CAPITOLO LXII — Dove il Mostro non ha volto

Creta non fece rumore quando la nave apparve.

Fu il vento a tradirla.

Un vento improvviso, che scese dalle colline come un animale spaventato e piegò l’erba, sollevò polvere, fece vibrare il filo dorato al polso di Boruma.

Cru si fermò di colpo. Orecchie tese. Zampa sospesa a mezz’aria.

Boruma alzò lo sguardo.

Lontano, sul mare color stagno, una sagoma scura avanzava lenta. Non aveva insegne. Non aveva nome. Aveva soltanto una direzione.

Lui.

Non il Sigillo.

Non la leggenda.

Lui.

«Non si arrendono mai,» mormorò.

Ma la sua voce non era stanca. Era lucida.

Creta, intanto, non sembrava preoccuparsi. Le rocce restavano immobili, i cespugli di timo continuavano a profumare l’aria. L’isola non proteggeva nessuno.

L’isola metteva a nudo.

Il sogno che non dorme

Mentre camminavano verso l’interno, la terra si fece più chiara, quasi bianca. Le rovine di pietra affioravano come ossa sotto la pelle del tempo. Colonne spezzate, gradini consumati, un muro che non delimitava più nulla.

Boruma sentì un capogiro.

Non cadde.

Fu come se qualcosa lo attraversasse.

Un’immagine.

Napoli.

Ma non quella che si vede. Quella che si sente.

Il centro storico all’alba. L’odore del caffè che sale dalle cucine. Le voci delle donne che stendono i panni. Le chiese che respirano silenzio. Il Vesuvio che guarda senza giudicare.

Poi la scena cambiò.

Lui bambino. La nonna Concetta in cucina. Il sugo che borbotta. La madre che canta piano. Nonno Raffaele che legge il giornale e commenta la storia come fosse una cosa viva.

E in mezzo a loro… Rosy.

Non come ospite.

Come presenza naturale, come se fosse sempre stata lì.

Boruma sentì il cuore stringersi.

Una voce, dolce e ferma insieme, parlò dal sogno:

— Non ti manca una casa.

— Ti manca il coraggio di abitarla. —

Si svegliò in piedi, senza essersi mai sdraiato.

Cru lo fissava.

Boruma capì: il sogno non veniva dal sonno. Veniva dalla soglia che aveva attraversato.

Il Custode del Labirinto

Le rovine si aprirono su uno spiazzo circolare. Al centro, una figura seduta su un blocco di pietra.

Non un guerriero.

Non un sacerdote.

Una donna.

Capelli bianchi raccolti in una treccia lunga. Pelle scura, segnata dal sole e dagli anni. Occhi limpidi come acqua che non ha mai mentito.

Accanto a lei, una maschera di toro.

Non indossata.

Posata.

Come una verità che non serve più nascondere.

Cru si avvicinò senza paura.

Boruma fece un passo.

«Sei la custode?»

La donna sorrise.

«No. Io sono quella che è rimasta.»

«Di cosa?»

«Della storia vera.»

Indicò la maschera.

«Il Minotauro non era un mostro. Era un figlio diverso. E gli uomini, quando non capiscono, costruiscono labirinti.»

Boruma sentì un brivido.

La donna lo guardò negli occhi.

«Tu non stai fuggendo da un mostro. Stai camminando verso la tua parte che ha paura di essere felice.»

Il filo dorato al polso vibrò.

«Rosy,» sussurrò lui.

La donna annuì.

«L’amore non ti indebolisce. Ti rende vulnerabile. E per questo sei pericoloso per la Casta.»

Boruma inspirò lentamente.

«Perché?»

«Perché chi accetta di perdere non può essere ricattato.»

Silenzio.

Poi la donna aggiunse:

«Ma ora viene il momento del sangue.»

L’attacco

Un boato dal mare.

La nave aveva lanciato un segnale.

Droni neri si sollevarono come corvi meccanici e avanzarono verso l’isola.

Cru ringhiò.

Boruma si voltò.

La custode non si mosse.

«Questo è il tuo labirinto,» disse. «Non fatto di muri. Fatto di scelte.»

Un drone si abbassò in picchiata.

Boruma non scappò.

Prese una pietra.

Non per colpire.

Per restare saldo.

Il filo al polso brillò.

Il Sigillo, che non era più oggetto ma memoria viva, pulsò dentro di lui.

E accadde qualcosa che nessuna tecnologia poteva prevedere.

Il vento cambiò direzione.

Non forte.

Preciso.

I droni persero assetto, come se l’aria stessa rifiutasse la loro presenza. Due precipitarono tra le rocce. Il terzo tornò indietro.

La nave restò al largo.

La custode guardò il mare.

«Non combattono te. Combattono ciò che diventerai.»

Boruma restò immobile, il respiro profondo.

Non trionfo.

Non paura.

Solo consapevolezza.

La rivelazione

La donna si alzò.

«Creta ti ha dato il filo. La Sicilia ti darà la verità. Napoli…»

Si fermò.

Boruma la guardò.

«Napoli ti chiederà di scegliere tra proteggere il mondo… o proteggere ciò che ami.»

Silenzio.

Cru si sedette accanto a lui.

Il vento tornò normale.

Il mare fingeva di non aver visto nulla.

Boruma guardò l’orizzonte.

Non cercava la nave.

Cercava la direzione.

E per la prima volta capì che la leggenda del Mediterraneo non era scritta nelle acque.

Era scritta negli uomini che decidono di amare anche quando sanno di poter perdere tutto.

«Andiamo,» disse.

E riprese a camminare.

Non come eroe.

Come uomo.

Con un filo al polso.

Un nome nel petto.

E un amore che stava smettendo di essere paura.

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