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CAPITOLO LXXIV — Il Fuoco sotto la Terra

L’Etna non si vedeva.

Si sentiva.

Anche quando la montagna restava lontana, anche quando le sue linee si perdevano nel buio, la sua presenza continuava a gravare sull’aria come una coscienza che non dorme. La Sicilia, di notte, cambiava natura: smetteva di essere isola e diventava creatura. Respirava piano, ma respirava ovunque.

Boruma camminava in silenzio.

Cru gli stava accanto, più vicino del solito, senza mai sfiorarlo davvero. Come se sapesse che quella non era una notte in cui si potesse consolare qualcuno. Alcune notti chiedono solo compagnia. Nessuna parola. Nessun gesto di troppo. Solo il miracolo semplice di restare.

Il sentiero era di pietra nera.

Lava antica.

Terra bruciata che non aveva smesso di essere terra.

Sotto i piedi di Boruma scricchiolavano frammenti di un incendio vecchio di secoli, e quella sensazione gli fece pensare a tutte le vite che continuano a portare addosso la forma della ferita senza per questo smettere di fiorire.

Il filo d’oro al polso non tirava.

Non si tendeva verso nulla.

Sembrava raccogliere il respiro della notte e farne memoria.

Il Sigillo, sotto la stoffa, aveva un calore basso, costante, quasi disciplinato. Non cercava di imporsi. Non comandava.

Ascoltava.

Boruma alzò lo sguardo.

Lassù, nell’oscurità, il vulcano mandava un bagliore quasi impercettibile. Non era spettacolo. Era presenza. Una brace sotto la pelle del mondo.

«Lo sai qual è la differenza tra il fuoco e il dolore?» mormorò, senza rivolgersi davvero a Cru.

Cru mosse appena le orecchie.

Boruma sorrise piano.

«Che il fuoco, almeno, non finge mai di essere altro.»

Il vento gli riportò addosso l’odore acre della terra vulcanica, mescolato al finocchietto selvatico e al sale lontano del mare. Una combinazione impossibile, eppure perfetta: come la Sicilia stessa, dove ogni elemento sembra smentire l’altro e invece lo compie.

Camminarono ancora.

Poi, improvvisamente, il sentiero si aprì su un pianoro di pietra nera. Da lì il paesaggio si allargava come una ferita esposta alla luna. In lontananza, le luci di Catania sembravano un grappolo di stelle cadute e dimenticate tra le case.

Boruma si fermò.

Cru pure.

Per un lungo istante nessuno dei due si mosse.

Fu allora che il passato tornò.

Non con violenza.

Con precisione.

Le mani che restano

La Tigna.

Non il soprannome.

Le mani.

Quelle mani che compilavano moduli con pazienza, che indicavano dove firmare senza mai farlo pesare, che guidavano l’auto nella notte verso Como mentre il sonno cercava di portarlo via.

Boruma lo rivide chiaramente, al volante, le luci della strada che gli passavano sul volto come confessioni brevi. Non aveva detto molto quella notte. La Tigna era fatto così: non invadeva mai il dolore o la stanchezza altrui con parole inutili. Però, quando arrivarono, gli mostrò le mani.

Segni rossi.

«Mi sono morso,» aveva detto, quasi vergognandosi della propria tenerezza. «Per non lasciarvi soli.»

Boruma allora non aveva trovato una frase giusta.

E forse era stato meglio così.

Perché ci sono momenti in cui le parole non aiutano.

Rimpiccioliscono.

Stasera, davanti all’Etna, capì la verità completa di quel gesto:

la vera amicizia non ti salva dal precipizio.

Si mette con te sul bordo.

Il Sigillo ebbe un battito lieve.

Come un assenso.

Il fuoco che pensa

Poi venne La Cru.

Boruma sorrise suo malgrado.

Lo sentì quasi parlare nell’aria, con quella cattiveria elegante che non feriva mai per davvero, ma costringeva tutti a non prendersi troppo sul serio.

«Borù,» sembrava dirgli ancora, «la tragedia ti viene bene, ma non fare il professionista del dolore. Che poi ti ci affezioni.»

