Il cielo di Gaza non era azzurro. Era una distesa immobile di sabbia sospesa, un colore tra il fumo e il piombo. L’aria aveva smesso di muoversi da giorni, come se anche il vento avesse paura.
Boruma camminava in silenzio. Le suole degli scarponi sollevavano solo polvere. Il quartiere di al-Zaytoun era un dedalo di rovine e silenzi. Gli edifici sembravano scheletri, e le finestre, orbite cieche.
Cru lo seguiva. Sempre a pochi passi dietro. L’Akita americano aveva imparato a non fiatare. Il suo corpo muscoloso era teso come un arco.
Boruma aveva appena finito di visitare una tendopoli improvvisata. Aveva medicato un’anziana con un’ulcera da decubito e un bimbo con ustioni lievi. Aveva il passo pesante, le spalle doloranti, e un vuoto dentro che non trovava nome.
Poi… il suono.
Non un’esplosione. No. Prima venne il “clic”. Un rumore secco, quasi impercettibile. E poi, la terra che esplodeva.
La mina artigianale lo fece volare all’indietro. Il tempo rallentò. Sentì l’urlo strozzato nel petto, la pressione nei polmoni, il sangue schizzare caldo sulla pelle.
Si ritrovò steso a terra, la gamba sinistra attraversata da un dolore lancinante. Il fianco abraso. Il volto nella sabbia.
Provò a muoversi, ma la vista gli si annebbiò.
Il cuore batteva ovunque. Persino nella gola.
Poi, nel caos ovattato, un suono noto. Un ringhio.
Cru.
Lo vide avvicinarsi come una bestia inarrestabile. Gli occhi accesi. La pelliccia ispida. Il cane si lanciò su di lui, abbaiando forte, cercando di tirarlo per il giubbotto. Gli strattonava il braccio, poi la manica. Senza paura. Con forza.
Boruma urlò. Ma lasciò fare. Cru non lo mollò. Lo trascinò fuori dalla strada, metro dopo metro, fino al riparo di un portone semi crollato. Lì si fermò. Si mise davanti, come un soldato in trincea. E vegliò.
Boruma cercò di parlare, ma tossì. La gola piena di sabbia e sangue. Il respiro affannoso. Il dolore era vivo. Vivo come lui.
E nel punto più basso, quando il buio sembrava salire dalle viscere, arrivò il pensiero:
“Forse ho sbagliato. Forse questa missione è solo una follia.”
Villa Aurora. Firenze.
Boruma saliva le scale con la schiena dolorante. Erano quasi le undici di sera. Aveva appena finito un turno di dodici ore in una RSA di periferia. Quel giorno aveva cambiato venti cateteri, consolato un vecchio in delirio, lavato corpi fragili come carta velina. Ma non era stanco. Era pieno. Pieno di vita. Di storie.
In quel periodo lavorava ovunque: Careggi, Meyer, Santa Maria Nuova, Villa Donatello, San Giovanni di Dio. Ospedali pubblici e cliniche private. Era un infermiere interinale, e cambiava reparto ogni settimana. Geriatria, pediatria, oncologia, psichiatria. Ogni giorno un mondo.
E imparava. Di tutto. Tecniche, approcci, lingue. Ma soprattutto, imparava le persone.
Villa Aurora, lassù sulla collina, era il suo rifugio. La sua bolla d’ossigeno.
Gestita dalla comunità avventista, ospitava studenti e lavoratori da ogni angolo del mondo. Era un crocevia di vite. I corridoi pieni di parole mescolate: spagnolo, arabo, francese, inglese, portoghese, wolof.
In quei due anni, la mente di Boruma si aprì esponenzialmente. Ogni cena era un dibattito. Ogni notte una scoperta. Lì imparò l’umiltà e la vastità dell’umano. Non c’erano barriere: solo lingue diverse per dire le stesse cose.
Il pastore Ignazio, colto e carismatico, guidava i salotti del pensiero.
Una sera, Boruma disse davanti a tutti:
«Credo che Dio sia uno solo. Ma ogni popolo gli dà un nome diverso, e lo adora nella forma che conosce.»
Ignazio annuì.
«È un pensiero semplice, ma vero. E la verità più profonda è quasi sempre la più semplice.»
Boruma usciva tutte le sere, dopo i turni infiniti. Scopriva la Firenze nascosta: i vicoli dell’Oltrarno, le piazze notturne, i locali pieni di artisti e studenti.
E tornava sempre tardi, con la testa piena e il cuore gonfio. Lo aspettava Ethel, il supervisore dell’ala maschile. Un uomo stanco, dagli occhi lucidi.
«Un giorno, Boruma… tornerò in Brasile da mio figlio. Non l’ho più sentito da anni. Ma non passa notte in cui non gli parli, anche se lui non lo sa.»
Erano quelle notti, quelle conversazioni sussurrate, a nutrirgli l’anima più del pane.
Il dolore lo riportò a Gaza.
Cru era ancora lì. Immobile. Guardingo.
Boruma provò a sollevarsi. Con fatica. La gamba pulsava. Il fianco gli ardeva. Ma il cuore… il cuore si era riacceso.
«Mi hai salvato la vita, amico mio,» sussurrò, accarezzandogli la testa.
Cru si accovacciò lentamente, poggiando il muso sulla gamba ferita, con una dolcezza che contrastava con tutto ciò che li circondava.
Ma non era finita.
Un rumore. Lontano. Meccanico. Ritmico.
Passi. Stivali.
Cru alzò la testa. Ringhiò. Il pelo dritto sulla schiena.
Tre figure armate avanzavano tra le macerie. Non avevano divisa. Non parlavano. Non urlavano.
Boruma cercò un’arma. Nulla. Solo la zampa di Cru sulla sua.
Poi, uno dei tre si fermò. Guardò il cane. Poi lui.
E tirò fuori un foglio. Plastificato. Ufficiale.
Lo srotolò e lo mostrò in silenzio.
Un nome cerchiato in rosso:
BORUMA SANTORO — Sospetto elemento straniero. Attività umanitaria irregolare. Osservato speciale.
Il cuore di Boruma si fermò per un istante. Lo stomaco si chiuse.
Cru abbaiò. Forte. Selvaggio. Come se volesse dire: Non gli toccherete un pelo.
L’uomo alzò lo sguardo. Incrociò gli occhi di Boruma.
E sorrise.
Non era un sorriso buono.

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