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CAPITOLO LX — DOVE IL SALE DIVENTA OSSO

Il corridoio aperto dal labirinto non conduceva verso il basso.

Conduceva dentro.

Il sale sulle pareti aveva cambiato consistenza: non più granuli, ma venature, come se qualcuno avesse scolpito la montagna con mani pazienti e antichissime. Boruma avanzava senza fretta. Aveva imparato che la velocità è una forma di difesa, ma la lentezza è una forma di verità.

Cru camminava al suo fianco, silenzioso. Il respiro del cane era regolare, ma profondo, come quello di chi sa di essere entrato in un luogo che non accetta menzogne.

Dante li seguiva.

Non parlava.

Ogni tanto Boruma sentiva il peso della sua presenza alle spalle: non come una minaccia, ma come un’ombra che cerca redenzione senza sapere se esista davvero.

Il Sigillo non brillava più.

Era freddo.

E questa era la cosa peggiore.

«Quando tace,» disse Boruma piano, «significa che ascolta.»

Dante annuì.

«O che giudica.»

Il corridoio terminò davanti a una cavità più ampia. Il soffitto era basso, ma al centro si apriva una fenditura da cui filtrava una luce bluastra, lunare, che non avrebbe dovuto essere lì. Sul pavimento, incisi direttamente nel sale, c’erano simboli.

Non alfabeti.

Gesti.

Una mano aperta.

Un cerchio spezzato.

Una spina che fiorisce.

Una rosa che sanguina.

Boruma sentì un nodo alla gola.

«La Rosa e il Cactus…» mormorò.

Dante sussurrò: «Non sono un ordine. Non sono una setta.»

«No,» rispose Boruma. «Sono una scelta.»

Il Sigillo si scaldò appena, come se avesse approvato.

Boruma avanzò di un passo e, senza toccare nulla, capì.

Quelle incisioni non servivano a proteggere un segreto.

Servivano a selezionare chi era disposto a pagare il prezzo.

Dante deglutì. «Io non supererei mai questo luogo.»

Boruma non si voltò.

«Non perché sei cattivo. Ma perché hai chiesto qualcosa che non ti spettava.»

Silenzio.

Cru si sedette, guardando il centro della stanza.

Dal soffitto, lentamente, qualcosa scese.

Non una figura.

Una presenza.

L’aria divenne più densa. Il sale iniziò a sudare. Il Sigillo vibrò come un diapason.

Una voce parlò.

Non maschile.

Non femminile.

Non divina.

Umana.

— Qui non si entra per salvare il mondo.

— Qui si entra per rinunciare a dominarlo. —

Boruma chiuse gli occhi.

Vide Napoli.

Vide il mare al tramonto.

Vide nonna Concetta che impastava.

Vide sua madre che canticchiava.

Vide Shelley seduta sul muretto.

Vide Rosy che non chiedeva nulla.

Vide se stesso correre.

Sempre avanti.

Sempre senza possedere.

«Sono pronto,» disse.

La voce rispose:

— Allora lascia qui ciò che credi di essere. —

Il Sigillo scivolò dal petto di Boruma.

Non cadde.

Restò sospeso nell’aria, come se il sale lo sostenesse.

Boruma fece un passo avanti senza di esso.

Dante trattenne il fiato.

«Boruma… senza il Sigillo sei solo un uomo.»

Boruma sorrise.

«È l’unica cosa che mi interessa essere.»

Cru si alzò e lo seguì.

La luce cambiò.

Il corridoio dietro di loro si chiuse lentamente, senza rumore.

Dante restò indietro.

Non escluso.

In attesa.

La voce parlò un’ultima volta:

— La mappa che non esiste comincia ora.

— Creta sarà la memoria.

— La Sicilia sarà il giudizio.

— Napoli sarà la ferita che decide se restare aperta. —

Buio.

Poi luce.

E Boruma capì che il viaggio non stava più andando verso Napoli.

Stava andando attraverso ciò che Napoli è sempre stata.

Una soglia.


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