Capitolo VII – I Giardini Interrotti

La strada per Hebron era rossa di sabbia e storie. Boruma sedeva accanto al finestrino con la testa poggiata sul vetro, osservando le colline che cambiavano colore ad ogni curva.

Cru, accucciato sul sedile posteriore, russava piano, come se anche lui stesse sognando una terra che non sapeva dimenticare.

Il paesaggio era una tela spezzata: ulivi secolari e muri crivellati, minareti svettanti e case sventrate, aquiloni di bambini e torrette armate.

Era come se il tempo, in quei luoghi, si fosse rotto in mille frammenti, ognuno sospeso tra bellezza e ferita.

Joshua lo attendeva ai margini di un campo, in silenzio, le mani in tasca e lo sguardo fisso sull’orizzonte.

«Sei venuto davvero.»

«Shelley… aveva lasciato tracce. Tu sei una di quelle.»

Joshua annuì. Sembrava più vecchio di prima, o forse solo più vero.

«Vieni con me.»

Lo portò in una struttura scavata nella roccia. Era un ex ospedale da campo riconvertito in centro di archiviazione. Niente insegne. Solo silenzio e una porta pesante.

Dentro, l’aria era densa di ferro e ricordi.

Joshua indicò una scatola in alto.

«Shelley non parlava mai di questo posto. Ma ci tornava spesso. Era il suo rifugio.»

Boruma si avvicinò, aprì la scatola. Dentro, c’erano taccuini, disegni a carboncino, mappe con itinerari tracciati in rosso.

E fotografie. Bambini, volti di donne, soldati. Il tempo che non perdona.

Joshua si sedette su uno sgabello.

«Sai, Boruma… Shelley non ha mai fatto del male a nessuno. Ma ha fatto molto per difendere chi non poteva farlo da solo. Era parte di un progetto segreto, nato per educare alla pace dentro il conflitto. Utopico? Forse. Ma lei ci credeva.»

Boruma restò in silenzio. Ogni parola era un tassello che cercava di completare il mosaico della donna che aveva amato.

Joshua continuò, con voce piana.

«Per spiegarti questa guerra… non basterebbero libri. Ma forse, una storia, sì.»

Prese un gessetto e disegnò sul muro grezzo una rosa e un cactus.

«Immagina due giardini. Uno pieno di rose, l’altro di cactus. Un giorno una tempesta scava un solco tra di loro. Le radici si spezzano, i fiori si voltano l’uno contro l’altro, si accusano. ‘Tu hai più sole’, ‘tu hai più acqua’. E dimenticano di essere cresciuti dalla stessa terra.»

Boruma guardava in silenzio. Joshua proseguì:

«Il giardino dei cactus impara a difendersi. Spine, acqua centellinata, silenzio. L’altro, abituato ai petali, si irrigidisce, diventa diffidente, teme l’invasione. Così, generazione dopo generazione, ognuno cresce temendo l’altro. Senza sapere perché.»

«E Shelley?» chiese Boruma.

Joshua sorrise amaro.

«Shelley era un’ape. Volava tra i giardini, portando il polline delle parole, dell’arte, dei libri, dei giochi con i bambini. Parlava arabo meglio di me. Disegnava col gesso sui muri. Faceva leggere il Piccolo Principe nelle scuole interrotte dalle bombe.»

«E perché non me ne ha mai parlato?»

Joshua abbassò lo sguardo.

«Perché tu eri il suo giardino. Quello senza guerra. Quello dove poteva smettere di essere una soldatessa gentile.»

Boruma si sentì spezzato. Ma anche grato.

Shelley non aveva mentito: aveva semplicemente scelto di regalargli la parte più pulita di sé.

Si alzò, sfiorando le pagine dei quaderni con la punta delle dita. In un angolo c’era una frase, scritta a mano:

“A volte, per trovare la pace, devi imparare a convivere con il rumore.

Ma non smettere mai di piantare fiori. Neanche nel deserto.”

Boruma uscì nel sole. Cru lo seguiva, silenzioso.

Joshua gli mise una mano sulla spalla.

«Resta. Aiutami a far vivere quello che lei ha lasciato incompiuto. I suoi disegni, le sue storie, i suoi bambini. C’è un’aula qui sotto che aspetta una voce.»

Boruma non rispose subito. Guardò il cielo, l’aria che vibrava di calore e promesse. Poi sorrise piano.

«D’accordo. Ma solo se la prima lezione la faccio io. Si intitolerà: ‘Come riconoscere un fiore vero in mezzo a un campo minato’.»

Joshua rise. «Titolo perfetto. Era il tuo stile. È anche il suo.»

E così, sotto un sole impietoso ma onesto, Boruma trovò il suo nuovo posto.

Non era un ospedale. Non era una trincea.

Era una scuola di speranza.

Tra cactus e rose, l’ape tornava a volare.

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