L’alba non arrivò.
Si insinuò.
Come una mano che apre piano le tende per non svegliare chi sogna troppo forte.
La Sicilia emerse dal buio con lentezza solenne. Non era soltanto terra: era stratificazione. Roccia su roccia. Civiltà su civiltà. Greci, arabi, normanni, santi, pirati, contadini, poeti. Ogni popolo aveva lasciato una parola e se n’era andato. L’isola le aveva custodite tutte.
Boruma la guardò come si guarda una donna che ha sofferto ma non si è piegata.
Cru, in piedi, scrutava la costa. Il vento ora aveva un odore diverso: finocchietto selvatico, polvere tiepida, agrumi ancora addormentati. Non era l’Egitto. Non era Gaza. Non era Creta.
Era casa e non casa insieme.
Il filo d’oro al polso si scaldò.
Non forte.
Giusto.
Boruma chiuse gli occhi un istante.
E la memoria lo attraversò.
San Vito lo Capo.
Morena che rideva con il vento nei capelli.
La Riserva dello Zingaro, dove l’acqua sembrava vetro liquido.
Palermo rumorosa come un’orchestra senza spartito.
Poi Ragusa Ibla con Niccolò, strappato alla droga e restituito alla cucina. «La vita è un impasto,» diceva Niccolò. «Se sbagli il tempo di lievitazione, non è colpa della farina.»
Poi Tigna, Cru, Pinuccia. Le loro mani che gesticolavano raccontando leggende di Sirene e paladini, di santi e peccatori. «Amore è amore,» dicevano. «Chi lo divide è più povero di chi non lo riceve.»
Poi Addolorata, silenziosa come certe chiese.
Poi Daniela, che parlava di Siracusa come di una dea ferita.
Boruma non sentì dolore.
Sentì costruzione.
Tutte quelle storie non erano state deviazioni.
Erano pietre.
Il mare rallentò la barca senza che nessuno toccasse il motore.
Il pescatore guardò l’acqua.
«Qui sotto,» disse piano, «dormono le prime parole.»
«Quali parole?» chiese Boruma.
«Quelle che il Sigillo non può leggere finché tu non le accetti.»
Il filo vibrò.
Cru ringhiò.
Non verso la costa.
Verso il cielo.
Un’ombra attraversò l’alba.
Non un uccello.
Non una nube.
Una forma lunga, sottile, quasi un taglio nell’aria.
Boruma alzò lo sguardo.
Sulla scogliera, tra le rocce ancora blu di notte, una figura.
Ferma.
Alta.
Il vento le sollevava il mantello.
Non era l’uomo della cicatrice.
Era una donna.
Non Nayla.
Qualcosa di diverso.
Non giovane.
Non anziana.
Non bella nel senso comune.
Era necessaria.
Il pescatore sussurrò: «La Custode del Sale.»
La figura fece un solo gesto.
Un dito verso terra.
Invito.
Boruma scese dalla barca senza parlare.
Cru lo seguì.
Appena i piedi toccarono la sabbia, il filo d’oro si tese leggermente.
Come se si collegasse a qualcosa sotto i granelli.
La donna parlò.
La sua voce non era dolce.
Era netta.
«Tu porti il Sigillo. Ma non sai ancora cosa pesa davvero.»
Boruma non abbassò lo sguardo.
«So che la Casta vuole distruggerlo.»
«No,» rispose lei. «La Casta vuole usarlo.»
Silenzio.
Il mare dietro di loro respirava più lento.
«Il Sigillo non unisce soltanto le religioni,» continuò la donna. «Unisce le colpe.»
Boruma sentì il cuore rallentare.
«Spiegati.»
La donna fece un passo avanti.
«Ogni popolo del Mediterraneo ha tradito l’amore almeno una volta. Ogni fede ha usato Dio come arma. Il Sigillo non mostra solo la verità divina. Mostra la responsabilità umana.»
Il filo si scaldò.
Cru abbassò il capo.
Boruma capì.
La Casta non temeva l’unione.
Temeva lo smascheramento.
La donna lo fissò.
«Vuoi davvero aprire il Nome?»
