Non fu il dolore a svegliarlo.
Fu il silenzio.
Un silenzio diverso da quello del deserto, diverso da quello delle notti sul Nilo.
Questo silenzio aveva spessore. Come se qualcuno lo avesse steso sopra il mondo con le mani aperte, premendo piano.
Boruma aprì gli occhi lentamente.
La luce era lattiginosa, obliqua. Entrava da una feritoia alta, tagliando la polvere in sospensione come una lama gentile. Per un istante non ricordò dove fosse. Poi il corpo parlò prima della memoria: una fitta al fianco, la spalla rigida, la bocca secca di chi ha corso, lottato, resistito.
Cru era lì.
Sdraiato di traverso davanti a lui, il muso appoggiato alle sue ginocchia, gli occhi aperti ma quieti. Non dormiva. Vegliava.
Boruma allungò una mano e gli sfiorò il collo. Il cane non si mosse, ma il respiro si fece più profondo, come se quell’unico gesto bastasse a rimettere il mondo in asse.
«Siamo ancora qui,» mormorò Boruma.
Non era una constatazione. Era una promessa.
Il Sigillo non pulsava.
Quella fu la prima cosa che lo mise in allerta.
Era avvolto nella stoffa, legato al petto come sempre, ma ora taceva. Nessun calore. Nessuna vibrazione. Nessuna voce. Come se avesse scelto il silenzio, o come se stesse ascoltando qualcosa di più grande.
Boruma si sollevò a fatica, appoggiandosi al muro di pietra grezza. Non era una cella. Non era un tempio. Era uno spazio di passaggio, scavato nella roccia, usato da chi conosceva le vie laterali del mondo.
Fu allora che se ne accorse.
Non erano soli.
Non vide nessuno.
Non sentì passi.
Ma sentì di essere osservato.
Non come faceva la Casta — con fame, calcolo, controllo.
Questo sguardo era diverso. Antico. Non ostile. Non benevolo.
Presente.
«Potete anche uscire,» disse Boruma a voce bassa. «Non sono più in vena di fantasmi.»
Una figura emerse dall’ombra, lentamente, senza rumore.
Un uomo anziano. Magro. Avvolto in un tessuto chiaro. I piedi nudi sulla pietra. Gli occhi scuri, profondi, vivi.
Dietro di lui, un secondo. Poi un terzo.
Nessuno portava armi.
«Non siamo la Casta,» disse il primo.
La voce era ferma, priva di inflessioni teatrali. «E non siamo tuoi alleati.»
Boruma inclinò appena la testa.
«Ottimo. Le categorie mi stancano.»
Un’ombra di sorriso attraversò il volto dell’uomo.
«Siamo quelli che restano quando gli altri se ne vanno.»
Fece un passo avanti. «Quelli che raccolgono ciò che cade senza far rumore.»
Boruma sentì qualcosa stringergli lo stomaco.
Non paura. Responsabilità.
«Gli Invisibili,» disse piano.
L’uomo annuì.
«Un nome che non abbiamo scelto. Ma che ci somiglia.»
Cru si alzò in piedi. Annusò l’aria. Nessun ringhio. Nessuna tensione. Solo attenzione vigile.
«La Casta vi sta cercando,» continuò l’uomo. «Non per riprendere il Sigillo. Ma per capire perché non risponde più.»
Boruma abbassò lo sguardo verso il petto.
Il Sigillo restava muto.
«E voi?» chiese. «Cosa volete da me?»
Il silenzio tornò a distendersi.
Poi l’uomo rispose:
«Vogliamo vedere se sei disposto a portare il peso delle cose che non urlano.»
Boruma rise piano. Non per ironia. Per stanchezza lucida.
«È l’unico peso che conosco.»
L’uomo lo osservò a lungo. Poi disse una frase che Boruma non si aspettava:
«Allora dovrai camminare da solo per un tratto.»
Un’immagine attraversò la mente di Boruma come una lama sottile.
Rosy.
Non il suo volto. Non il suo corpo.
La sua assenza.
Capì in quell’istante che l’amore non sempre chiama. A volte aspetta, in silenzio, per vedere se torni intero.
«Dove?» chiese.
L’uomo indicò il Sud.
Non con il dito. Con lo sguardo.
«Dove il Sigillo non è mai stato portato.
E dove nessuno vuole guardare.»
Boruma inspirò a fondo.
Sentì le scarpette ai piedi.
Il respiro di Cru.
Il proprio cuore, ancora capace di battere senza odio.
«Allora andiamo,» disse.
Il Sigillo, per la prima volta dopo ore, si scaldò appena.
Non come un comando.
Come un assenso.

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