«La distinta non è quella giusta.»
La linea si era interrotta, ma la frase continuava a girare nella stanza.
Ettore lasciò il telefono sul tavolo. Non cercò di richiamare il numero privato: Mara gli aveva detto di avvertirla se qualcuno lo avesse contattato. Questa volta, almeno, poteva fare la cosa giusta senza inventarsi eccezioni.
La canzone, però, non riusciva a lasciarla andare. Use Somebody. Non le parole, non il titolo: poche note uscite dalla radio lontana, quanto bastava perché il settembre del 2009 smettesse di essere soltanto una data sul retro di una fotografia.
Prese il quaderno e annotò, senza aggiungere interpretazioni:
Voce maschile. Radio. Use Somebody. «La distinta non è quella giusta».
Rilesse la riga. Per una volta, non trasformò subito il punto interrogativo in una risposta.
Chiamò Mara.
Lei rispose al quarto squillo.
«È successo di nuovo?»
«Sì.»
«Hai risposto?»
«La linea era già aperta. Non ho detto niente.»
«Che cosa hai sentito?»
Ettore le riferì la frase, il numero privato e la musica. Non parlò del ricordo della fotografia; prima voleva capire se fosse rimasto qualcosa di concreto.
«La canzone era quella che avevi nominato?» domandò Mara.
«Sì. O almeno, sono quasi sicuro.»
«Quasi.»
«Non ho una registrazione, commissaria.»
«Lo so. Per questo ti chiedo cosa ricordi, non cosa pensi.»
Ettore guardò il quaderno. «Ricordo una radio in una stanza vicina. Un pomeriggio. E qualcuno che diceva: “Mettetevi più vicini”.»
«Quella frase era già nella tua memoria.»
«Sì. Ma prima la ricordavo come un’immagine. Adesso c’era anche il suono della canzone.»
«Non è una prova.»
«Non ho detto che lo fosse.»
Dall’altra parte Mara sospirò. «Vieni a parlarmene. Non al Moonlight. E non ti avvicinare alla squadra.»
«Dove?»
«Piazza Lauro. Tra mezz’ora.»
Ettore chiuse il quaderno. La città, fuori, aveva già preso il ritmo delle partenze. Alla stazione i treni inghiottivano pendolari e ne restituivano altri; i pullman mettevano in moto il traffico, mentre le consegne occupavano per qualche minuto gli spazi in cui tutti avrebbero voluto fermarsi. Sorrento non si svegliava: si metteva in movimento.
Scelse Mulignanella. Per attraversare il centro, la Vespa Primavera era più pratica di Cerasella: la Mini Minor rossa poteva aspettare sotto il portico. Ettore infilò il casco e partì senza fretta, attento ai furgoni che sbucavano dalle strade laterali e alle auto ferme con le quattro frecce, in quell’eterna trattativa tra chi aveva un impegno e chi doveva soltanto scaricare una cassa.
Quando arrivò in piazza, Mara era già lì. Aveva una borsa a tracolla e il telefono in mano. Non indossava la giacca da commissaria; non sembrava però meno in servizio.
«Hai fatto presto.»
«La Vespa aiuta.»
Lei guardò Mulignanella. «Più di Cerasella?»
«In queste strade, quasi sempre.»
«E quando piove?»
«Quando piove si discute.»
Un sorriso le passò sul viso e se ne andò subito. Si avviarono verso il margine della piazza, dove il rumore dei mezzi lasciava spazio alle voci dei negozi e alle prime tazzine battute sui banconi.
Ettore le raccontò per intero il ricordo che la musica aveva riaperto. La radio sul davanzale. I due caschi agganciati alla Vespa. Mara, lui e il ragazzo seduti vicini. La voce che aveva chiesto loro di stringersi. La macchina fotografica, forse, passata da una mano all’altra.
«Non ricordi chi scattò?» chiese lei.
«No.»
«E non sei sicuro che fossi tu ad avere la Vespa.»
«No.»
«Ma ricordi due caschi.»
«Sì.»
