La strada verso Ragusa sembrava salire dentro il tempo.
Non era soltanto una strada fatta di curve e pietra, ma una specie di respiro lento della terra. Ogni metro che Boruma percorreva lo allontanava dal mare e lo avvicinava a qualcosa di più antico, più silenzioso, più ostinato.
Cru camminava davanti a lui con passo sicuro.
L’Akita non correva. Non aveva fretta.
Sembrava conoscere quella terra meglio degli uomini.
Il sole stava scendendo quando Ragusa apparve.
Non tutta insieme.
Prima una torre.
Poi una cupola.
Poi un intreccio di balconi sospesi nel vuoto.
E infine Ragusa Ibla, distesa come una scalinata infinita costruita da un popolo che aveva deciso di non arrendersi alla gravità.
Boruma si fermò.
Aveva visto molte città nella sua vita.
Ma poche avevano quella sensazione.
Come se ogni casa fosse stata costruita con la stessa domanda:
Perché continuiamo a salire anche quando tutto crolla?
Il Sigillo, sotto la stoffa, si scaldò.
Non era un richiamo.
Era un riconoscimento.
La città della rinascita
Il pescatore, che li aveva accompagnati fino alla strada che saliva verso Ibla, parlò piano:
«Questa città è morta una volta.»
Boruma lo guardò.
«Il terremoto del 1693,» continuò l’uomo.
«Distrusse tutto.»
Fece una pausa.
«E loro la ricostruirono ancora più bella.»
Boruma osservò la città.
Le pietre color miele.
Le chiese barocche.
Le strade che sembravano scale.
Capì.
Quella città non era stata costruita per bellezza.
Era stata costruita per resistere alla distruzione.
Cru abbaiò piano.
Come approvazione.
Il ricordo di Niccolò
La prima scalinata che Boruma vide lo colpì al cuore.
Perché la riconobbe subito.
Niccolò lo aveva portato lì anni prima.
Una notte d’estate.
Seduti su quei gradini, guardando la città illuminata.
Niccolò aveva una bottiglia di vino tra le mani e rideva con quella leggerezza di chi ha attraversato l’inferno e ha deciso di non tornarci più.
«Borù,» aveva detto.
«Sai perché mi piace questa città?»
Boruma aveva scrollato le spalle.
«Perché è bella?»
Niccolò aveva scosso la testa.
«Perché è caduta.»
Silenzio.
«E ha deciso di rialzarsi.»
Aveva indicato le case.
«Vedi queste pietre? Sono tutte seconde possibilità.»
Boruma non aveva risposto.
Ma quella frase gli era rimasta dentro.
Perché anche lui, senza dirlo, viveva di seconde possibilità.
Il Mediterraneo degli uomini
Boruma si sedette sugli stessi gradini.
Cru si sdraiò accanto a lui.
Il vento portava odore di cucina, di pane caldo, di basilico.
La vita.
Il filo d’oro al suo polso brillò.
E il Sigillo, sotto la stoffa, ebbe un piccolo battito.
Come se la città stesse parlando.
Non con parole.
Con storie.
Il Mediterraneo era pieno di eroi nei libri.
Ma Boruma capiva sempre di più che la vera leggenda era fatta da persone come Niccolò.
Persone che cadono.
E scelgono di rialzarsi.
L’ombra tra le pietre
Cru sollevò la testa all’improvviso.
Un ringhio basso.
Boruma lo notò subito.
Non era paura.
Era attenzione.
Sulla scalinata, qualche metro più in alto, una figura era appoggiata al muro.
Un uomo.
Magro.
Capelli grigi.
Occhi profondi.
Non sembrava un nemico.
Ma non sembrava neanche un passante.
Quando Boruma lo guardò, l’uomo parlò:
«Sei arrivato più in fretta del previsto.»
Boruma non si alzò.
«E tu mi stavi aspettando.»
L’uomo sorrise.
«La Rosa e il Cactus sanno leggere le rotte.»
Cru smise di ringhiare.
Segno che non era pericolo.
L’uomo scese lentamente i gradini.
Ogni passo sembrava misurato.
«Questa città,» disse guardandosi intorno, «è il posto giusto per iniziare a capire il secondo frammento.»
Boruma strinse la stoffa dove era nascosto il Sigillo.
«Pensavo fosse nascosto in un tempio.»
L’uomo scosse la testa.
«I templi nascondono le reliquie.»
Poi lo fissò negli occhi.
«Le verità invece vivono nelle storie.»
Silenzio.
Il vento passò tra le pietre.
«Qui troverai una storia che non hai ancora capito.»
Boruma sentì un brivido.
«Quale storia?»
L’uomo indicò la città.
«La tua.»
Il primo segno
L’uomo estrasse qualcosa dalla tasca.
Una piccola pietra incisa.
Un simbolo.
Boruma lo riconobbe subito.
Un labirinto.
Lo stesso simbolo trovato nella conchiglia sul mare.
Il Sigillo si scaldò.
Il filo d’oro vibrò.
Cru si alzò.
L’uomo porse la pietra.
«Il secondo frammento del Nome non è qui.»
Fece una pausa.
«Ma la strada per trovarlo inizia da qui.»
Boruma prese la pietra.
Sentì il Sigillo reagire.
Come se due parti di una frase lontana stessero iniziando a parlarsi.
L’uomo sorrise.
«Benvenuto a Ragusa.»
Poi aggiunse:
«Qui le città non insegnano a vincere.»
Guardò le case.
Le chiese.
Le scale.
«Insegnano a ricominciare.»
Boruma si alzò.
Cru gli camminò accanto.
La notte stava scendendo su Ibla e le luci della città iniziavano ad accendersi una dopo l’altra.
Sembravano stelle cadute sulla pietra.
Boruma respirò profondamente.
Il viaggio non lo stava portando soltanto verso Napoli.
Lo stava portando verso ciò che doveva diventare.
E mentre salivano la scalinata, Boruma capì una cosa.
Il Sigillo non cercava eroi.
Cercava uomini che sapessero rialzarsi.
E Ragusa, città costruita sulla caduta e sulla rinascita, era il luogo perfetto per ricordarglielo.

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