Boruma rispose con una calma che gli veniva da dentro.

«A casa non ci torno. Ci arrivo.»

E la barca scivolò oltre.

Dentro la nebbia, il Mediterraneo cambiò lingua.

Si fecero vedere figure.

Non allucinazioni come quelle della Casta.

Non sogni personali.

No — erano simboli condivisi, miti scritti in un sangue comune.

Boruma vide per un attimo un enorme toro d’acqua emergere e scomparire. Vide una donna che sembrava fatta di sale e luna, con occhi senza pupille. Vide un guerriero con un elmo antico piantato nella schiuma.

Il pescatore parlò senza voltarsi:

«Questa è la Soglia. I Custodi la chiamano la Bocca del Mare.»

«E cosa vuole da noi?» chiese Boruma.

«Che tu capisca che il Sigillo non è un oggetto.»

Fece un respiro. «È una promessa.»

Boruma guardò il metallo.

La luce sulle incisioni si mosse ancora, come se stesse scrivendo piano.

E Cru, all’improvviso, abbassò il muso verso l’acqua.

Annusò.

Poi si voltò di scatto e fissò Boruma con occhi enormi.

E Boruma capì.

C’era qualcuno lì.

Non dietro. Non davanti.

Sotto.

Dal mare emerse una mano.

Non umana.

Una mano fatta d’acqua, perfetta, che reggeva un secondo frammento — ma non lo offriva: lo mostrava.

Come si mostra un prezzo.

Il pescatore gridò: «Non toccarlo! Non ancora!»

Boruma trattenne il gesto.

La mano d’acqua sollevò il frammento, e dentro il metallo brillò un simbolo:

una rosa e un cactus intrecciati.

Poi una voce senza corpo, diversa dalla prima, più antica:

— TRE FRAMMENTI PER APRIRE IL NOME.

— UNO PER LA VERITÀ.

— UNO PER LA STRADA.

— UNO PER IL RITORNO. —

Boruma rimase immobile.

«Ritorno?» ripeté.

La mano d’acqua chiuse le dita.

Il frammento sparì.

E prima che il mare si richiudesse, la voce aggiunse:

— CRETA TI DARÀ LA STRADA.

— SICILIA TI DARÀ LA VERITÀ.

— NAPOLI… TI DARÀ IL PREZZO. —

Il pescatore iniziò a piangere.

Non per paura.

Perché lo sapeva: Napoli non era la fine.

Napoli era la prova.

Quando la nebbia cominciò a diradarsi, il cielo si schiarì leggermente. Il Mediterraneo li restituì alla realtà con una dolcezza crudele, come un dio che ti lascia vivere ma ti cambia per sempre.

In lontananza, un profilo scuro: un’isola.

Il pescatore si asciugò il viso.

«Creta.»

Boruma guardò avanti.

Il Sigillo bruciava sul petto, ma non lo feriva. Era il calore di una direzione.

Cru si sedette accanto a lui e appoggiò il muso sulla sua coscia, come per dire: io sono qui. Qualunque cosa accada.

Dietro, nel buio ormai lontano, un motore riprese. Uno solo.

L’uomo con la cicatrice non aveva seguito la rotta d’oro.

Ma non aveva rinunciato.

Boruma sorrise lentamente.

Il Mediterraneo aveva appena aperto la leggenda.

E la leggenda, lui lo sapeva, non risparmia nessuno.

Non i cattivi.

Non i buoni.

Soprattutto — non gli uomini che scelgono di restare umani.

E mentre Creta cresceva davanti a loro come una promessa antica, Boruma si sentì attraversare da una certezza limpida:

la strada verso Napoli era tracciata.

Non sulla carta.

Sull’acqua.

Sul sangue.

Sul Nome.

E il mare — il mare che non dimentica — stava già preparando la prossima prova.

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