La Cru aveva il dono raro di capire le persone senza sentimentalismi.

Poteva essere spietato in una battuta e, nello stesso istante, offrirti un piatto cucinato come un atto d’amore.

Con lui Boruma aveva imparato qualcosa che il vulcano quella notte gli stava confermando:

che il fuoco non è sempre rabbia.

A volte è discernimento.

Brucia il superfluo.

Lascia il necessario.

L’Etna lassù sembrava pensarla allo stesso modo.

La leggerezza che salva

Pinuccia arrivò come arrivava sempre: rompendo la gravità.

Una voce inventata, una battuta femminea, un’ironia che non faceva finta che il dolore non esistesse, ma gli impediva di diventare tiranno.

«Amò… ma davvero vuoi fare di tutta la tua vita un melodramma?»

Boruma rise da solo, nel buio.

Cru lo guardò come si guarda chi, per un attimo, torna a respirare bene.

Con Pinuccia aveva imparato che la leggerezza non è superficialità.

È una forma di intelligenza affettiva.

È il modo in cui alcuni esseri umani salvano gli altri senza farsi chiamare salvatori.

Il filo d’oro al polso si scaldò appena.

Boruma abbassò lo sguardo.

«Siete stati più santi voi,» sussurrò, «di tante persone che pregavano meglio.»

Il vento cambiò direzione, come se il vulcano avesse ascoltato.

Shelley e il vuoto

E poi venne lei.

Non il volto.

Il vuoto.

Il momento in cui il mondo, alla notizia della sua morte, aveva perso peso e significato insieme. Il modo in cui le stanze erano diventate ostili. Il modo in cui i gesti quotidiani si erano fatti indecenti, quasi colpevoli. Come si può continuare a mangiare, a dormire, a pettinarsi, quando qualcuno che hai amato non esiste più?

Boruma abbassò la testa.

Il dolore non era passato.

Aveva solo imparato una forma meno rumorosa.

Rivide quella sera.

Le fate ignoranti sullo schermo.

La Tigna presente.

La Cru attenta.

Pinuccia che alleggeriva senza profanare.

Il libro di Hikmet.

La colonna sonora.

Nessuno che dicesse: “devi reagire”.

Nessuno che spiegasse il dolore.

Loro avevano capito qualcosa che molti non capiscono mai:

che l’amore non è dire la frase giusta.

È non andarsene quando non c’è nessuna frase giusta da dire.

Boruma chiuse gli occhi.

Sentì la gola serrarsi.

Poi il Sigillo si scaldò di colpo.

Non per respingere il ricordo.

Per tenerlo.

E in quell’istante Boruma capì una cosa che fino a quella notte aveva solo intuito:

Shelley non era l’ostacolo a Rosy.

Shelley era la prova che si può amare così tanto da continuare a essere capaci di amare ancora.

Non sostituzione.

Continuità.

Il fuoco dell’Etna mandò un bagliore più forte.

Cru si alzò in piedi.

Davanti a loro, tra le pietre nere, qualcosa si mosse.

La figura nel fuoco

Non un uomo.

Non un’ombra.

Una presenza.

L’aria attorno a quella forma sembrava vibrare più lentamente. Come se la notte, intorno a lei, avesse cambiato ritmo per obbedienza. Boruma non provò paura. Provò la sensazione precisa che si prova davanti a certe verità:

non le hai chieste, ma sai che non puoi più evitarle.

La figura parlò senza avvicinarsi.

«Il vulcano custodisce ciò che gli uomini vorrebbero seppellire.»

La voce non era giovane né vecchia. Non era maschile né femminile. Era una voce che aveva attraversato molti secoli e aveva smesso di scegliere una parte.

Cru non ringhiò.

Abbassò il capo.

Boruma rimase immobile.

«Sei un Custode?» chiese.

«No.»

Pausa.

«I Custodi della Rosa e del Cactus custodiscono il passaggio.

Io custodisco ciò che il passaggio brucia.»

