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CAPITOLO LXXXV — Il Cristo che Respira

La luce tornò lentamente.

Non tutta insieme.

Prima il frigorifero.

Poi il neon sopra il tavolo.

Infine Napoli.

Fuori dalla finestra, il golfo continuava a brillare come se nulla fosse accaduto. Motorini lontani, una sirena sul lungomare, qualcuno che rideva in strada. La città aveva questo talento crudele: riusciva a sembrare eterna anche quando qualcosa, nelle sue viscere, stava cambiando per sempre.

Dentro la cucina invece nessuno parlava.

Il simbolo inciso sul tavolo era ancora lì.

La rosa.

Il cactus.

E quella sensazione insopportabile di essere stati osservati mentre abbassavano il cuore.

Cru continuava a fissare la finestra aperta.

Non abbaiava più.

Adesso ascoltava.

Che era peggio.

Napolina fu il primo a rompere il silenzio.

«Ok.» Inspirò profondamente. «Da domani io torno a fare una vita normale. Ansia, colesterolo e bollette mi bastavano già.»

Rosy accennò un sorriso.

Boruma invece guardava il simbolo sul tavolo.

Immobile.

Alessio lo osservò.

«Lo conosci, vero?»

Boruma annuì piano.

«Noi pensavamo che la Casta volesse il Sigillo.» Fece una pausa. «Adesso credo voglia qualcosa che il Sigillo può svegliare.»

Valerio era ancora vicino alla finestra. Gli occhi persi nel buio del vicolo.

«E se l’uomo con la cicatrice avesse detto la verità?»

La domanda rimase sospesa sopra di loro come il fumo lento del ragù ormai freddo.

Rosy si avvicinò a Boruma.

«Tu cosa senti?»

Lui abbassò lo sguardo sul filo d’oro al polso.

Per la prima volta da giorni… era freddo.

E quella cosa lo inquietò più del resto.

«Sento Napoli,» disse piano. «Ma non la Napoli di sopra.»

Napolina si sedette lentamente.

«Borù, guarda che detta così sembri uno che ha mangiato funghi sbagliati.»

Boruma sorrise appena.

Ed era proprio quello il problema.

Sorrideva sempre quando qualcosa dentro di lui stava cedendo.

La donna delle chiavi non aveva toccato cibo.

Era rimasta vicino alla finestra per tutto il tempo, come se aspettasse qualcosa.

O qualcuno.

Quando finalmente parlò, la sua voce sembrò arrivare da molto lontano.

«Il primo Custode di Napoli non viveva in un palazzo.»

Tutti si voltarono.

«Viveva sotto terra.»

Valerio si irrigidì appena.

«Nelle catacombe?»

Lei scosse lentamente il capo.

«Prima.»

Fece una pausa.

«Molto prima.»

Napolina sospirò.

«Perfetto. Adesso pure gli antichi fantasmi sotterranei. Benissimo.»

La donna la ignorò.

«Quando i greci arrivarono qui… trovarono già qualcosa.»

Boruma sentì un brivido corrergli lungo la schiena.

«Cosa?»

La donna lo guardò dritto negli occhi.

«Una città che respirava.»

Silenzio.

Fuori, il vento del mare colpì piano i vetri.

«Napoli è costruita sopra cavità che nessuno ha mai esplorato davvero. Luoghi che non compaiono sulle mappe. Gallerie che cambiano forma.»

Alessio aggrottò la fronte.

«È impossibile.»

«Anche il Sigillo lo era.»

E quella risposta bastò.

Cru si alzò lentamente.

Pelo ritto.

Occhi fissi sulla donna.

Non ringhiava.

Ma era inquieto.

Come se stesse cercando di capire se fidarsi.

Rosy lo notò subito.

«Lui sente qualcosa.»

Boruma annuì.

«Cru non ha paura delle persone cattive.»

Valerio si voltò verso di lui.

«E allora di cosa ha paura?»

Boruma guardò il cane.

Poi la donna.

E quando rispose… la cucina sembrò diventare più fredda.

«Di quelle spezzate.»

Silenzio.

Per la prima volta gli occhi della donna vacillarono davvero.

E Boruma capì.

Lei conosceva la Casta molto più di quanto avesse raccontato.

«Domani andrete alla Cappella San Severo,» disse infine.

Napolina spalancò gli occhi.

«Ah perfetto. Quindi passiamo direttamente dal ragù agli alchimisti.»

Rosy rise piano.

Perfino Alessio lasciò uscire un sorriso.

Ma Valerio no.

Lui guardava Boruma.

E Boruma guardava il vuoto.

Perché quel nome aveva acceso qualcosa dentro di lui.

Un ricordo.

Non nitido.

Una frase.

Una voce femminile.

Shelley.

“Ci sono posti dove la bellezza diventa così perfetta da fare paura.”

Il Cristo Velato.

Boruma lo aveva visto tanti anni prima.

E ricordava ancora la sensazione.

Non ammirazione.

Vertigine.

Come se quel marmo sapesse qualcosa sugli esseri umani che gli esseri umani stessi ignoravano.

La notte avanzò lentamente.

Napoli fuori continuava a vivere.

Ma dentro quella casa nessuno riusciva davvero a dormire.

Rosy uscì sul piccolo balcone poco dopo mezzanotte.

Aveva bisogno d’aria.

Il mare si vedeva appena, lontano, nero e immenso sotto la luna.

Boruma la raggiunse senza fare rumore.

Per qualche secondo rimasero semplicemente lì.

Vicini.

Non abbastanza da sfiorarsi.

Abbastanza da sentirsi.

«Hai paura?» chiese lei piano.

Boruma sorrise appena.

«Sempre.»

Rosy abbassò lo sguardo.

«E allora perché continui?»

Lui guardò il golfo.

Punta Campanella lontana.

Le luci disperse verso Posillipo.

Il vento pieno di salsedine.

E dentro quel silenzio trovò finalmente la verità.

«Perché certe cose…» disse piano, «se nessuno le protegge… spariscono.»

Rosy lo osservò.

Non il Boruma ironico.

Non quello forte.

Quello vero.

Quello stanco.

Quello che continuava a portare sulle spalle il dolore degli altri come se fosse un dovere naturale.

«E chi protegge te?» sussurrò.

Boruma non rispose subito.

Cru comparve accanto a loro e si sdraiò ai loro piedi.

Come un guardiano antico.

Boruma abbassò lentamente lo sguardo verso Rosy.

E per la prima volta da moltissimo tempo…

non sembrò un uomo in fuga.

Sembrò semplicemente un uomo.

Il vento attraversò il balcone.

Napoli respirava.

E da qualche parte, sotto la città…

qualcuno stava già aspettando il loro arrivo alla Cappella San Severo.


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