La luce che avvolse Boruma non fu un lampo.
Fu un chiarore da alba che nasce sotto la pelle.
Quando riaprì gli occhi, non c’erano più pareti di sale. Non c’era Dante. Non c’era il corridoio. Davanti a lui si stendeva una terra color miele, spaccata dal vento, e un mare lontano che non urlava — respirava.
Creta.
Non come la mostrano le cartoline.
Creta come memoria del mondo.
Cru era lì. Seduto. Vigile. Gli occhi fissi su Boruma come per assicurarsi che non si fosse perso durante il passaggio.
Boruma inspirò profondamente. L’aria aveva un odore antico: timo selvatico, polvere calda, pietra scaldata da secoli di sole. Non era un luogo che accoglieva. Era un luogo che riconosceva.
«Il labirinto…» mormorò.
Ma capì subito.
Il labirinto non era sotto terra.
Era nel tempo.
Ogni passo che faceva sembrava calpestare epoche sovrapposte: sandali di guerrieri, piedi nudi di bambini, passi di donne che avevano atteso uomini mai tornati.
Cru camminava davanti, ma non guidava: accompagnava.
Boruma si sentì improvvisamente leggero.
Troppo.
E fu allora che accadde.
Rosy.
Non un’apparizione.
Non un’illusione.
Un ricordo che cammina.
La vide come l’aveva lasciata: gli occhi d’ambra fermi, la voce che non forzava mai nulla. Non gli parlava. Lo guardava soltanto. E quello sguardo, più di qualsiasi parola, gli fece male.
Perché per la prima volta capì una cosa:
non aveva paura di amare di nuovo.
Aveva paura di sopravvivere a un’altra perdita.
Si fermò.
Il vento piegò le erbe basse.
«Shelley… mamma… nonna…» sussurrò. «Ogni volta che ho amato, ho dovuto imparare a restare.»
Cru si avvicinò e appoggiò il muso sulla sua mano. Non consolazione. Presenza.
Il Sigillo non c’era più sul suo petto.
Eppure Boruma sentiva qualcosa vibrare dentro di sé, nel punto esatto dove si sente il pianto che non esce.
Allora la terra davanti a lui cambiò.
Si aprì una fenditura nel suolo, non come una ferita, ma come una bocca che pronuncia un nome.
E vide.
Un filo.
Sottile. Dorato. Che correva sul terreno e si perdeva all’orizzonte.
Arianna.
Ma non era il filo per uscire.
Era il filo per non perdersi dentro.
Una voce — non del mare, non della caverna — ma del luogo stesso, parlò:
— L’amore non è il filo che ti salva.
— È il filo che ti espone. —
Boruma sentì il petto stringersi.
Rosy non era una ricompensa.
Era una scelta.
Amare lei avrebbe significato accettare che nulla è garantito. Che la perdita è sempre possibile. Che la vita non promette restituzioni.
«E allora?» disse a voce alta.
Il vento rispose.
Non con parole.
Con il silenzio di chi ha già detto tutto.
Boruma si piegò, prese quel filo e lo avvolse attorno al polso.
Non legava.
Ricordava.
Cru abbaiò una volta sola. Come un segnale.
Boruma alzò lo sguardo verso il mare cretese. Lontano, sull’acqua, una macchia scura si muoveva. Una nave. Nessuna bandiera. Nessuna luce.
La Casta non si era fermata.
Ma ora non lo cercavano solo per il Sigillo.
Lo cercavano perché aveva superato la soglia in cui un uomo diventa simbolo.
Boruma sorrise piano.
«Rosy… non ti prometto di non perderti. Ti prometto di non scappare.»
E riprese a camminare.
Non verso la nave.
Verso l’interno dell’isola.
Perché Creta non è un luogo da attraversare.
È un luogo che ti attraversa.
E il filo d’oro, al suo polso, tremò.
Come se sapesse che l’amore non salva dalla morte.
Salva dalla paura di vivere.

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