«Sì.»
«Allora devi essere pronto a vedere anche le ombre di chi ami.»
Il vento cambiò.
Un rumore.
Non motori.
Passi.
Dalle rocce emersero tre figure.
Non armate.
Non mascherate.
Uomini comuni.
Vestiti semplici.
Volti stanchi.
Ma negli occhi… la stessa luce fanatica che Boruma aveva visto nella Casta.
«Loro sono la nuova forma,» disse la donna. «Non più soldati. Non più setta. Opinione.»
Uno degli uomini parlò.
«Tu sei il problema, Boruma.»
«Perché?» chiese lui.
«Perché racconti un amore che non divide. E noi viviamo di divisione.»
Boruma sorrise appena.
«È un mestiere povero.»
L’uomo si avvicinò.
«Non capisci. Se il Sigillo viene completato, i miti cadranno. Le versioni cadranno. I racconti che abbiamo costruito per governare cadranno.»
«Forse è tempo che cadano.»
L’uomo scosse il capo.
«E cosa resterà?»
Boruma fece un passo avanti.
«La misericordia.»
Silenzio.
Il mare tacque.
La Custode del Sale osservava senza intervenire.
L’uomo guardò il filo d’oro.
«Sai cosa significa quello?»
Boruma lo strinse.
«Protezione.»
«No,» disse l’uomo. «Significa legame. E ogni legame può essere spezzato.»
Il vento si fece più forte.
Cru si mise davanti a Boruma.
Il filo d’oro si tese.
E in quel momento Boruma sentì qualcosa che non aveva previsto.
Non paura.
Dubbio.
Per un istante pensò a Dante.
Alla sua debolezza.
Al dolore silenzioso per i figli mai arrivati.
Alla tentazione di credere che Dio fosse ingiusto.
E capì.
La Casta non nasce dal male puro.
Nasce da una ferita che non trova senso.
Boruma alzò lo sguardo.
«Avete sofferto,» disse agli uomini.
Il più giovane vacillò.
«Questo non vi dà il diritto di spegnere la speranza.»
Uno di loro fece un gesto rapido.
Un coltello.
Non verso il petto.
Verso il filo.
Cru balzò.
Il coltello colpì il polso di Boruma.
Un taglio leggero.
Il filo si tinse di rosso.
Il mare ruggì.
Non un’onda.
Un suono.
Profondo.
La Custode del Sale gridò:
«Avete scelto!»
Il sangue di Boruma toccò la sabbia.
E il filo non si spezzò.
Brillò.
Luce viva.
Le incisioni invisibili del Sigillo si accesero sotto la stoffa.
E una frase si completò per la prima volta, non nell’aria ma nella coscienza di Boruma:
L’AMORE NON È DEBOLEZZA. È RESPONSABILITÀ.
Gli uomini arretrarono.
Non per paura del mare.
Perché avevano visto.
Cru ringhiava, ma non attaccava più.
Boruma guardò il sangue sul polso.
Non tremava.
«Il prezzo…» sussurrò.
Napoli ti darà il prezzo.
Lo aveva detto il mare.
Adesso capiva.
Non era morte.
Era esposizione.
La donna lo guardò con rispetto nuovo.
«Adesso puoi entrare nell’isola.»
«E loro?» chiese Boruma.
«Devono scegliere.»
Gli uomini si allontanarono lentamente.
Non sconfitti.
Non convinti.
Scossi.
Boruma inspirò.
Il filo d’oro tornò caldo, ma stabile.
Cru si appoggiò alla sua gamba.
La Sicilia davanti non era più solo terra.
Era prova.
E Boruma capì che il viaggio non lo stava conducendo a Napoli.
Lo stava conducendo a una verità più grande:
non basta amare.
Bisogna restare.
Anche quando costa.
Anche quando sanguina.
Anche quando il mondo preferirebbe che tu tacessi.
Boruma guardò il mare un’ultima volta.
«Andiamo,» disse piano.
E mentre avanzava verso l’interno dell’isola, il Mediterraneo non cantava più.
Ascoltava.

Lascia un commento