CAPITOLO LXVI — Il Mare che Restituisce i Nomi

Il giorno nacque senza spettacolo, come fanno le cose che non cercano applausi.

Nessun sole impaziente, nessuna luce trionfale: solo una chiarezza che si depositava sulle onde con la stessa delicatezza con cui una mano copre una fronte febbricitante.

Dopo l’isola che non perdona, il Mediterraneo aveva cambiato voce.

Non era più soltanto rotta.

Era giudizio.

Non un giudizio umano — impulsivo, sporco d’orgoglio — ma un giudizio antico, che non condanna e non assolve: svela.

Come fanno certi sguardi quando ti vedono davvero.

La barca avanzava quasi senza muoversi.

Il motore era spento, e perfino il legno sembrava aver capito che, in quelle acque, il rumore era una bestemmia. Il pescatore remava piano, senza affondare troppo: come se l’acqua fosse pelle viva.

Boruma sedeva a poppa, le spalle contro lo scafo.

Cru gli stava accanto, non rannicchiato: vigile. Orecchie dritte, occhi che non si stancavano mai. Un guardiano nato senza bisogno di parole.

Sul polso di Boruma, il filo d’oro luccicava.

Era sottile, quasi ridicolo a guardarlo — eppure aveva la serietà delle promesse.

Non tirava, non guidava, non comandava: aspettava.

Il Sigillo era avvolto nella stoffa, stretto al petto. Non pulsava più come nella nebbia dorata: adesso aveva un calore intermittente, umano, come un cuore che dopo aver corso troppo torna a cercare ritmo.

Boruma fissò l’orizzonte e capì, con una chiarezza che gli fece male:

non era la Casta a spaventarlo.

Era il dopo.

La possibilità che, arrivando a Napoli, gli sarebbe stato chiesto un prezzo diverso da tutti gli altri. Un prezzo che non si paga con sangue, né con coraggio… ma con ciò che uno si rifiuta di perdere.

L’amore.

Cru gli sfiorò la coscia con il muso, come se quel pensiero avesse odore.

Boruma sorrise piano, stanco e vivo.

«Non mi guardare così, ambasciatore. Lo so… ho la faccia di uno che sta facendo i conti con se stesso. Però almeno non sto facendo i conti con l’INPS. È già un miracolo.»

Il pescatore non rise. Ma la bocca gli si piegò di un millimetro, come fa chi si concede un’ombra di umanità.

«Quando un uomo scherza,» disse, «è perché vuole restare uomo.»

Boruma annuì.

Restare uomo: ecco l’unica resistenza che gli interessava.

E come se il mare lo avesse ascoltato, cominciò a fare ciò che aveva promesso.

Non con trucchi, non con illusioni: con la memoria vera, quella che non recita.

Restituire i nomi.

La Sicilia comparve prima come un’ombra scura dentro la luce.

Poi come un profilo.

Poi come una massa di terra che sembrava non emergere dall’acqua, ma appoggiarsi sul mare con il peso di secoli.

Quando fu abbastanza vicina da essere reale, Boruma sentì una fitta al petto, come se una cicatrice avesse sorriso.

Sicilia.

Terra che non accarezza: afferra.

Il mare davanti a quell’isola non diventò più bello: diventò più profondo.

Come se la Sicilia non fosse un luogo, ma un altare dove il Mediterraneo pesa ciò che porti dentro.

Boruma chiuse gli occhi un istante.

E il primo nome tornò.

Morena.

Il primo amore vero, in un tempo in cui non esistevano notifiche: esistevano appuntamenti.

E se arrivavi tardi di dieci minuti, non era “scusa ho avuto un imprevisto”: era una scelta che diventava un carattere.

La rivide: capelli scuri, occhi neri, labbra vive, quel modo napoletano di pungerti anche mentre ti tiene.

«Dieci minuti, Borù.»

Lo diceva ridendo, ma gli occhi facevano finta di essere offesi.

«Stai già facendo allenamento per la pazienza.»

Lui, allora, si era sentito minuscolo e immenso.

Minuscolo perché aveva paura di non bastare.

Immenso perché — per la prima volta — qualcuno lo aspettava davvero.

Con lei aveva visto San Vito Lo Capo e quell’azzurro che sembra inventato da un pittore in stato di grazia.

Avevano camminato nella Riserva dello Zingaro con il profumo del rosmarino e la convinzione stupida e divina dei ragazzi: noi siamo immortali.

E invece il mondo ferisce sempre, anche quando ti regala bellezza.

«Pensavi di sposarmi?» gli aveva chiesto un giorno Morena, come se stesse chiedendo che gelato prendere.

