Creta apparve all’alba come un animale addormentato.
Non aveva la dolcezza delle isole turistiche e nemmeno la rassegnazione di certe coste consumate dal tempo: Creta sembrava antica, come se fosse nata prima delle parole e avesse imparato a tacere quando gli uomini hanno iniziato a mentire. La luce del mattino — ancora giovane — si stendeva sulla linea dei monti come una carezza esitante. Il mare, dietro la barca, conservava per qualche istante l’odore della nebbia dorata, come un ricordo che non vuole evaporare.
Boruma guardava la riva senza muoversi.
Aveva il Sigillo sotto la camicia, stretto contro il petto, avvolto nella stoffa. Il metallo emanava un calore regolare, non più un impulso impazzito, ma un battito disciplinato… come se si fosse finalmente trovato nel punto giusto della mappa invisibile.
Cru stava seduto a prua, immobile. Il vento gli gonfiava il pelo sul collo, e il suo sguardo era quello che aveva nelle notti decisive: non aggressivo… vigile. Non cercava nemici: cercava verità.
Il pescatore — l’uomo delle reti — lasciò che la barca si appoggiasse a un’insenatura rocciosa. Non c’erano porti, né luci, né voci. Solo pietra, sale e cespugli bassi.
«Qui finisce il mio pezzo di mare,» disse.
Boruma non rispose subito. Aveva imparato che certe frasi non chiedono replica: chiedono rispetto.
«Tu come ti chiami?» domandò infine.
Il pescatore sorrise, come se la domanda lo divertisse. Un sorriso ruvido, buono.
«I nomi cambiano. Il mare no.»
Poi scese dalla barca, affondando i piedi nella sabbia come un uomo che torna a un luogo che non lo ha mai tradito. Si voltò verso Boruma e, per la prima volta, gli diede un consiglio vero:
«A Creta non cercare strade. Cerca sentieri che sbagliano. È lì che ti vogliono.»
«Chi?» chiese Boruma.
Il pescatore si aggiustò il cappuccio sul capo.
«La Casta.»
Pausa.
«E anche qualcos’altro.»
Cru ringhiò piano, come se avesse intuito.
«Cos’altro?» insistette Boruma.
L’uomo delle reti abbassò lo sguardo sull’acqua, come si guarda un vecchio errore.
«Creta è piena di labirinti. Ma il peggiore non è quello di pietra… è quello della mente.»
Poi tese a Boruma un oggetto: una piccola corda intrecciata, grezza, robusta, con un nodo particolare.
«Questo è il filo. Non quello dei libri. È più vecchio.»
Un mezzo sorriso.
«Se ti perdi, non tirarlo… ascoltalo.»
Boruma afferrò quella corda. Era umida di mare e di destino.
«E tu?» domandò. «Dove andrai?»
Il pescatore si allontanò senza voltarsi.
«Io torno a non farmi notare. È ciò che fanno gli invisibili.»
Poi aggiunse, più piano:
«Ma tu… tu dovrai imparare a farti vedere senza diventare preda.»
E sparì tra le rocce, come se fosse sempre appartenuto a quella costa.
Lo sbarco
Boruma saltò giù con Cru. La sabbia era fredda, piena di piccoli frammenti lucenti: sale e gusci spezzati.
Creta odorava di timo bruciato, di capre lontane, di legno secco. Un odore familiare e straniero insieme: come quando Boruma da ragazzino entrava nelle chiese antiche di Napoli e sentiva il profumo dell’incenso mescolarsi a quello dei vicoli.
Fecero pochi passi.
Poi il Sigillo si scaldò.
Non come minaccia. Come risposta.
Boruma inspirò lentamente. E per un attimo, dentro quel respiro, sentì un’altra cosa: una vibrazione che non proveniva dal Sigillo… ma dalla terra.
Come se Creta avesse una voce sotterranea.
Cru si fermò, annusò l’aria e prese una direzione precisa, senza esitazione.
«Hai sentito qualcosa?» sussurrò Boruma.
Il cane non abbaiò. Si limitò ad avanzare con quella sicurezza da creatura che non ha bisogno di prove.
Boruma lo seguì.
Il primo Custode
Dopo un’ora di cammino tra colline di pietra e sentieri invisibili, arrivarono a un piccolo villaggio di case bianche. Nessun turismo. Nessun rumore. Solo vecchi seduti all’ombra, e un silenzio fatto di occhi che ti pesano addosso.
Un uomo anziano li osservava davanti a una porta blu. Aveva una barba corta, bianca, e un bastone storto che pareva un ramo strappato a un ulivo.
Quando Boruma gli passò accanto, l’uomo disse in italiano — con un accento che sapeva di Grecia e di Mediterraneo:
«Il cane sa dove vai. Tu invece ancora no.»
Boruma si fermò. L’uomo non aveva il tono di un folle. Aveva il tono di uno che non ha mai avuto bisogno di mentire.
«Mi conosci?» chiese Boruma.
