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Capitolo II

Il nome sotto il sale

Il «porca miseria» di Ettore rimase tra loro, più pesante della cartellina che Karim aveva posato sul tavolo.

«Giulio Ferrante», ripeté Ettore.

Mara non distolse lo sguardo. «È il nome con cui quell’uomo è stato registrato diciassette anni fa. Andrea Serra era quello che usava adesso.»

«E in mezzo ci sono diciassette anni di niente.»

«Di assenza», disse Karim. «Il niente è più semplice da archiviare.»

Il commissariato mobile era stato allestito in una saletta del Moonlight Sorrento, lontano dalla hall. Dalla porta socchiusa arrivava il rumore educato delle stoviglie: tazze, piattini, il cucchiaino di qualcuno che continuava a girare il caffè anche dopo averlo finito. Fuori, il mare non si vedeva più. Restava l’odore, una presenza salata che filtrava dalle finestre e si mescolava al detergente usato per pulire il pavimento.

Ettore guardò la fotografia sul tavolo. Non quella del morto: la vecchia immagine della squadra di pallanuoto, con i ragazzi stretti in una fila che non riusciva a sembrare ordinata. I volti erano giovani, le spalle già tese. La stampa era rovinata, ma il numero sulla cuffia del ragazzo si distingueva abbastanza: Mara lo aveva già confrontato con quello della cuffia trovata nella mano di Giulio. Era lo stesso.

«La cuffia era nella sua mano?» chiese Karim.

«Quando l’ho visto, sì.»

«La mano era chiusa?»

«Non del tutto. Come se la stesse tenendo, ma senza più forza.»

Karim annotò la risposta. Non sembrava cercare un colpevole nella voce di Ettore; cercava una sequenza che potesse reggere anche fuori da quella stanza.

«Hai toccato qualcosa?»

«No.»

«Ti sei avvicinato?»

«Quanto basta per capire che non respirava. Poi mi sono fermato.»

«Bene.»

Ettore sollevò un sopracciglio. «È raro ricevere complimenti per non aver fatto una sciocchezza.»

«Non era un complimento.»

Mara chiuse la cartellina. La sua mano rimase sul bordo un istante, come se avesse ancora da decidere se farla sparire o tenerla lì. «La cuffia è sotto sequestro. La analizzeranno. Non abbiamo ancora risultati e non è il caso di trasformare una macchia in una storia.»

«Non l’ho fatto.»

«Non ancora.»

Quel tono Ettore lo conosceva. A scuola Mara lo usava quando lui si presentava con una scusa preparata troppo bene. Vent’anni dopo era diventato più professionale, ma non meno efficace.

Karim si alzò. «Per ora abbiamo bisogno che tu completi la dichiarazione. Ti chiederemo di riconoscere il punto da cui sei arrivato e l’ora in cui hai visto il corpo. Poi sei libero di tornare alla tua vita.»

«La mia vita ha appena scoperto che un morto era scomparso prima di morire.»

«La tua vita può aspettare fuori», disse Mara.

La dichiarazione durò meno di mezz’ora. Karim fece domande precise: il percorso della corsa, il tratto di spiaggia, la posizione del corpo rispetto al muro basso e alle cabine chiuse. Ettore rispose senza aggiungere quello che non sapeva. Aveva imparato che le persone, quando raccontano una cosa terribile, la riempiono di dettagli per renderla più comprensibile. Lui provò a fare il contrario.

Quando gli chiesero di descrivere la cuffia, disse soltanto che era bianca, consumata, con una riga colorata sul bordo e un numero che non avrebbe saputo giurare. La mano dell’uomo la stringeva. La luce era quella sporca dell’alba. Il resto poteva essere memoria o invenzione, e lui non intendeva regalare alla polizia una certezza che non possedeva.

Mara lo accompagnò fino alla hall. Le porte automatiche si aprirono sul mattino. Un fattorino spingeva un carrello di lenzuola verso il retro, mentre una donna in ciabatte chiedeva alla reception se la colazione fosse già pronta. La vita dell’albergo continuava con una disciplina che a Ettore parve quasi offensiva.

«Non andare in giro a chiedere di Ferrante», disse lei.

«Non avevo previsto un giro turistico.»

«E non cercare la squadra.»

«Sei tu che hai davanti un commissariato, non io.»

«Ettore.»

Lui smise di sorridere. «Ho capito.»

Mara abbassò appena la voce. «Se ti torna in mente qualcosa, anche un particolare che ti sembra inutile, mi chiami. A me. Non a un giornalista, non a un vecchio compagno di squadra, non a Karim per farti raccontare quello che non posso dirti.»

«Karim è stato molto generoso con i suoi silenzi.»

«I silenzi non sono informazioni.»

