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CAPITOLO LXXIII — La Bellezza che Nasce dal Dolore

La strada verso Ragusa non era una strada.

Era una lenta discesa dentro qualcosa che Boruma non sapeva ancora nominare.

Il mare si era allontanato, ma non davvero. Restava nell’aria, nel sale che si posava sulla pelle come un ricordo che non se ne vuole andare. Le colline si aprivano una dopo l’altra, morbide, silenziose, e il sole le accarezzava senza possederle.

Cru camminava davanti.

Non tirava. Non guidava.

Aspettava.

Come fanno gli esseri che sanno già dove stai andando, ma rispettano il tempo che ti serve per capirlo.

Boruma guardava il paesaggio e sentiva qualcosa cambiare.

Non fuori.

Dentro.

Dopo Siracusa aveva imparato a pensare.

Dopo Catania aveva imparato a essere vero.

Adesso…

doveva imparare a restare.

 Ibla

Quando Ragusa Ibla apparve, Boruma non disse nulla.

Perché ci sono luoghi che non si guardano.

Si ricevono.

Le pietre avevano il colore del miele antico. Le scale salivano e scendevano come pensieri che non hanno ancora deciso da che parte andare. I balconi sembravano trattenere storie, e ogni angolo aveva quella bellezza imperfetta che non chiede di essere capita.

Chiede solo di essere accolta.

Cru si fermò.

Si voltò verso di lui.

E Boruma capì.

 Qui non si passa. Qui si resta.

Niccolò

Il nome arrivò piano.

Niccolò.

Non come un ricordo lontano.

Come una presenza ancora viva.

Lo rivide su una scalinata infinita, una notte tiepida, con le luci che sembravano stelle scese a vivere tra gli uomini.

«Sai che ho capito, Borù?» gli aveva detto, con quella voce che portava ancora tracce di un passato difficile.

«Che Dio non salva togliendo il buio… ma mettendoti accanto qualcuno che resta.»

Boruma, allora, aveva sorriso senza rispondere.

Perché certe verità arrivano in ritardo.

Adesso no.

Adesso le sentiva dentro.

Il dolore che insegna

Ibla non era solo bellezza.

Era ferita trasformata.

Dopo il terremoto, la città era stata ricostruita. Non cancellando il dolore.

 Costruendoci sopra.

Boruma sfiorò una pietra con le dita.

Fredda. Viva.

Come certe persone che hanno imparato a non rompersi più, ma non hanno mai smesso di sentire.

Il Sigillo, sotto la stoffa, reagì.

Non con luce.

Non con calore.

Con ordine.

Come se i frammenti stessero trovando un senso.

Il secondo frammento

Non lo trovò.

Lo capì.

Una frase.

Non incisa.

Non visibile.

Ma chiara come il respiro.

“La bellezza non nasce dalla perfezione.

Nasce da ciò che ha scelto di non smettere di vivere.”

Boruma chiuse gli occhi.

E per la prima volta, non sentì più la morte di Shelley come una fine.

Ma come una parte.

Non meno dolorosa.

Ma meno nemica.

Cru si avvicinò.

Appoggiò il muso sulla sua mano.

Un gesto semplice.

Un gesto vero.

 Il peso che cambia

Il filo d’oro al polso non tirava più.

Non indicava più una direzione.

Faceva parte di lui.

E Boruma capì una cosa che non aveva mai capito davvero:

che il viaggio non era arrivare a Napoli.

Era diventare qualcuno capace di tornarci.

 La presenza

Il vento cambiò.

Non forte.

Preciso.

Cru alzò le orecchie.

Boruma aprì gli occhi.

Sulla scalinata, poco più in alto, c’era una figura.

Non minacciosa.

Non chiara.

Presente.

Un uomo.

O forse no.

«Hai capito,» disse.

Non era una domanda.

Boruma non rispose subito.

Poi annuì.

«Sto iniziando.»

La figura fece un passo indietro.

«Allora sei pronto a sbagliare meglio.»

Silenzio.

Poi aggiunse:

«Il Sigillo non cerca chi non cade.

Cerca chi, cadendo, non smette di amare.»

E sparì.

Non come una visione.

Come fanno certe persone che non hanno bisogno di restare per essere ricordate.

 Verso Napoli

Boruma restò fermo.

Non per paura.

Per rispetto.

Poi guardò Ibla un’ultima volta.

E sorrise.

Non perché aveva capito tutto.

Ma perché, finalmente…

 non aveva più bisogno di capire tutto per andare avanti.

«Andiamo, ambasciatore.»

Cru partì.

E mentre lasciavano la città alle loro spalle, Boruma sentì che qualcosa si era compiuto.

Non fuori.

Dentro.

E per la prima volta, il viaggio verso Napoli non gli sembrò un ritorno.

Gli sembrò una promessa.


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