L’anziano sorrise, mostrando pochi denti.
«Io conosco le cose che cercano pace. E conosco le cose che cercano potere.»
Lo sguardo cadde sul petto di Boruma.
«E tu… porti entrambe.»
Cru ringhiò. Boruma gli poggiò una mano sulla schiena.
«Chi sei?» domandò.
L’uomo batté il bastone per terra.
«Io sono un Custode minore. Uno che apre porte… non uno che scrive profezie.»
Poi inclinò la testa come un sacerdote che pesa un’anima:
«Sei venuto per la strada.»
Boruma sentì le parole della mano d’acqua: Creta ti darà la strada.
«Sì.»
L’uomo indicò un vicolo strettissimo tra due mura.
«Allora entra. Ma non entrare come uomo.»
Pausa.
«Entra come corridore..»
Boruma lo guardò.
«Che significa?»
«Significa che nel labirinto si sopravvive solo se accetti di non controllare tutto. Il corridore… non controlla. Il corridore ascolta il corpo.»
L’uomo sorrise appena.
«E tu… sei cresciuto correndo perché avevi paura di fermarti. Ora dovrai correre per non perdere te stesso.»
Boruma sentì un brivido.
E, per un istante, pensò a Rosy.
Non al suo corpo, non ai suoi occhi… ma al suo modo di esistere nel dolore senza farsene schiacciare.
Forse è questo che mi manca, pensò. Qualcuno che resti.
Scacciò la tentazione come si scaccia un pensiero troppo dolce.
«Come ti chiami?» chiese.
«Chiamami Asterion,» rispose l’uomo con un sorriso sottile.
Poi, vedendo la sorpresa, aggiunse:
«Sì, lo so. È il nome del Minotauro.»
Fece spallucce.
«Mio padre aveva senso dell’umorismo.»
Il Labirinto del Sale
Il vicolo conduceva a una scala che scendeva sotto una casa.
Boruma si trovò davanti una porta di ferro antica, con simboli corrosi dal tempo: una rosa stilizzata intrecciata a un cactus.
I Custodi.
Boruma fece per toccarla.
La porta si aprì da sola.
L’aria che uscì non era aria: era freddo, sale e memoria.
Cru entrò per primo.
Boruma lo seguì.
La discesa era stretta. Le pareti trasudavano umidità. Il buio non era totale: c’erano piccole pietre luminose, incastonate come occhi ciechi.
Poi si aprì una sala.
E Boruma capì perché quel posto era chiamato labirinto: non perché fosse complicato… ma perché era vivo.
Le pareti erano piene di incisioni. Non greco, non latino, non arabo: un alfabeto che sembrava fatto di spirali, onde, spine.
Il Sigillo sotto la stoffa si scaldò con una forza nuova.
Asterion parlò da dietro:
«Questa non è la casa del Minotauro.»
Pausa.
«È la casa del desiderio.»
Boruma non distolse lo sguardo.
«Che desiderio?»
Asterion indicò il Sigillo.
«Quello che tutti credono di volere: pace, verità, amore universale…»
Poi la voce divenne più scura.
«Ma anche controllo. Salvezza privata. Egoismo travestito da giustizia.»
Boruma serrò la mascella.
«Io non lo userò per controllare nessuno.»
Asterion annuì.
«E allora il labirinto ti metterà alla prova.»
Cru abbaiò una volta, secca.
In quel momento le pietre luminose tremarono.
E dal fondo della sala… arrivò un suono.
Non passi.
Non vento.
Un respiro enorme.
Come se nelle viscere del labirinto ci fosse un animale che dorme e sogna.
Boruma strinse il pugno.
«Non dirmi che…»
Asterion sorrise.
«Non è un Minotauro.»
Poi, serissimo:
«È peggio.»
E aggiunse la frase che aprì il terrore:
«È un uomo che la Casta ha trasformato in mostro.»
Colpo di scena
Prima che Boruma potesse dire altro, il Sigillo bruciò.
Non un calore. Un colpo.
La stoffa sembrò fumare.
E una frase, come scritta nell’aria, si formò davanti a loro: lettere d’oro, vive, oscillanti.
— CORRI. NON PER FUGGIRE. PER NON ESSERE SPEZZATO. —
Cru ringhiò verso il buio profondo.
Poi… una voce umana, roca, spezzata, provenne da dentro il labirinto.
«Boruma…»
Boruma si gelò.
Perché quella voce… non era Shelley, non era illusione.
Era una voce maschile.
E la conosceva.
Un ricordo lontano, Napoli, fede, autobus, giovani, carisma, luce.
Dante.
«Non può essere…» sussurrò Boruma.
Asterion impallidì.
«Se conosci quella voce… allora sei già in ritardo.»
Il respiro del labirinto diventò più forte.
Una catena strisciò sul pavimento.
E dal buio si mosse qualcosa.
Un corpo.
Un’ombra enorme.
Un uomo.
E la sua prima parola fu un gemito che spezzava il mondo:
«…aiutami.»

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