Il mare quella notte non era soltanto mare.
Era una pagina aperta.
La barca avanzava lenta, fendendo l’acqua come una penna che scrive senza fretta su un foglio antico. Il cielo sopra Boruma non aveva stelle ferme: sembravano respirare, come se il firmamento stesso fosse vivo e vegliasse sul suo passaggio.
Cru dormiva accanto ai suoi piedi, ma non era un sonno profondo: le orecchie tremavano a ogni mutamento dell’aria, come se stesse ascoltando sogni non suoi.
Boruma invece non dormiva.
Guardava.
E pensava.
Il filo d’oro legato al suo polso brillava appena, non di luce propria ma di riflesso, come se raccogliesse frammenti invisibili di luna e li custodisse. Non stringeva, non pesava. Eppure si sentiva. Non sulla pelle.
Dentro.
Gli dava la stessa sensazione che provava da bambino quando sua madre gli posava la mano sulla testa senza dire nulla. Protezione muta. Presenza pura.
Inspirò lentamente.
L’odore del mare cambiava a ogni miglio. Non era fantasia: chi vive davvero l’acqua lo sa. Il Mediterraneo non ha un solo respiro — ne ha mille. In quel tratto sapeva di pietra antica, di alghe profonde, di vento che aveva toccato terre lontane prima di arrivare lì.
Era l’odore delle civiltà.
Boruma sorrise piano.
«Sai una cosa, ambasciatore…» mormorò, sfiorando il dorso di Cru con il piede. «Il mare è l’unico posto dove nessuno è straniero.»
Cru aprì un occhio solo, come se avesse capito, poi lo richiuse soddisfatto.
Davanti a loro, l’orizzonte mutò.
All’inizio fu solo un’ombra.
Poi una linea.
Poi una forma.
La Sicilia.
Non apparve come una terra, ma come un’apparizione. Dal buio emerse lentamente una massa scura, ma non minacciosa: solenne. Le montagne sembravano spalle di giganti addormentati, e sopra di esse il cielo si schiariva appena, come se l’isola emanasse una luce propria.
Boruma sentì qualcosa stringergli il petto.
Non nostalgia.
Riconoscimento.
Aveva visto quelle coste anni prima — con Morena, con Niccolò, con amici che la vita gli aveva regalato come si regalano i miracoli: senza preavviso. Ricordò San Vito Lo Capo e il vento caldo tra i capelli, la Riserva dello Zingaro che sembrava un dipinto ancora bagnato, Palermo rumorosa e viva come una risata.
Ricordò Ragusa Ibla al tramonto, quando le pietre diventano miele e le strade sembrano preghiere.
Ricordò Tigna, Cru e Pinuccia — le loro risate larghe, la libertà nei gesti, la naturalezza con cui gli avevano insegnato che la diversità non è distanza ma colore.
Ricordò Addolorata, che parlava piano come chi ha rispetto dei silenzi.
Ricordò Daniela, che raccontava Siracusa come se fosse una dea e non una città.
Ogni ricordo non faceva male.
Scaldava.
Boruma capì allora una cosa semplice, limpida come acqua di fonte:
non erano le persone a mancargli.
Era l’amore che avevano lasciato.
E quello non se ne va mai.
Il filo d’oro al polso vibrò appena.
Non un tremito.
Un assenso.
Come se qualcosa — o qualcuno — avesse ascoltato quel pensiero e avesse annuito.
Boruma abbassò lo sguardo sul filo.
«Allora è vero…» sussurrò. «Se uno ama davvero… non perde mai niente.»
Il mare sotto la barca fece un suono più pieno, come una voce che approva.
⸻
La Sicilia intanto cresceva.
Non era più solo profilo: si distinguevano le rientranze della costa, i promontori, le insenature. In un punto lontano, una luce tremolava — forse un faro, forse una casa, forse un pescatore che parlava con Dio senza saperlo.
Boruma sentì un nodo dolce in gola.
Pensò alla misericordia.
Non quella delle prediche.
Quella vera.
Quella che aveva visto negli occhi dei malati quando qualcuno li ascoltava davvero.
Quella che aveva sentito nelle mani di Dante quando gli aveva detto che il bene è più contagioso del male.
Quella che aveva riconosciuto negli sguardi dei pescatori della Lobra, nelle rughe di nonna Concetta, nelle parole lente di nonno Raffaele.
Misericordia non era perdono.
Era comprensione.
Capire che ogni uomo combatte una guerra che non si vede.
Boruma passò il pollice sul filo d’oro.
«Se questo viaggio serve a qualcosa,» disse piano, «spero serva a ricordarlo al mondo.»
Cru aprì gli occhi di colpo.
Non per il tono.
Per l’aria.
Il vento cambiò direzione.
Non più alle spalle.
Davanti.
La barca rallentò.
Il pescatore al timone aggrottò la fronte e guardò il mare come si guarda un volto umano.
«Strano…» mormorò.
«Cosa?» chiese Boruma.
L’uomo non rispose subito. Poi disse:
«Il Mediterraneo non fa mai nulla senza motivo.»
Il filo d’oro si scaldò.
Non bruciava.
Avvertiva.
Boruma lo sentì chiaramente: non era un pericolo.
Era una presenza.
Sotto.
Non sotto la barca.
Sotto il mare.
Cru si alzò lentamente. Il pelo sul dorso non era ritto per paura — era teso come quando riconosce qualcosa di importante.
L’acqua davanti alla prua tremò.
Non un’onda.
Un respiro.
Boruma non indietreggiò.
Fece l’unica cosa che aveva imparato a fare davvero nella vita:
restò.
Il mare si gonfiò appena, come un petto che inspira.
Poi — lentissimamente — dalla superficie emerse qualcosa.
Non un mostro.
Non un relitto.
Non un’ombra.
Un simbolo.
Solo per un istante.
Una forma fatta d’acqua e luce: una rosa intrecciata a un cactus.
Poi sparì.
Il pescatore cadde in ginocchio.
«Custodi…» sussurrò.
Boruma rimase immobile.
Il cuore non batteva più forte.
Batteva più giusto.
⸻
La Sicilia davanti a loro respirava luce d’alba.
E Boruma capì.
Non stava arrivando a un’isola.
Stava arrivando a una risposta.
E per la prima volta da quando il viaggio era cominciato, non provò né timore né attesa.
Solo gratitudine.
Per il mare.
Per il filo.
Per l’amore ricevuto.
Per quello che ancora non sapeva di saper dare.
Accarezzò la testa di Cru.
«Andiamo,» disse piano.
La barca riprese a muoversi.
E il Mediterraneo — antico giudice, antico padre — li lasciò passare.
Ma sotto la superficie, invisibile a tutti tranne che al destino, qualcosa li stava già seguendo.

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