E Boruma, in un attimo, aveva visto ciò che desiderava davvero: una tavola di domenica, bambini che urlano, pentole che fumano, risate, una casa piena.

Non per possedere, ma per ricreare la festa che aveva respirato da bambino.

Aveva risposto con la sua solita fuga travestita da ironia.

«Io? Sposarmi? Ma tu non mi sopporti nemmeno quando arrivo in ritardo.»

Lei gli aveva dato uno schiaffetto leggero.

«Scemo. È per questo che ti voglio bene.»

Cru fece un verso basso, quasi un brontolio, come se giudicasse quella storia troppo umana per essere vera.

Boruma riaprì gli occhi e guardò la Sicilia che cresceva.

«Sai che c’è?» disse al cane. «Ero più coraggioso quando non capivo niente.»

Il filo d’oro scintillò.

E sotto la stoffa, il Sigillo rispose con un calore breve, come un assenso.

Il secondo nome arrivò subito dopo.

Niccolò.

Uno che Dante aveva strappato alla droga con una fede così ostinata da sembrare follia.

Dante gliel’aveva presentato con quella voce da processione:

«Questo è Niccolò. È uno che ha visto l’inferno e ha deciso di non arredarlo.»

Niccolò era diventato chef. Aveva trasformato la fame in arte.

Con lui Boruma aveva visto Ragusa Ibla: vicoli come scale verso il cielo, la pietra che al tramonto diventa miele bruciato.

Niccolò gli aveva detto una sera, guardando una facciata barocca:

«Borù… la bellezza nasce spesso da una ferita. Eppure brilla. Come noi.»

Boruma allora aveva riso.

Ma quella frase gli era rimasta dentro. Perché lui, quando veniva spezzato, non sapeva mai se brillare o sparire.

Il terzo nome esplose come una risata.

La Tigna, La Cru, Pinuccia.

Gli amici siciliani conosciuti a Como, quelli che gli avevano insegnato che la diversità non è una minaccia: è una luce con più colori.

«Borù,» diceva Pinuccia, teatrale, «tu sei troppo bello per essere così tragico.»

La Tigna rideva: «Se continua così lo adottiamo. Lo mandiamo in giro a distribuire amore e sarcasmo.»

La Cru, fierissima: «E se qualcuno gli rompe le scatole… gliele rompiamo noi. Ma con gentilezza, eh.»

Boruma ricordò quanto si era sentito libero con loro.

Perché con chi ti accetta non devi recitare.

Il mare intanto li portava avanti, e ogni metro sembrava una pagina.

Il pescatore parlò senza alzare la voce:

«La Sicilia è soglia. Chi non è pulito dentro… qui si perde.»

Boruma strinse la stoffa sul Sigillo.

Il calore aumentò, ma non esplose.

Era come uno sguardo negli occhi.

Non mentire.

Cru, all’improvviso, si irrigidì.

Non paura: riconoscimento.

La superficie dell’acqua, poco oltre la barca, ebbe un tremolio che non era onda.

Era una vibrazione, come se sotto passasse qualcosa di enorme che non voleva farsi vedere, ma accettava di essere sentito.

Il pescatore smise di remare.

Silenzio.

E nel silenzio accadde.

Non una mano d’acqua, non la nebbia dorata: qualcosa di più semplice e più terribile.

Una conchiglia grande, scura, galleggiava come un occhio chiuso.

Si avvicinò lentamente, spinta non dal vento: dalla volontà.

Boruma la prese.

Dentro, incastrato come un segreto, c’era un frammento sottile di metallo.

Inciso con un simbolo.

Un labirinto.

Boruma sentì il sangue diventare lento.

Creta.

La strada.

Il Sigillo tremò sotto la stoffa.

Il filo d’oro al polso si scaldò come se fosse stato sfiorato da una mano invisibile.

Il pescatore sussurrò:

«Non è un dono. È un messaggio.»

Boruma non rispose subito.

Perché, mentre teneva quel frammento, gli venne in mente Rosy.

Non solo il volto.

Il modo in cui stava al mondo.

Forte senza diventare dura.

Capace di servire senza umiliarsi.

Capace di essere luce senza chiedere di essere vista.

E si accorse — con una tenerezza nuova — che la stava pensando diversamente.

Non come un capitolo passato.

Come una possibilità.

Non un tradimento di Shelley.

Vita che chiede spazio.

E proprio quando quel pensiero si posò, un suono tagliò l’aria.

Motori.

Uno.

Poi un altro.

Il pescatore impallidì.

«No…»

Due barche scure, senza luci, comparvero sulla sinistra della rotta.

Non lontane.

Non casuali.

La Casta aveva imparato a temere la nebbia dorata.

