La notte a Ragusa era scesa lentamente, come una coperta posata sulle spalle di una città stanca ma orgogliosa.
Boruma aveva dormito poco.
Non per inquietudine.
Perché alcune città non permettono di dormire davvero: ti costringono a ricordare.
Quando il primo chiarore dell’alba filtrò tra le pietre barocche, Boruma era già in piedi.
Cru lo osservava.
L’Akita aveva quella capacità che appartiene solo agli animali e agli uomini molto saggi: sapeva quando una giornata non sarebbe stata una giornata qualsiasi.
Il filo d’oro al polso di Boruma brillava nella luce nuova.
Il Sigillo, sotto la stoffa, emanava un calore costante.
Non era un richiamo.
Era una direzione.
La strada verso Siracusa
Lasciarono Ragusa mentre il sole stava ancora nascendo.
La strada attraversava colline morbide, ulivi antichi e pietre bianche che riflettevano la luce come piccoli specchi.
La Sicilia non era una terra semplice.
Era una terra che parlava.
Ogni campo raccontava una storia.
Ogni rovina era una memoria.
Cru correva qualche metro avanti, poi tornava indietro, come se volesse assicurarsi che Boruma non si perdesse in quei pensieri che lo rendevano spesso silenzioso.
«Tranquillo, ambasciatore,» disse Boruma accarezzandogli la testa.
«Sto solo pensando.»
Cru inclinò la testa.
Come se volesse dire: e quando mai non lo fai?
Boruma sorrise.
Era vero.
Pensare era sempre stato il suo modo di respirare.
Il mare di Ortigia
Quando arrivarono a Siracusa, il Mediterraneo li accolse con una calma quasi irreale.
L’isola di Ortigia appariva come una pietra posata sull’acqua.
Le case color miele.
Le chiese barocche.
Il mare che lambiva i muri antichi con la pazienza di chi ha visto passare millenni.
Boruma si fermò sul lungomare.
Guardò l’acqua.
Quel mare non era lo stesso che aveva attraversato.
Era più antico.
Più profondo.
Come se sotto quelle onde si nascondessero non pesci, ma idee.
Il Sigillo si scaldò.
Cru abbaiò piano.
La città degli uomini che pensavano
Un uomo anziano stava seduto su una panchina di pietra, guardando il mare.
Aveva un cappello di paglia e un giornale piegato sulle ginocchia.
Quando Boruma passò accanto a lui, l’uomo parlò senza alzare lo sguardo.
«Sai perché Siracusa è diversa da tutte le altre città del Mediterraneo?»
Boruma si fermò.
«Perché?»
L’uomo sollevò lentamente gli occhi.
Erano occhi chiari, pieni di tempo.
«Perché qui il mare non ha insegnato a combattere.»
Indicò l’acqua.
«Ha insegnato a pensare.»
Boruma capì subito.
Siracusa.
Archimede.
La Magna Grecia.
La nascita del pensiero.
Il momento in cui l’uomo aveva smesso di spiegare il mondo solo con gli dèi… e aveva iniziato a capirlo con la mente.
Il Sigillo sotto la stoffa ebbe un battito.
Il ricordo di Daniela
Siracusa gli restituì un altro nome.
Daniela.
Capelli chiari, occhi profondi, voce piena di entusiasmo quando parlava della sua città.
L’aveva conosciuta a Firenze, durante gli anni in cui Boruma studiava e cercava di diventare qualcosa che non sapeva ancora definire.
Una sera lei lo aveva portato a vedere il teatro greco.
Il tramonto scendeva sulle pietre antiche.
Daniela aveva detto:
«Qui gli uomini hanno imparato una cosa importante.»
Boruma aveva sorriso.
«Quale?»
Lei aveva indicato il mare.
«Che la verità non appartiene a una sola religione.»
Silenzio.
«Appartiene a chi la cerca.»
Boruma allora non aveva risposto.
Adesso capiva perché quel ricordo tornava proprio lì.
Il Sigillo non voleva unire le religioni per forza.
Voleva ricordare agli uomini ciò che avevano dimenticato.
Che il Mediterraneo era sempre stato un dialogo.
L’eco della Magna Grecia
Cru improvvisamente si fermò.
Il cane fissava il mare.
Boruma lo seguì con lo sguardo.
Le onde si muovevano lentamente, ma c’era qualcosa di diverso nel loro ritmo.
Il Sigillo sotto la stoffa iniziò a pulsare più forte.
Non come una minaccia.
Come una risposta.
Boruma guardò l’acqua.
E per un istante ebbe una sensazione strana.
Come se il mare stesse ricordando.
Le navi greche.
I filosofi.
Le parole che avevano cambiato il mondo.
Socrate.
Platone.
Aristotele.
Uomini che avevano osato fare la domanda più pericolosa di tutte:
perché?
Il filo d’oro al polso di Boruma vibrò.
Cru ringhiò piano.
L’avvertimento
Dietro di loro una voce parlò.
«Le domande sono più pericolose delle spade.»
Boruma si voltò.
Un uomo stava appoggiato al muro di pietra della piazza.
Non era giovane.
Non era vecchio.
Aveva il volto di chi ha attraversato molte storie.
Sul collo portava un piccolo simbolo inciso.
Una rosa e un cactus intrecciati.
Un Custode.
Boruma lo capì subito.
L’uomo lo osservò con calma.
«Siracusa è il posto giusto per capire una cosa.»
Boruma lo fissò.
«Quale?»
L’uomo indicò il mare.
«La Casta teme la verità più di qualsiasi arma.»
Fece una pausa.
«Perché la verità non si può distruggere.»
Il Sigillo si scaldò.
Cru smise di ringhiare.
Il Custode sorrise.
«Il secondo frammento del Nome non è lontano.»
Boruma sentì il cuore accelerare.
«Dove?»
L’uomo indicò l’orizzonte.
«Dove il fuoco incontra il mare.»
Boruma capì.
Catania.
L’Etna.
La città dei suoi amici.
La strada continua
Il Custode si allontanò senza dire altro.
Non sparì.
Semplicemente entrò nella città come un uomo qualunque.
Boruma rimase a guardare il mare.
Il Mediterraneo era calmo.
Ma dentro di lui qualcosa si muoveva.
Il viaggio non era più solo una fuga.
Era una ricerca.
Cru gli si avvicinò e gli appoggiò il muso sulla mano.
Boruma sorrise.
«Hai capito anche tu, vero?»
Cru scodinzolò.
Boruma guardò l’orizzonte.
Catania li stava aspettando.
E con essa il fuoco dell’Etna.
Un luogo perfetto per continuare la leggenda.
Perché il Mediterraneo non era solo mare.
Era terra, fuoco, memoria e uomini.
E Boruma stava imparando a parlare tutte quelle lingue.

Rispondi