Mara si fermò. Dietro di loro un autobus si allontanò lasciando nell’aria il rombo del motore. «È possibile che ci fosse una seconda persona con un’altra macchina fotografica?»
«È possibile.»
«O che uno di noi avesse impostato l’autoscatto.»
«Anche.»
«O che tu abbia costruito quel pezzo dopo aver visto la fotografia.»
«È la possibilità che preferisco meno.»
«Non è un criterio.»
«Lo so.»
Ripresero a camminare. Ettore capì che Mara non stava cercando di cancellare il ricordo. Voleva impedirgli di farlo diventare più sicuro di quanto fosse.
«La voce al telefono conosceva la musica», disse. «E sapeva che la distinta non era quella giusta.»
«La musica potrebbe averla sentita chiunque fosse lì. Oppure averla scoperta in un altro modo.»
«Ma la frase—»
«Non sappiamo ancora a quale distinta si riferisca. Quella che ho trovato è un elenco di convocati. Non dimostra chi fosse davvero presente alla partita.»
«Quindi può essere sbagliata.»
«Può essere incompleta. Sono due cose diverse.»
Ettore abbassò lo sguardo. «E noi stiamo cercando di riempire i vuoti con una fotografia.»
«È esattamente quello che non voglio fare.»
Per un tratto camminarono senza parlare. Sorrento gli scorreva accanto nella sua voce ordinaria: serrande che salivano, un motorino trattenuto al semaforo, una donna che chiamava qualcuno dall’altra parte della strada. Nessuno sembrava accorgersi che, per Ettore, una canzone di diciassette anni prima aveva appena rimesso in movimento un pomeriggio intero.
Mara aprì la fotografia sul telefono. La stessa immagine mostrata la sera precedente: lei al centro, Ettore alla sua sinistra, il ragazzo a destra. Il riflesso gli cancellava il viso.
«Non possiamo capire il luogo da qui», disse lei. «Ma forse possiamo capire da che parte era rivolta la macchina.»
Ettore si avvicinò allo schermo senza toccarlo. «Il porto è dietro di noi.»
«O di lato.»
«E le cabine?»
«Non abbastanza riconoscibili.»
«C’è il mare.»
«C’è sempre il mare, qui.»
La battuta era lieve, ma nessuno dei due rise. Mara ingrandì l’immagine. Il ragazzo sembrava rivolto verso qualcosa fuori dall’inquadratura. Ettore sentì di nuovo il frammento della voce: Mettetevi più vicini. Non ricordava se fosse arrivata da dietro la macchina o da un punto più distante.
«Hai pensato che fossi io a scattare?» chiese Mara.
«Per un momento.»
«Eppure sono nella foto.»
«Potevi aver passato la macchina a qualcuno.»
«È quello che hai ricordato.»
«Ho ricordato che forse la passavi.»
«Non è la stessa cosa.»
«No.»
Mara spense lo schermo. «Non voglio che una memoria incerta diventi un verbale nella tua testa.»
«E io non voglio che la prudenza diventi un modo elegante per non guardare.»
Lei lo fissò. «Non confondere la prudenza con la paura.»
Ettore non replicò. La frase gli era arrivata più vicino di quanto volesse ammettere.
Cominciò a piovere mentre tornavano verso il cortile. Non un acquazzone, solo gocce rade che scurivano la pietra e facevano brillare i cofani. Mulignanella aveva già fatto il suo lavoro: li aveva portati in centro senza costringerli a cercare un parcheggio. Per raggiungere Marina Grande, però, Ettore propose Cerasella. La pioggia si stava infittendo e il viaggio insieme sarebbe stato più semplice in auto.
«La tua Mini è ancora in grado di affrontare una salita?» chiese Mara.
«La domanda è se io sono ancora in grado di convincerla.»
Cerasella partì al secondo tentativo, con un colpo di tosse del motore e un rumore di lamiera che Ettore riconobbe come parte del carattere dell’auto. Mara si sistemò il cappotto sulle ginocchia. Nell’abitacolo si sentiva l’odore umido della stoffa e, sotto, una traccia del Minotaure rimasta nel colletto della giacca di Ettore: non annunciava il suo arrivo come una volta, sembrava piuttosto essersi fermata lì, consumata dal tempo.
