Creta, al mattino, aveva una luce che non chiedeva permesso.
Non era la luce gentile delle cartoline: era un bianco duro, tagliente, che svelava tutto. Le rocce, le crepe, le ombre. Anche quelle dentro.
Boruma camminava senza fretta, ma con addosso quella tensione lucida che viene dopo un pericolo sfiorato: il corpo è salvo, ma l’anima è ancora in allerta. Cru gli stava accanto con lo stesso passo fedele, come se avesse imparato che la vera guardia non è ringhiare: è restare.
Al polso di Boruma il filo dorato brillava appena. Non sembrava metallo. Sembrava un’idea. Una promessa legata alla pelle.
Eppure, sotto quella promessa, c’era una ferita.
Rosy.
Non il suo volto, non i suoi gesti, non la sua voce: la sua assenza. Un vuoto così preciso che faceva male come una cosa concreta. Boruma si odiò un poco per questo: aveva sempre creduto che la solitudine fosse la sua forma definitiva. Una corazza. Un destino.
E invece quel vuoto lo smentiva.
Camminarono finché il mare tornò a farsi vedere tra le pietre.
A quel punto la Custode del Labirinto li raggiunse. Non fece rumore, come se anche i passi rispettassero ciò che stava per dire.
«Hai capito male,» disse.
Boruma si voltò. «Cosa?»
La donna indicò la costa, dove l’acqua si spezzava in schiuma.
«Tu credi che la Casta tema il Sigillo perché unisce le religioni. Questo è vero… ma non è il nucleo.»
Cru abbassò la testa, come se ascoltasse.
«E qual è il nucleo?» chiese Boruma.
La custode inspirò lentamente. «Che il Sigillo… non è una reliquia. È un principio.»
Boruma serrò la mascella. Quella parola gli suonò addosso come una porta che si chiude.
«Spiegati.»
La donna lo guardò come si guarda un uomo che ha attraversato troppo per poter essere trattato con delicatezza.
«Il Sigillo non “fa” miracoli. Li impedisce o li permette. È una chiave che apre una cosa sola: la capacità degli esseri umani di riconoscersi simili.»
Boruma restò in silenzio.
La custode continuò, più piano:
«Se un popolo smette di odiarne un altro, crollano i mercati della paura. Se un uomo guarda un altro uomo e lo chiama fratello… non lo puoi più vendere. Non lo puoi più comandare. Non lo puoi più usare.»
Boruma sentì un brivido, ma non freddo: rabbia. La rabbia di chi ha visto troppa sofferenza inutile in corsia, troppo dolore manipolato come un televisore acceso.
«Quindi loro…» sussurrò. «Loro vogliono tenerci divisi per governare.»
La custode annuì.
«Non temono la fede. Temono l’amore, perché l’amore crea popoli liberi.»
Cru emise un suono basso, quasi un gemito.
Boruma gli poggiò una mano sul collo, come per dire: sì, lo so anche io.
Il mare non dimentica
Arrivarono a un piccolo porticciolo. Poche barche. Legno vecchio. Mani callose. Sguardi che sanno riconoscere la verità senza bisogno di parole.
Un uomo li osservava da una banchina: un pescatore con la pelle bruciata dal sole e un cappello troppo grande. Aveva gli occhi di chi ha perso qualcuno, ma non ha perso se stesso.
«Tu sei quello che corre,» disse, senza salutare.
Boruma alzò un sopracciglio. «E tu sei quello che indovina.»
L’uomo sorrise appena. «No. Sono quello che ascolta.»
Indicò il filo d’oro al polso.
«Quel filo non è tuo.»
Boruma sentì il cuore fare un salto. «È dei Custodi.»
«È di chi verrà dopo di te.» L’uomo si avvicinò. «È un patto. Ogni volta che tu scegli l’amore quando sarebbe più facile scegliere la vendetta… il filo si allunga.»
Boruma deglutì.
«E dove porta?»
Il pescatore indicò il mare come si indica una tomba, o una nascita.
«Sicilia.»
La parola si posò tra loro come un presagio.
Boruma guardò l’orizzonte.
