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CAPITOLO LXXI — Il Fuoco che Non Mente

Il mare davanti a Catania non era azzurro.

Era scuro. Vivo. Profondo.

Non per assenza di luce… ma per eccesso di memoria.

La barca scivolava lenta, come se anche l’acqua avesse deciso di non avere fretta. Il pescatore remava piano, senza spezzare il ritmo del respiro del Mediterraneo. Cru era in piedi, le zampe ben piantate, il muso rivolto verso la costa.

E lì, davanti a loro, si alzava l’Etna.

Non come una montagna.

Ma come una presenza.

Fumava piano, con quella dignità antica di chi non ha bisogno di urlare per essere temuto. Il cielo attorno sembrava più ampio, più vuoto, come se lasciasse spazio a qualcosa di più grande.

Boruma lo guardò.

E sentì il filo d’oro al polso vibrare.

Non tirava.

Non guidava.

Riconosceva.

«Qui la terra non sopporta le maschere,» disse il pescatore, senza distogliere lo sguardo. «Qui o sei vero… o sei cenere.»

Boruma non rispose.

Perché dentro di lui qualcosa si era già aperto.

Il primo nome: Salvatore

Non arrivò come un ricordo.

Arrivò come una presenza.

Salvatore.

La Tigna.

Non il soprannome, non la battuta, non la superficie.

L’uomo.

Lo vide a Firenze, in quella cena organizzata quasi per caso, presentato da Sebastiano come si presentano le persone importanti senza dirlo davvero.

Alto, robusto, sguardo profondo dietro gli occhiali.

Uno di quelli che non parlano per riempire il silenzio.

Uno di quelli che osservano.

E Boruma, allora, non lo capì subito.

Perché ci sono persone che non fanno rumore entrando nella tua vita…

ma cambiano il modo in cui resti.

Il concorso

Fu lui ad aiutarlo.

Non con parole altisonanti.

Con gesti.

Carte, documenti, moduli.

«Qua devi scrivere così,» diceva, con quella calma che non umilia mai.

Boruma, inesperto, si affidava.

E non era solo aiuto tecnico.

Era presenza.

Il giorno del concorso.

La stazione.

L’attesa.

E poi lui che lo viene a prendere.

Lo accompagna.

Gli mostra la città.

Gli presenta amici.

Rende quel passaggio meno duro.

Meno solo.

La cena che cambia tutto

Como.

Una casa.

Un tavolo.

Vino.

Voci.

Napolina.

Rachele.

La Tigna.

Boruma.

E poi quella frase.

Diretta.

Senza filtro.

«Ma tu sei l’amico gay di Boruma?»

Silenzio.

Il tempo si piegò.

Un secondo.

Due.

Poi…

Salvatore scoppiò a ridere.

Una risata piena, larga, viscerale.

Testa all’indietro.

Mano sulla bocca.

Petto aperto.

E in quella risata…

non c’era difesa.

Non c’era vergogna.

Non c’era più paura.

Solo verità.

Da quel momento, qualcosa cambiò.

Non l’amicizia.

La profondità.

La Cru — il fuoco che pensa

Poi arrivò lui.

La Cru.

Elegante, lucido, tagliente.

Alto, fisico scolpito, mente ancora di più.

Uno di quelli che possono distruggerti con una battuta…

e poi offrirti da mangiare come una madre.

«Borù,» diceva, mentre cucinava, «la vita è semplice. Siamo noi che la complichiamo per sentirci intelligenti.»

I suoi piatti erano racconti.

Catania nel gusto.

Tradizione e orgoglio.

E tra una risata e una provocazione…

insegnava.

Senza mai fare il maestro.

Pinuccia — la leggerezza che salva

E poi Pinuccia.

Più basso.

Capelli folti, sbarazzini.

Occhi vivi.

Voce che sapeva diventare donna per smontare qualsiasi tensione.

«Amò… ma davvero stai facendo tutto questo dramma?»

E Boruma rideva.

Rideva davvero.

Perché con lui…

la vita non era meno seria.

Era più vera.

Le serate.

La musica.

Le luci.

La libertà.

Un mondo dove nessuno ti chiedeva di essere diverso da ciò che eri.

E Boruma, lì dentro, si scatenava.

Non perché cambiava.

Perché smetteva di trattenersi.

Il viaggio — l’amicizia che resiste

Firenze.

Villa Aurora.

Ricordi.

Lingue.

Sogni.

Presentazioni.

Un pomeriggio pieno.

Una sera divisa.

Loro a ballare.

Boruma con i suoi amici.

E poi…

Shelley.

Shelley

Non fu un incontro.

Fu un riconoscimento.

La musica: One More Time.

La gente attorno.

Rumore.

Movimento.

E lei.

Circondata.

Desiderata.

Cercata.

Ma bastò un sorriso.

Uno.

E tutto il resto sparì.

Il ritorno

Notte.

Strada.

Napolina dorme dietro, rannicchiato.

Boruma guida.

Gli occhi pesano.

«Cambio,» dice.

Salvatore prende il volante.

Silenzio.

Asfalto.

Respiri.

Poi…

Como.

Arrivo.

E quella confessione.

«Mi stavo addormentando.»

Boruma annuisce.

Poi lui mostra le mani.

Segni rossi.

«Mi sono morso… per non lasciarvi soli.»

E lì…

Boruma capì.

Che l’amicizia vera non fa promesse.

Le mantiene.

Il dolore — Shelley

E poi…

il buio.

La notizia.

Shelley.

Assenza.

Vuoto.

Il mondo che perde peso.

E lui che non trova più il modo di stare dentro alle cose.

Loro

Non dissero frasi.

Non fecero discorsi.

Rimasero.

Misero su Le fate ignoranti.

Silenzio.

Presenza.

Respiro condiviso.

Poi il libro.

Nazım Hikmet.

E la musica.

Non per guarire.

Per non lasciarlo solo.

Ritorno al presente

Il mare si mosse.

Catania davanti.

L’Etna sopra.

Il Sigillo sotto la stoffa si scaldò.

Il filo d’oro si tese.

Cru si avvicinò.

Boruma guardò la terra.

E capì.

Che quella isola non gli avrebbe dato risposte.

Gli avrebbe chiesto verità.

La frase

Dentro di lui, come un sussurro antico:

“Non sei ciò che hai perso.

Sei ciò che hai scelto di non smettere di amare.”

La barca toccò terra.

E Boruma sorrise.

Non per coraggio.

Perché, finalmente…

non stava più scappando.

Stava arrivando.


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