La strada verso Marina Grande si stringeva tra le case. A ogni curva la città cambiava pendenza e voce. Le finestre basse lasciavano intravedere cucine accese; più giù, l’odore di mare coprì quello dell’asfalto bagnato. Al porto i pescatori sistemavano cassette e reti, senza fretta ma senza perdere un gesto. Le barche si sollevavano appena sugli ormeggi. La giornata continuava a lavorare, anche sotto la pioggia.
Mara osservò il profilo della riva. «Potrebbe essere qui.»
«Potrebbe.»
«Non basta.»
«No.»
«La fotografia è stata scattata nel 2009. Questo posto è cambiato.»
«Anche noi.»
Lei non rispose. Camminarono fino al punto da cui il porto si apriva meglio. Ettore cercò nella linea delle case un’inclinazione che gli sembrasse familiare, ma il ricordo non aveva conservato abbastanza dettagli. La fotografia era una prova di presenza, non una mappa.
«Se il ragazzo guardava fuori dall’inquadratura», disse Mara, «non sappiamo cosa stesse guardando.»
«No.»
«E se qualcuno gli ha detto di avvicinarsi, non sappiamo chi.»
«No.»
«Stai imparando.»
«Non esageriamo.»
La pioggia si fermò. Dai tetti restarono a cadere gocce lente, una per volta. Un uomo tirò una cima e la barca si accostò alla banchina con un colpo breve. Ettore ebbe un sussulto: quel rumore era simile a quello sentito al telefono, ma non identico. Non lo disse. Non voleva regalare a Mara un’altra coincidenza travestita da indizio.
«La voce ha detto che la distinta non è quella giusta», riprese. «Forse non parlava della lista dei convocati.»
«Di cosa, allora?»
Ettore guardò la fotografia sul telefono di Mara. «Noi stiamo contando i nomi della squadra. Ma nella foto ci sono persone che non sappiamo contare.»
«Tre.»
«Tre visibili.»
«E chi ha scattato.»
«Forse.»
«L’avevamo già considerato.»
«Sì. Ma non sappiamo se chi ha scattato era anche la voce.»
Mara ripose il telefono. «Non sappiamo nemmeno se la voce che ricordi e quella al telefono siano della stessa persona.»
«Però entrambe sapevano qualcosa.»
«O tu senti un legame perché vuoi che ci sia.»
Ettore guardò le barche, poi la strada che risaliva verso il centro. «È una possibilità.»
«La più onesta, per ora.»
Rientrarono senza aggiungere altro. Prima di lasciarlo, Mara gli ricordò di non cercare i componenti della squadra e di inoltrarle qualsiasi nuovo contatto, senza rispondere. Ettore promise. Non aggiunse non oggi.
Quando rimase solo, riportò Cerasella sotto il portico e prese il quaderno. Mulignanella era di nuovo al suo posto, con una goccia d’acqua sullo specchietto. Per muoversi da solo in città, la Vespa era la scelta naturale; per accompagnare Mara lungo la costa, Cerasella aveva fatto il suo mestiere. Non era necessario che una delle due spiegasse l’altra.
Ettore scrisse:
Tre persone nella fotografia. Due caschi sulla Vespa.
Si fermò. Poi aggiunse:
Non sappiamo chi sarebbe salito.
Quella era una domanda, non una risposta. La lasciò sul foglio senza cancellarla.
La fotografia mostrava tre volti, uno dei quali era stato cancellato dalla luce. La memoria gli restituiva una voce, ma non un volto. E la persona dietro l’obiettivo restava fuori dall’immagine come se non fosse mai stata lì.
Ettore chiuse il quaderno.
Forse la distinta era sbagliata. Forse era soltanto incompleta. Ma una cosa cominciava a sembrargli chiara: nella storia di quella fotografia, qualcuno aveva contato le persone presenti senza contare chi le aveva riunite.
E chi aveva chiamato sapeva quale nome mancava.

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