Il silenzio del deserto era così assoluto da sembrare irreale. Boruma, con Cru al fianco, si mosse lentamente verso la figura che lo fissava dall’ombra delle rocce. I Custodi rimasero indietro, immobili, come se quella parte del cammino non appartenesse più al loro compito.
L’uomo non avanzò, non indietreggiò. Attendeva.
La sua sagoma era ferma come un pilastro scolpito dal tempo. Quando Boruma fu abbastanza vicino da distinguerne i lineamenti, un brivido gli percorse la schiena: era davvero lui, uno degli uomini che lo avevano interrogato nel campo di prigionia. Ma c’era qualcosa di diverso nel suo volto: non la freddezza del carnefice, bensì un’ombra di malinconia, quasi di pietà.
«Non pensavo che ci saremmo rivisti» disse Boruma, la voce carica di ricordi amari.
L’uomo socchiuse gli occhi, e la sua voce fu grave, priva di esitazione:
«Non sono qui per rivivere ciò che è stato. Sono qui perché la tua corsa mi riguarda più di quanto tu creda.»
Boruma aggrottò la fronte. «Cosa significa? Sei un soldato, un nemico. La tua gente ha distrutto e interrogato senza pietà. Perché ora ti presenti come se fossi parte del mio cammino?»
L’uomo non si mosse, ma il suo sguardo era limpido, tagliente:
«Perché anche chi crede di essere un persecutore, in fondo, è prigioniero. Io ero prigioniero della paura, dell’odio, delle leggi che non ho avuto il coraggio di sfidare. Ma quando ti ho visto… quando ho guardato nei tuoi occhi, ho compreso che la tua corsa non era solo fuga. Era un richiamo.»
Boruma scosse il capo, incredulo. «Un richiamo a cosa?»
«All’amore puro» rispose l’uomo senza esitazione. «Quello che non si piega alla politica né alle armi. Quello che spinge un uomo a resistere nel deserto, a non rinnegare il dolore, a cercare Dio non tra le mura di un tempio, ma nella polvere, nelle lacrime, nel sorriso di un bambino.»
Le parole caddero come pietre nell’anima di Boruma. Rimase in silenzio, ascoltando il proprio cuore che batteva come tamburo. Cru abbaiò una sola volta, poi tacque, come se anche lui riconoscesse la verità nascosta in quell’incontro.
L’uomo fece un passo avanti. La luce della luna rivelò una cicatrice che gli tagliava la guancia: un segno di guerra, ma anche di sopravvivenza.
«Non sono qui per ucciderti, Boruma. Sono qui perché la tua Ombra e la mia si sono incontrate. E insieme dobbiamo decidere se questo mondo avrà ancora spazio per la luce.»
Boruma sentì il petto serrarsi. Non era uno scontro di armi, era un duello di anime. «E se rifiuto?» chiese.
Un lampo attraversò gli occhi dell’uomo. «Allora le tenebre avranno vinto non solo me, ma anche te. Perché l’odio, una volta respinto, torna sempre più forte. Ma se scegli di unire… di perdonare… allora il tuo cammino diventerà non solo la tua salvezza, ma quella di molti.»
Boruma restò immobile. Le parole lo scuotevano come una tempesta interiore. Guardò verso le dune, dove i Custodi osservavano in silenzio, e ricordò le frasi del vecchio: “Solo chi accetta la propria ferita può guarire quella del mondo.”
Inspirò a fondo e disse:
«Non ti perdono per ciò che hai fatto. Ma non ti odio. Camminerò avanti, e se il mio passo ti troverà accanto, allora forse sarà Dio stesso ad aver scelto così.»
L’uomo abbassò lo sguardo, quasi sollevato, e mormorò:
«Il primo passo è compiuto. Ma la prova vera ci attende. E non riguarda me… riguarda ciò che si nasconde sotto queste sabbie.»
Poi si voltò verso il deserto e indicò un punto lontano, dove la luna illuminava lievemente una cavità tra le rocce.
Boruma sentì il cuore accelerare. L’aria stessa tremava come se il deserto custodisse un segreto millenario.
Il vento si alzò all’improvviso.
E in quel sibilo, più che un suono, Boruma udì un richiamo: un canto antico, una promessa di luce e mistero.

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