CAPITOLO LIX — LA CULLA VUOTA

Il labirinto del sale non era fatto solo di corridoi.

Era fatto di attese.

Le pareti bianche riflettevano una luce che non veniva da nessuna torcia, ma sembrava nascere dal sale stesso, come se il mare avesse lasciato lì la memoria delle sue lacrime. Ogni passo di Boruma risuonava secco, eppure morbido, come camminare su ossa antiche.

Cru procedeva avanti, lento, senza ringhiare. Questo, più di ogni rumore, metteva Boruma in allerta. Cru non sentiva un nemico. Sentiva qualcosa di peggio.

Un uomo.

Il Sigillo, sotto la giacca, non pulsava con violenza. Era tiepido. Triste.

Il labirinto si strinse.

Poi una voce.

Non minacciosa. Non seducente.

Spezzata.

«Non avrei voluto che fossi tu.»

Boruma si fermò.

Non riconobbe subito il volto. La luce era obliqua, il sale distorceva i lineamenti. Ma riconobbe la voce.

Quella voce che anni prima gli aveva detto:

L’infermiere nun è nu mestiere. È ‘na missione.

Boruma fece un passo avanti, il cuore che gli saliva in gola.

«Dante…»

L’uomo uscì dall’ombra.

Era invecchiato. Non solo nel viso. Nel modo in cui teneva le spalle. Nel modo in cui gli occhi evitavano lo sguardo. La cicatrice sul sopracciglio — nuova — non era la cosa più dura da guardare.

Era il vuoto.

«Non chiamarmi così,» disse piano. «Quel nome appartiene a un uomo che credeva nei miracoli.»

Cru avanzò di un passo. Annusò l’aria. Poi si sedette.

Non aggressivo.

Vigile.

Come davanti a un malato.

Boruma sentì un colpo al petto più forte di qualsiasi lama.

«Cosa ti hanno fatto?» chiese.

Dante rise. Ma era una risata senza suono.

«Mi hanno dato speranza.»

Boruma capì subito.

Peggio della tortura. Peggio del ricatto.

La speranza.

«Tua moglie?» mormorò.

Dante chiuse gli occhi.

Un uomo grande che si rimpiccioliva.

«Anni, Borù. Anni di tentativi. Medici. Preghiere. Pellegrinaggi. Promesse. Sempre promesse.»

Aprì gli occhi, lucidi. «Poi loro sono arrivati. Non con soldi. Non con potere.»

Deglutì.

«Con un figlio.»

Il labirinto sembrò stringersi di un centimetro.

Boruma non parlò subito.

In quel silenzio c’erano tutti i bambini mai nati del mondo.

«Ti hanno promesso un figlio?» disse piano.

Dante annuì.

«Mi hanno detto che il Sigillo può piegare il destino. Che può correggere gli errori del cielo.»

Si portò una mano al petto. «Io non volevo dominare il mondo, Borù. Io volevo solo sentire qualcuno chiamarmi papà.»

Cru emise un guaito bassissimo.

Boruma fece un passo avanti.

«E in cambio?»

Dante abbassò la testa.

«Ti ho cercato. Ho tracciato la tua strada. Ho passato informazioni. Ho lasciato che ti seguissero.»

Un sussurro. «Io ti ho venduto per un bambino che non esiste ancora.»

Boruma sentì qualcosa spezzarsi dentro.

Non rabbia.

Comprensione.

«E credi davvero che un figlio nato dalla manipolazione sia una benedizione?» chiese.

Dante tremò.

«Io non credo più in niente. Credo solo che senza figli… senza continuità… un uomo si sente inutile.»

Il Sigillo si scaldò.

Non per attacco.

Per risposta.

Boruma posò una mano sul proprio petto.

«Dante, ascoltami. Io ho perso mia madre. Ho perso mia nonna. Ho perso Shelley. Io so cosa vuol dire non avere continuità.»

Fece un respiro. «Ma un figlio non è una cura. È una responsabilità. Non si chiede al mondo. Si merita.»

Dante scosse la testa.

«Tu parli perché il Sigillo ti ha scelto.»

«No,» rispose Boruma. «Io parlo perché non ho mai smesso di restare umano.»

Silenzio.

Il labirinto trattenne il fiato.

Dante estrasse lentamente qualcosa dalla giacca.

Non un’arma.

Un piccolo braccialetto da neonato.

Bianco.

Mai usato.

«Questo doveva essere il segno,» sussurrò. «Mi hanno detto che quando avrei aiutato abbastanza… quando ti avrei fermato… questo avrebbe avuto un nome.»

Boruma sentì gli occhi bruciare.

Cru si alzò.

Si avvicinò a Dante.

Gli leccò la mano.

Non perdono.

Presenza.

Dante crollò in ginocchio.

Un uomo grande piegato da un dolore minuscolo e infinito.

«Io non voglio fermarti più,» disse. «Ma ormai la Casta mi tiene. Se mi tiro indietro…»

«Lo so,» disse Boruma.

Poi fece una cosa che nessuno si aspettava.

Gli mise una mano sulla spalla.

«Allora non tirarti indietro. Cammina con me.»

Dante alzò lo sguardo.

«Morirò.»

Boruma sorrise appena.

«Forse. Ma da uomo. Non da pedina.»

Il Sigillo pulsò una luce lieve.

Non miracolo.

Scelta.

Il labirinto, davanti a loro, aprì un nuovo corridoio.

Non segnato sulle mappe.

Dante lo guardò.

«Non lo vedo.»

Boruma rispose:

«Perché non è per chi controlla. È per chi accompagna.»

Cru si mise in testa.

E per la prima volta da quando aveva tradito se stesso, Dante fece un passo non per la Casta.

Ma per un uomo.

Per un cane.

Per una possibilità.

E il Mediterraneo, anche lì sotto terra, sembrò sorridere.

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