La mano emerse lentamente dalla crepa.
Pallida.
Antica.
Umana.
Nessuno parlò.
Le vene dorate continuavano a pulsare nel pavimento della Cappella San Severo come arterie nascoste sotto la pelle di Napoli.
Cru ringhiava.
Rosy tratteneva il respiro.
Alessio si era posizionato istintivamente davanti a Valerio.
Come aveva fatto tutta la vita.
Senza pensarci.
Senza chiedersi perché.
Boruma guardava quella mano.
E più la osservava…
meno gli sembrava minacciosa.
Sembrava triste.
Poi accadde qualcosa di assurdo.
La mano si aprì.
Lentamente.
Nel palmo c’era un oggetto.
Piccolo.
Consumata dal tempo.
Una conchiglia.
Napolina sbatté le palpebre.
Una volta.
Due.
Tre.
«Scusatemi…»
Indicò la crepa.
«Abbiamo appena aperto una voragine mistica sotto Napoli e ci restituisce una conchiglia?»
Nessuno rispose.
Perché Boruma aveva già capito.
La riconosceva.
Non quella specifica.
Ma il simbolo.
Il mare.
Sempre il mare.
La donna delle chiavi si inginocchiò.
Le lacrime comparvero improvvisamente nei suoi occhi.
«Non può essere.»
L’uomo con la cicatrice impallidì.
«No.»
Valerio si voltò.
«Che cos’è?»
La risposta arrivò quasi sussurrata.
«Il Richiamo.»
La Cappella tremò.
Non forte.
Come un animale che cambia posizione nel sonno.
E all’improvviso tutte le vene dorate si spensero.
Una dopo l’altra.
Silenzio.
Buio.
Poi…
una sola linea rimase accesa.
Una.
Sottile.
Dorata.
Partiva dal centro della Cappella.
E correva verso l’esterno.
Verso Napoli.
Come una strada luminosa.
Come un filo di Arianna.
Come una promessa.
Boruma la seguì con lo sguardo.
La linea sembrava attraversare:
vicoli
chiese
piazze
palazzi
Come se la città fosse una mappa viva.
Rosy sussurrò:
«Dove porta?»
La donna delle chiavi chiuse gli occhi.
Come chi riconosce una vecchia ferita.
«Al mare.»
Fuori.
Napoli li accolse con il sole.
Un sole diverso.
Dopo ore passate nel ventre della città la luce sembrava quasi irreale.
Attraversarono il centro antico.
Passarono accanto ai decumani.
Alle pietre consumate da duemila anni di passi.
Alle edicole votive.
Ai balconi da cui pendevano panni colorati come bandiere.
A una vecchia che litigava con qualcuno al telefono mentre contemporaneamente recitava il rosario.
Napolina si fermò.
La osservò.
«Ecco.»
Indicò la donna.
«Questa è Napoli.»
«Perché?» chiese Rosy.
«Perché riesce a discutere con una persona e con Dio nello stesso momento.»
Perfino Boruma rise.
La linea dorata continuava.
Li guidava.
Attraverso piazze.
Attraverso storie.
Attraverso secoli.
E mentre camminavano, Boruma sentiva qualcosa crescere.
Non paura.
Meraviglia.
Arrivarono a Piazza del Gesù.
L’obelisco sembrava toccare il cielo.
La Chiesa del Gesù Nuovo li osservava con la sua facciata misteriosa.
Valerio si fermò.
«Sapete che alcuni dicono che questi simboli siano una musica?»
Napolina sospirò.
«Perfetto.»
«Che c’è adesso?»
«Adesso pure i muri fanno i concerti.»
Ma fu Boruma a fermarsi.
Perché qualcosa era cambiato.
Rosy gli era accanto.
Molto vicina.
Senza accorgersene.
Senza cercarlo.
Come se fosse naturale.
Come se quella distanza si fosse ridotta poco alla volta.
Passo dopo passo.
Ferita dopo ferita.
Il vento portò l’odore del mare.
Capri era invisibile da lì.
Ma presente.
Come certi amori.
Come certi ricordi.
Come certe promesse.
E Boruma sentì chiaramente una verità:
il viaggio verso il Sigillo stava diventando anche un viaggio verso sé stesso.
Ed era forse quello il pericolo più grande.
La linea dorata proseguiva ancora.
Verso occidente.
Verso il golfo.
Verso Posillipo.
Verso il luogo dove il mare incontra i sogni.
E mentre il gruppo riprendeva il cammino…
nessuno si accorse della figura immobile che li osservava dall’alto di una terrazza.
Un uomo.
Vestito di bianco.
Volto nascosto.
Una rosa ricamata sul petto.
E un cactus nero sulla manica.
Che sorrise.
Come se li stesse aspettando da molto tempo.

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