La Sicilia non apparve all’improvviso.
Si rivelò.
All’inizio fu soltanto una linea scura tra cielo e acqua, un segno incerto sull’orizzonte, come una parola che la terra stava ancora decidendo se pronunciare.
Poi la linea diventò forma.
Poi la forma diventò presenza.
E quando il sole salì abbastanza da accarezzare quella massa scura che emergeva dal mare, Boruma capì perché gli antichi avevano scelto quell’isola come crocevia degli dèi.
La Sicilia non sembrava terra.
Sembrava memoria solidificata.
Le montagne emergevano come schiene di animali addormentati, la pietra aveva il colore caldo del miele antico e, sopra tutto, un silenzio potente sembrava tenere insieme cielo, acqua e roccia.
La barca avanzava lentamente.
Il motore era spento da tempo. Il pescatore remava piano, quasi con rispetto, come se ogni colpo sull’acqua dovesse chiedere permesso al mare.
Cru era in piedi a prua.
Le orecchie dritte, il muso puntato verso la costa.
Non c’era paura nel suo corpo.
C’era riconoscimento.
Gli animali sentono prima degli uomini quando un luogo non è soltanto un luogo.
Boruma osservava la costa e respirava lentamente.
L’odore dell’isola arrivò prima ancora della terra.
Agrumi.
Sale.
Pietra scaldata dal sole.
Era un odore pieno, profondo, antico — l’odore di una terra che ha visto passare troppi popoli per appartenere davvero a uno solo.
Il filo d’oro al suo polso brillò appena.
Non tirava.
Non indicava.
Sembrava… ascoltare.
Il Sigillo, avvolto nella stoffa sotto la camicia, non pulsava più come nelle notti precedenti. Ora emanava un calore tranquillo, come un cuore che ha trovato un ritmo.
Boruma chiuse gli occhi per un istante.
E il Mediterraneo fece ciò che aveva promesso.
Restituì un ricordo.
Il primo incontro con la Sicilia
San Vito Lo Capo.
La sabbia chiarissima.
Morena che correva verso l’acqua con quella leggerezza che appartiene soltanto a chi non ha ancora imparato che la vita può ferire.
Boruma la rivide ridere.
I capelli scuri mossi dal vento.
«Borù, se continui a guardare il mare così… sembra che stai pensando a cose serie.»
«Sto pensando a te.»
«Allora smetti subito,» aveva risposto lei ridendo. «È pericoloso.»
Allora l’amore gli sembrava una promessa eterna.
Adesso gli sembrava qualcosa di ancora più grande.
Una traccia.
Una luce che resta anche quando la strada cambia.
Boruma aprì gli occhi.
La Sicilia era più vicina.
La terra degli incontri
Il pescatore si fermò.
I remi rimasero sospesi sull’acqua.
«Sai perché questa isola è diversa?» chiese senza guardarlo.
Boruma scosse la testa.
L’uomo indicò la costa.
«Perché qui nessuno è mai arrivato davvero per conquistare.»
Boruma lo guardò incuriosito.
«Come sarebbe?»
Il pescatore sorrise appena.
«Sono arrivati Greci, Fenici, Arabi, Normanni, Spagnoli… tutti pensando di conquistarla. Ma la Sicilia non si conquista.»
Fece una pausa.
«Ti cambia.»
Boruma pensò alle parole della Custode del mare.
La Sicilia ti darà la verità.
Cru abbaiò piano.
Come approvazione.
Il Mediterraneo dei popoli
La barca scivolava ora davanti a una costa sempre più nitida.
Boruma osservava le montagne e pensava alla storia.
I Greci avevano costruito templi lì.
Gli Arabi avevano portato l’acqua e gli agrumi.
I Normanni avevano unito le fedi.
Cristiani, musulmani, ebrei.
Tutti avevano lasciato qualcosa.
E all’improvviso Boruma capì perché il Sigillo lo aveva condotto lì.
Il Sigillo parlava di unione delle religioni.
E la Sicilia era la prova che quella unione non era un sogno.
Era già esistita.
Il filo d’oro al polso si scaldò leggermente.
Il Sigillo rispose con un battito lento.
Il ricordo di Niccolò
Il mare portò un altro nome.
Niccolò.
La notte a Ragusa Ibla.
Seduti su una scalinata immensa, guardando la città illuminata.
Niccolò aveva acceso una sigaretta e aveva detto:
«Sai cosa ho capito quando ho smesso di farmi?»
Boruma lo aveva guardato in silenzio.
«Che Dio non salva chi è perfetto. Salva chi decide di tornare.»
Boruma non aveva risposto.
Ma quella frase era rimasta con lui.
Perché in fondo tutta la sua vita era stata un continuo ritorno.
Alla fede.
All’amore.
Alla speranza.
Il silenzio prima dell’isola
Cru si irrigidì.
Il pescatore smise di remare.
L’acqua davanti alla barca tremò appena.
Non era un’onda.
Era una vibrazione.
Boruma lo sentì subito.
Il Sigillo si scaldò.
Il filo d’oro si tese.
Poi tornò calmo.
Il pescatore parlò piano.
«Siamo entrati nella soglia.»
«Soglia di cosa?»
«Della Sicilia vera.»
Il mare sembrava diverso lì.
Più denso.
Come se sotto la superficie esistesse una memoria che non voleva essere disturbata.
La prima promessa
Quando la barca fu abbastanza vicina alla riva, Boruma vide una piccola cappella bianca costruita sulla roccia.
Una croce.
Una luce accesa.
Il pescatore indicò la costa.
«Qui iniziano le storie.»
Boruma sorrise.
«Speriamo siano belle.»
Il pescatore lo guardò negli occhi.
«Le storie non sono mai belle o brutte.»
Fece una pausa.
«Sono vere.»
Cru saltò per primo sulla sabbia quando la barca toccò terra.
Boruma scese subito dopo.
E nel momento in cui i piedi toccarono la terra siciliana, il Sigillo ebbe un battito pieno.
Uno solo.
Ma sufficiente.
Come se avesse riconosciuto quel luogo.
Boruma guardò l’isola davanti a sé.
Montagne.
Città lontane.
Strade che non conosceva.
Ma una cosa era certa.
Il viaggio non era finito.
Era appena entrato nella parte più antica del Mediterraneo.
Boruma accarezzò la testa di Cru.
«Andiamo, ambasciatore.»
Cru scodinzolò.
Boruma fece il primo passo.
E la Sicilia — terra che non appartiene a nessuno e accoglie tutti — si aprì davanti a lui come un libro antico che stava per essere letto.

Rispondi