Fuori dal Moonlight, il cielo aveva il colore dell’alluminio. Ettore camminò fino alla strada senza accendere il telefono. La corsa gli aveva lasciato un dolore leggero alla caviglia e la sensazione di aver imboccato una mattina che non gli apparteneva più. Le auto passavano lente, i primi tavolini venivano sistemati sui marciapiedi e un uomo spalancava le imposte di una bottega. Sorrento si rimetteva in ordine per essere vista.

Ettore aveva sempre diffidato delle città che si pettinavano prima di svegliarsi.

Raggiunse il centro a piedi. La discesa verso il porto era ancora quasi vuota. Una serranda si alzò con un lamento metallico; più sotto, un motorino lasciò nell’aria una striscia di gasolio. Il mare era nascosto tra i palazzi, ma ogni tanto compariva in fondo a un vicolo, come una risposta che non voleva farsi leggere tutta.

Al bar ordinò un caffè. Il banconista lo guardò le scarpe sporche di sabbia e non fece domande. Ettore apprezzò la discrezione, anche se poteva dipendere soltanto dal fatto che il banconista aveva altro da fare.

Sul tavolino, il telefono si riaccese. Nessuna chiamata. Nessun messaggio. Lo schermo mostrò per un attimo la sua faccia riflessa, pallida e poco convinta.

Diciassette anni. Una persona poteva scomparire così a lungo e poi tornare sotto un nome che non era suo. Una cuffia poteva attraversare gli anni più facilmente di chi l’aveva indossata. Ettore si disse che erano soltanto due fatti. Il problema era che i fatti, quando si incontrano, cominciano a somigliare a una trama.

E lui avrebbe dovuto saperlo: le trame erano il modo più elegante che aveva trovato per non guardare la propria vita.

Tornò a casa con un secondo caffè in mano e nessuna intenzione di scrivere. Il manoscritto lo aspettava sul tavolo, aperto alla pagina undici. Da settimane il protagonista del suo romanzo era fermo davanti a una porta. Non entrava e non usciva. Aveva avuto più coraggio il morto sulla spiaggia.

Marley gli venne incontro con la coda e l’aria di chi gli concedeva un’altra possibilità. Ettore gli versò l’acqua, poi appoggiò il bicchiere accanto al quaderno. La casa era silenziosa, ma non vuota: dal piano inferiore saliva il rumore di una radio, e nel cortile qualcuno spostava sedie trascinandole sul pavimento.

Provò a scrivere: “L’uomo era scomparso diciassette anni prima”. Rilesse la frase. Sembrava l’inizio di un articolo di cronaca, e lui non era ancora riuscito a scrivere nemmeno un romanzo decente.

Cancellò tutto.

La scatola di latta era nel cassetto del mobile, dove l’aveva lasciata. La prese e la tenne chiusa nel palmo. Non si raccontava che fumare lo aiutasse a risolvere i problemi. A volte gli serviva soltanto a mettere una distanza tra sé e i pensieri, come si fa con una finestra aperta quando la stanza è diventata troppo calda. Altre volte la distanza durava poco e il problema restava identico, solo più sfocato.

Uscì sul terrazzo. Non portò con sé il telefono né il quaderno. Fumò poco, da solo, guardando il tratto di cielo tra i tetti. Nessuna intuizione arrivò dal fumo. Nessun volto emerse dalla nebbia della memoria. Quando rientrò, aveva ancora il nome Ferrante in testa e la stessa pagina vuota sul tavolo.

Fu allora che notò il profumo sulla camicia: Minotaure. Lo usava da quando era ragazzo, con la fedeltà inconsapevole di chi confonde un’abitudine con una scelta. Gli tornò in mente un corridoio di scuola, una risata di Mara e una mano che non aveva avuto il coraggio di raggiungere la sua. Non ricordò che cosa fosse successo dopo. Il ricordo si fermava sempre un passo prima.

Quando il giorno cominciò a spegnersi, il telefono squillò.

«Sei ancora sveglio?» chiese Mara.

«Dipende da chi lo domanda.»

«Devo parlarti di una cosa che non riguarda il verbale.»

Ettore guardò l’orologio. «È una frase che di solito precede una cosa che riguarda il verbale.»

«Posso passare?»

Lui esitò. La risposta corretta era no. La risposta che diede fu: «La porta è aperta.»

Mara arrivò venti minuti dopo. Aveva tolto la giacca e teneva il telefono in una mano. Non entrò come la volta precedente: aspettò che fosse lui a spostarsi. Quel gesto, più di ogni parola, gli fece capire che stava cercando di separare la donna che ricordava dalla commissaria che era diventata.

«Karim non ti ha detto altro?»

«Mi ha detto quello che poteva dirmi.»

«E tu non hai chiesto quello che non poteva.»

«Sto imparando.»

Mara guardò il tavolo, il quaderno aperto, la riga cancellata. «Stai scrivendo?»

«Sto dimostrando che una pagina può rimanere vuota anche con la luce accesa.»

Lei non sorrise. Aprì sul telefono una fotografia di un album. «Quando hai detto Ferrante, ho pensato a questa.»