Ma non aveva mai smesso di cacciare.

Cru ringhiò basso, come un giudice.

Boruma infilò il frammento del labirinto sotto la stoffa, vicino al Sigillo.

Il calore aumentò, ma stavolta non chiamò il caos: si ordinò, come se il Sigillo stesse componendo una frase dentro di sé.

Boruma alzò lo sguardo verso le barche e disse piano, con un sorriso sottile:

«Ecco. Azione e spiritualità. Come piace ai lettori.»

Il pescatore lo fissò.

«Non scherzare.»

Boruma mostrò i denti in un sorriso stanco.

«Io non scherzo. Io mi difendo.»

Le due barche si avvicinarono, non a triangolo come prima: due lame parallele.

Più pazienti.

Più intelligenti.

E su una delle proue, si alzò la figura alta.

La cicatrice a virgola brillò un istante.

L’uomo del campo.

Quello che non odiava abbastanza.

Quello che sembrava sempre sospeso tra ordine e rimorso.

La sua voce arrivò netta:

«Boruma. Ti sei convinto che la leggenda ti protegga. Ma la leggenda non protegge. La leggenda divora.»

Boruma si alzò lentamente.

Cru si piazzò davanti, scudo vivo.

«E voi vi siete convinti che il mondo debba restare cieco,» rispose Boruma, senza urlare.

«Ma il mondo apre gli occhi anche se gli fa male.»

L’uomo con la cicatrice rimase immobile. Poi disse, e quella frase aveva un sapore diverso dal comando:

«Non capisci cosa porti. Quel Sigillo non unisce solo le religioni. Unisce ciò che gli uomini non vogliono unire: colpa e misericordia. Verità e prezzo.»

Boruma serrò il polso: il filo d’oro gli strinse la pelle come una promessa che non si scioglie.

«Allora ditemi il prezzo,» disse. «Così smettiamo di girarci attorno come pesci in una rete.»

L’uomo scosse la testa.

E in quel gesto c’era paura vera.

«Non sei tu a chiederlo,» rispose.

«È Napoli che lo chiederà.»

Quella frase entrò come un coltello.

Perché toccava la sua debolezza più segreta:

la tavola piena, i figli, una casa dove qualcuno ti aspetta non per dovere… ma per amore.

Cru ringhiò più forte, come per cancellare quella verità.

Boruma invece respirò.

E in quel respiro ci mise tutto: Shelley, la madre, la nonna, Rosy, Gaza, la corsa, i pazienti, la fede.

Poi parlò piano:

«Io non voglio essere leggenda per essere ricordato. Io voglio essere leggenda perché qualcuno, leggendo, smetta di odiare.»

Silenzio.

Le barche della Casta si fermarono, come se una linea invisibile si fosse tracciata sull’acqua.

Il Sigillo, sotto la stoffa, diede un battito.

Uno soltanto.

Il pescatore sussurrò, terrorizzato:

«Se si accende… li chiama.»

Boruma posò la mano sul petto, sopra la stoffa.

«Allora facciamo una cosa nuova.»

Alzò lo sguardo verso l’uomo con la cicatrice.

«Non lo accendo per chiamare la guerra. Lo accendo per chiamare la verità.»

«Non farlo.»

La voce dell’uomo tremò. E quel tremore era il segno più grande: umano.

Boruma chiuse gli occhi.

E lasciò che il Sigillo respirasse.

Non lo scoprì. Non lo esibì.

Gli permise solo di essere.

La stoffa si scaldò.

Il filo d’oro brillò.

E il mare cambiò odore: terra, agrumi, pietra calda.

Come se la Sicilia avesse ascoltato.

Il pescatore guardò l’isola ormai vicina e disse, come una sentenza dolce:

«Benvenuto al primo approdo. Qui la strada si decide.»

Boruma aprì gli occhi.

La Sicilia era lì.

E la sensazione era limpida: da quel punto in poi, niente sarebbe stato facile.

Ma tutto sarebbe stato vero.

Cru appoggiò il muso sulla sua coscia, un gesto breve come un patto.

Boruma sorrise.

«Andiamo, ambasciatore. Sicilia ci darà la verità… ma prima vediamo se siamo capaci di meritare anche la strada.»

Il mare si richiuse alle loro spalle.

La Leggenda non li inseguiva più soltanto.

Li guidava.

E la Sicilia li aspettava come una porta che non si apre con la forza…

ma con la misericordia.

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Una risposta a “CAPITOLO LXVI — Il Mare che Restituisce i Nomi”

  1. Avatar Myrela Sarajevo

    Lyric and tense, it vividly conveys the characters’ emotions and inner dilemmas.

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