E nel vedere quell’acqua, pensò a Napoli. Sempre. Perché Napoli per lui non era solo casa: era il luogo dove non si era mai sentito completamente solo. Anche nella malinconia. Anche nel buio. Napoli era una folla che ti salva senza chiederti il nome.
Ma adesso, tra Creta e la Sicilia, la sua mente tornò a Rosy. E il pensiero fu un colpo basso.
Se la vita gliela restituisse…
avrebbe avuto il coraggio di non scappare?
E in quel punto preciso, dove la domanda gli stringeva la gola, la Casta decise di parlare.
Il messaggio
Non arrivò una barca.
Arrivò una voce.
Da un piccolo altoparlante lanciato in acqua e spinto verso riva come un giocattolo crudele. La tecnologia travestita da ironia.
La voce dell’uomo con la cicatrice.
Calma. Quasi triste.
«Boruma. Non ti stiamo inseguendo per il Sigillo.»
Cru ringhiò.
Boruma non si mosse.
«Ti stiamo inseguendo per ciò che stai facendo alle persone,» continuò la voce. «Tu non porti un oggetto. Porti un’idea. E le idee sono epidemie… quando diventano speranza.»
Boruma sentì qualcosa accendersi. Non paura. Non arroganza. Un fuoco sobrio.
La voce riprese:
«Ti concediamo un gesto di misericordia. Lascia il Sigillo. Torna a vivere. Ti permetteremo perfino di amare di nuovo… se vuoi.»
Boruma chiuse gli occhi un istante.
E vide Shelley, non come illusione. Come verità.
Poi vide Rosy, come possibilità.
E capì il trucco: la Casta non offriva “vita”. Offriva una vita controllata. Addomesticata. Un amore con guinzaglio.
Aprì gli occhi.
Sorrise piano.
«Mi fate tenerezza,» disse a voce alta, come se l’uomo potesse sentirlo davvero. «Credete che l’amore sia una moneta. Che si possa concedere o negare.»
Si chinò, prese l’altoparlante, lo sollevò come un oggetto ridicolo.
«L’amore non è un premio. È una scelta.»
E lo gettò in mare.
Il pescatore fece un segno antico. La custode chiuse gli occhi. Cru abbaiò una volta, come un sigillo del destino.
Boruma respirò.
E in quel respiro c’era tutta la sua storia: bullismo, morte, corsie, corse, nonna Concetta, Dante, Giancarlo, Shelley, e ora Rosy.
Tutto.
Ma soprattutto una cosa:
lui non voleva più vivere difendendosi.
Voleva vivere donandosi.
Partenza
Quando la barca fu pronta, nessuno parlò troppo.
Ci sono partenze che non hanno bisogno di discorsi.
Boruma mise un piede sul legno. Le scarpette della nonna toccarono la superficie come una benedizione.
Cru salì dopo di lui.
La custode del labirinto rimase a terra. Non salutò con la mano. Salutò con lo sguardo. Un saluto che significa: non sei più quello di prima.
Boruma si voltò.
«E se Napoli è il prezzo?» chiese.
La donna rispose senza esitazione:
«Allora pagherai con ciò che hai sempre avuto, Boruma. Non con il sangue.»
«E con cosa?»
Lei sorrise, appena.
«Con il coraggio di restare felice.»
Boruma rimase immobile un secondo.
Poi annuì.
La barca si staccò dal molo.
Creta diventò una linea alle spalle.
Davanti, il mare apriva la strada.
E Boruma capì che la Leggenda del Mediterraneo non era un mito per intrattenere i lettori.
Era una cosa molto più semplice e molto più difficile:
un uomo che sceglie l’amore
in un mondo che lo considera un errore.
Cru poggiò il muso sulla sua coscia.
Boruma lo accarezzò.
«Andiamo, ambasciatore,» sussurrò. «La Sicilia ci aspetta… e Napoli ci giudicherà.»
Il sole salì.
E il mare, per la prima volta, sembrò meno nero.
Come se avesse riconosciuto che la speranza non è un’illusione.
È una disciplina.
È una corsa.
È una fedeltà.

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