L’immagine era stata scattata a Sorrento nel settembre del 2009. Tre ragazzi sedevano su un muretto. Mara al centro, Ettore alla sua sinistra. Alla destra di lei c’era un giovane magro, ma il riflesso del vetro si era posato sul suo volto e ne cancellava i tratti. Dietro, si intravedevano il profilo basso del porto e una fila di cabine. Non era una fotografia bella. Era una fotografia conservata.

Ettore avvicinò il telefono senza toccarlo. Il ragazzo poteva essere Giulio Ferrante. Poteva anche essere un altro. La luce sul vetro si mangiava gli occhi, il naso e la bocca, lasciando soltanto una sagoma inclinata verso qualcosa fuori campo.

«Chi è?»

«Non lo so.»

«Lo conoscevi.»

«Sì.»

«E non ricordi il nome.»

Mara ingrandì l’immagine. Il riflesso si allargò e la figura perse perfino il poco che restava. «Non ricordo quando l’ho vista l’ultima volta. E non voglio inventarmi una risposta.»

La frase rimase in mezzo alla stanza. Ettore la rispettò più di quanto avrebbe rispettato una spiegazione sicura.

«Perché me la mostri?»

«Perché tu eri lì. E perché non ricordi.»

«Potrei aver dimenticato una festa.»

«Potresti.»

«Una sera qualunque.»

«Anche.»

«O qualcosa che non voglio ricordare.»

Mara spense lo schermo, ma non ripose il telefono. «È questa la possibilità che ti fa più paura?»

«Mi fa più paura non sapere se la paura è mia o di quello che è successo.»

Per un momento nessuno parlò. Dal piano di sotto arrivò una risata, subito coperta dal rumore di una sedia. La casa aveva continuato a vivere mentre loro cercavano di dare un nome a un buco.

«La data è settembre», disse Ettore. «Che cosa è successo tre giorni dopo?»

Il volto di Mara cambiò appena. Non fu un’espressione; fu la sottrazione di una. Una parte di lei si chiuse prima che l’altra potesse accorgersene.

«Non lo so ancora con certezza.»

«È diverso dal non ricordare.»

«Sì.»

«E diverso dal non voler dire.»

Mara lo guardò. «Sì.»

Era una risposta, ma non quella che lui aveva chiesto. Ettore avvertì il vecchio impulso di spingere, di fare una battuta abbastanza tagliente da far cedere l’altra persona. Se ne trattenne. Non perché fosse diventato saggio: perché, per una volta, voleva vedere cosa avrebbe fatto Mara senza costringerla.

«Se quella foto riguarda un’indagine, non posso parlarne con te.»

«E se riguarda noi?»

Mara rimise il telefono in borsa. «Non so più dove finisce una cosa e comincia l’altra.»

Quella fu la prima volta in cui Ettore la vide stanca. Non stanca per il turno, né per la notte. Stanca di dover custodire un ricordo che forse apparteneva a entrambi.

Prima di uscire, gli disse ancora: «Non cercarlo. Non cercare il ragazzo nella foto e non tornare al Moonlight. Se qualcuno ti contatta, avvertimi.»

«Se qualcuno mi contatta?»

«È una precauzione.»

«La parola preferita di chi sa qualcosa.»

«E la tua preferita è sospettare senza prove.»

Quasi sorrise. Poi scese le scale.

Ettore rimase sulla soglia finché il rumore dei passi non sparì. Sul tavolo il telefono non mostrava più la fotografia, ma l’immagine gli era rimasta addosso: tre ragazzi, un volto cancellato, una data. Non sapeva se la memoria si fosse rotta o se qualcuno avesse imparato a coprirla.

Tornò al terrazzo. Il mare era una striscia scura tra le case. Da lontano arrivava il suono di una sirena, breve, forse diretta altrove. Per la prima volta da quando era rientrato, pensò che la notte non stesse portando via i segreti. Li stava consegnando a qualcuno.

Il telefono vibrò sul tavolo.

Numero privato.

Ettore lasciò squillare due volte. Poi rispose.

«Pronto?»

Dall’altra parte arrivò il rumore di onde contro una superficie di pietra. Non il mare aperto: un colpo corto, seguito da un risucchio. Qualcuno respirò vicino al microfono.

«Chi parla?»

«Chiedi a Mara che cosa è successo tre giorni dopo.»

La voce era maschile, bassa, senza fretta. Non sembrava una minaccia. Questo la rendeva peggiore.

«Tre giorni dopo cosa?»

La linea si interruppe.

Ettore restò con il telefono all’orecchio. Guardò la fotografia ormai spenta sullo schermo e provò a contare i giorni da quel settembre del 2009. Non ricordò la data. Non ricordò il ragazzo. Ricordò soltanto il proprio volto riflesso nel vetro, girato verso qualcuno che non compariva nell’inquadratura.

Per la prima volta, ebbe paura che Mara ricordasse tutto. E che lui fosse l’unico a non sapere da che cosa stava scappando.


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