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CAPITOLO LXXVIII — Napoli non si spiega

Napoli non si lascia guardare.

Ti entra negli occhi e poi scende giù, senza chiedere permesso, fino a quel punto preciso dove tieni insieme ricordi e difese. E lì si ferma.

Boruma lo capì appena mise piede tra le prime pietre consumate del centro.

Non fu una visione.

Fu un riconoscimento.

Il rumore non lo investì.

Lo abbracciò.

Un motorino passò troppo vicino, una voce si alzò da un balcone con una precisione chirurgica, due uomini discutevano con la serietà di chi si sta dicendo qualcosa di importante anche se sembrava il contrario.

Boruma inspirò.

Caffè, sale, umido, qualcosa di fritto da troppo tempo e qualcosa di vero da sempre.

«Cru… qua pure l’aria tiene carattere.»

Cru non rispose.

Ma gli camminava più vicino.

Scese senza fretta verso Spaccanapoli.

Quella linea sottile che divide e tiene insieme, come fanno certe frasi dette a metà.

Le chiese si aprivano all’improvviso tra i palazzi, senza chiedere spazio. Le edicole votive stavano incastrate nei muri come promemoria: qualcuno qui ha pregato davvero.

Boruma si fermò davanti a una.

Una candela consumata, una fotografia sbiadita, un volto che qualcuno non aveva mai smesso di aspettare.

Non disse niente.

Si limitò a fare un cenno col capo.

Rispetto.

Attraversò lento verso Via dei Tribunali.

Il cuore pulsava più forte.

Non per emozione.

Perché quella strada non ti lascia passare leggero.

Pizza che usciva dai forni come una promessa mantenuta, risate, mani che si muovevano mentre parlavano, occhi che ti leggevano senza discrezione.

Una bambina gli passò accanto correndo.

Dietro, la madre gridava qualcosa che sembrava rabbia ma aveva dentro una paura precisa: non perderla.

Boruma sorrise appena.

«Qua pure i rimproveri so’ atti d’amore…»

Arrivò a Piazza Bellini quando il sole si stava abbassando piano, senza fare scena.

Le mura greche affioravano dalla terra come una verità che non si era mai nascosta davvero.

Boruma si fermò.

Guardò quelle pietre antiche.

Non erano rovine.

Erano memoria viva.

Si sedette su uno dei gradini.

Cru si sdraiò accanto.

Il rumore della piazza continuava: studenti, voci, bicchieri, passi,le note dolci che trapelavano dal Conservatorio.

Eppure lì… proprio lì…

c’era uno spazio vuoto.

Un silenzio dentro al rumore.

La percepì prima ancora di pensarla.

Una casa.

Una finestra socchiusa su uno dei palazzi che guardano la piazza.

Una tenda chiara che si muoveva appena, anche senza vento.

Boruma abbassò la voce.

«Permesso…»

Cru alzò le orecchie, ma non si mosse.

L’aria cambiò.

Non fredda.

Non calda.

Presente.

Bella ’Mbriana

Non si mostrò.

Non ce n’era bisogno.

Si sentiva.

Nel modo in cui il tempo sembrava rallentare proprio lì, in quel punto preciso della piazza. Nel modo in cui nessuno, tra chi passava, disturbava davvero quello spazio.

Boruma non guardò la finestra.

Guardò davanti.

«Resta pure…» disse piano. «Non facciamo casino.»

Un mezzo sorriso gli piegò la bocca.

«Già ce pensiamo noi normalmente.»

Cru si rilassò.

Era abbastanza.

Riprese a camminare.

La città lo attraversava più di quanto lui attraversasse lei.

Arrivò quasi senza accorgersene verso Via Toledo.

Lì il ritmo cambiava.

Più veloce.

Più nervoso.

Più moderno.

Ma sotto…

la stessa cosa.

Sempre la stessa.

Vita che non si arrende.

Un uomo vendeva qualcosa urlando, un altro lo ignorava con una dignità teatrale, una ragazza rideva al telefono come se niente al mondo potesse toccarla davvero.

Boruma osservò tutto.

E capì.

Non era caos.

 Era equilibrio instabile.

E funzionava.

Quando passò davanti al Duomo di Napoli non entrò.

Si fermò sulla soglia.

Dentro, qualcuno pregava.

Fuori, qualcuno bestemmiava.

Boruma abbassò lo sguardo.

«E vabbè…» mormorò. «Tanto lui capisce entrambe.»

Riprese a camminare.

E fu allora che la sentì.

Non una voce.

Non un passo.

 Una presenza.

Si voltò.

Lei era lì.

Rosy

Non sorpresa.

Non emozione urlata.

Solo quella calma che hanno le cose giuste quando arrivano.

«Te la sei presa comoda,» disse Boruma.

Rosy sorrise.

«Ti ho lasciato spazio.»

Cru si avvicinò a lei e abbassò la testa.

Come si fa con chi si riconosce.

Camminarono insieme.

Senza bisogno di spiegarsi.

A Napoli le parole servono meno.

«Allora?» chiese lei.

Boruma guardò davanti.

Le luci iniziavano ad accendersi, una alla volta, come se la città si stesse preparando a qualcosa.

«Allora niente…» disse piano.

Pausa.

«Qua non puoi fare il furbo.»

Rosy annuì.

«Meglio.»

Silenzio.

Poi lui aggiunse:

«O resti… o fai finta.»

Il Sigillo si scaldò appena.

Non invasivo.

Presente.

E dentro Boruma si formò una verità semplice, quasi banale, ma impossibile da ignorare:

Napoli non ti chiede di essere migliore.
Ti chiede di essere vero.

Un pallone rotolò fino ai suoi piedi.

Un ragazzino lo guardò.

«Me lo passi?»

Boruma lo fermò con il piede.

Lo guardò.

E sorrise.

«Mo’ te lo ridò… ma tir’ meglio.»

Il ragazzino rise.

Boruma gli restituì il pallone.

E mentre quello correva via, Rosy lo osservava.

«Sei a casa,» disse.

Boruma non rispose subito.

Guardò la strada.

La gente.

Il cielo stretto tra i palazzi.

Poi fece un mezzo sorriso.

«No…»

Pausa.

«Mo’ sì.»

E continuarono a camminare.

Non verso qualcosa.

 Dentro qualcosa.

E Napoli, attorno, non si fece capire.

Si fece sentire.


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Commenti

2 risposte a “CAPITOLO LXXVIII — Napoli non si spiega”

  1. Maravilloso! Como siempre. Un fuerte abrazo desde buenos aires… y que llegue! jajaj

  2. Tus palabras llegan como una ola suave que cruza el mar y encuentra hogar en el corazón.
    Si tiene que llegar… llegará, porque hay emociones que no conocen distancia, solo verdad.
    Un fuerte abrazo, capaz de unir orillas lejanas.

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