Il Sigillo, sotto la stoffa, iniziò a pulsare. Una volta. Poi due. Poi si fermò.

«Cosa brucia?» domandò Boruma.

La figura indicò la terra.

«Le maschere. Le false fedeltà. Le versioni di te che hai indossato per non farti rifiutare.»

Boruma sentì un colpo dentro.

Il padre di Morena.

Gli sguardi misurati.

La paura di non essere all’altezza.

La tendenza a offrire sempre la parte più presentabile di sé, come se il cuore nudo fosse sconveniente.

Il vulcano sembrava fare la stessa cosa da secoli: eruttare ciò che non poteva più contenere.

«E se uno non volesse bruciare?» chiese Boruma.

La figura rispose subito.

«Allora continuerà a vivere con la cenere dentro.»

Silenzio.

Il mare, laggiù, era invisibile. Eppure si sentiva.

Come si sentono certe persone anche quando non parlano.

Rosy gli attraversò il petto in quel momento.

Non come nostalgia.

Non come romanticismo.

Come una possibilità che fa paura proprio perché è vera.

La figura sembrò leggere il pensiero.

«L’amore che viene dopo un lutto non è meno puro. È più esigente. Perché non può più permettersi illusioni.»

Boruma deglutì.

Non rispose.

Perché la frase era giusta.

Troppo giusta.

La frase che il Sigillo aspettava

Il vento si alzò. Un vento strano, caldo da una parte e freddo dall’altra, come se l’Etna e il mare stessero litigando sottovoce.

Il Sigillo si scaldò ancora.

Poi successe qualcosa che Boruma non aveva mai sentito prima: non una visione, non una voce. Una frase che si componeva dall’interno.

Non nelle orecchie.

Nella coscienza.

Lentamente, come se qualcuno la stesse incidendo nel punto esatto dove un uomo tiene insieme fede e paura.

Chi non accetta di ferirsi per amore… finirà per ferire tutto ciò che ama.

Boruma ebbe quasi il bisogno di sedersi.

Cru gli appoggiò il fianco contro la gamba, solido, presente.

La figura nel buio annuì.

«Adesso inizi a capire il prezzo.»

«Napoli,» sussurrò Boruma.

«Napoli non ti chiederà il sangue.»

Pausa.

«Ti chiederà il coraggio.»

«Di cosa?»

«Di non trasformare il dolore in identità.»

Boruma sentì gli occhi bruciare. Non di pianto. Di verità.

Per anni aveva creduto che il dolore subìto fosse la prova della sua profondità. Ma quella notte, davanti al fuoco che non mente, capì che anche il dolore può diventare un rifugio. Un luogo da cui non vuoi uscire perché lì nessuno ti chiede di ricominciare.

E invece il vulcano gli diceva il contrario:

ricomincia.

Anche con la cenere addosso.

La brace e la strada

La figura si allontanò di un passo.

Non svanì.

Si confuse con la notte, che in Sicilia è una forma di memoria.

Prima di sparire del tutto, disse:

«La prossima soglia non sarà di fuoco.

Sarà di silenzio.»

Boruma rimase fermo a lungo.

Il Sigillo si calmò.

Il filo d’oro tornò tiepido.

L’Etna sopra di lui continuava a fumare piano, come un vecchio che sa già come andranno le cose ma lascia agli uomini l’illusione di scoprirlo da soli.

Boruma si passò una mano sul volto.

Poi guardò Cru.

«Andiamo, ambasciatore.»

Cru si mosse subito.

Scendendo lungo il sentiero di lava, Boruma non si sentiva più leggero.

Si sentiva più vero.

Ed era molto meglio.

Perché la leggerezza, da sola, a volte è fuga.

La verità no.

La verità pesa… ma regge.

E mentre lasciavano alle spalle il vulcano, Boruma capì finalmente che la Sicilia non stava preparando il suo arrivo a Napoli.

Stava preparando l’uomo che avrebbe avuto il coraggio di arrivarci.


Commenti

One response to “CAPITOLO LXXIV — Il Fuoco sotto la Terra”

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