Napoli, di notte, non dorme.
Boruma lo pensò mentre avanzava nel ventre della città insieme ad Alessio, Valerio, Rosy, Napolina e Cru. Sopra di loro la metropoli continuava a vivere: motorini, bicchieri che brindavano, risate, litigate ai balconi, il mare nero contro il lungomare. Ma sotto… sotto era diverso.
Lì il tempo non passava.
Sedimentava.
Le pareti di tufo sembravano vive, umide come pelle. Ogni tanto l’acqua scivolava lungo la roccia con un suono lento, quasi umano, come un respiro trattenuto da secoli.
La donna delle chiavi camminava davanti a loro senza voltarsi mai. Non spiegava la strada. La conosceva come si conosce una cicatrice.
«Sai che mi ricorda?» sussurrò Napolina, guardandosi attorno. «Casa mia quando aprivo il frigorifero a tredici anni: stesso freddo, stessa paura di trovare qualcosa di inquietante.»
Rosy rise piano.
Perfino Alessio sorrise.
Boruma no.
Lui ascoltava.
Perché da quando erano entrati laggiù aveva iniziato a sentire qualcosa di strano. Non una voce. Non ancora. Piuttosto una sensazione: come se il sottosuolo stesse osservando loro.
Cru si fermò di colpo.
Ringhiò.
Basso.
Profondo.
Valerio abbassò lo sguardo verso il cane. «L’ha sentito anche lui.»
«Cosa?» chiese Rosy.
Valerio rimase qualche secondo in silenzio.
Poi disse piano:
«Qualcuno che ci precede.»
Un rumore metallico attraversò il tunnel.
CLANG.
Lontano.
Ma abbastanza forte da far vibrare le pareti.
Napolina si immobilizzò. «Ok. Adesso basta. Io già convivo con le ansie normali della vita: bollette, traffico, rughe… non mi servivano pure i fantasmi napoletani.»
La donna delle chiavi si fermò.
Per la prima volta da quando erano entrati.
«Non sono fantasmi.»
Poi aggiunse:
«I fantasmi cercano pace. Quelli che vivono qui sotto… cercano ancora qualcosa.»
Boruma sentì il filo d’oro scaldarsi leggermente sul polso.
Non forte.
Come un avvertimento gentile.
Il corridoio si aprì in una cavità enorme. Il soffitto spariva nell’ombra e il pavimento era attraversato da vecchi canali d’acqua costruiti secoli prima dai greci. Napoli sotto Napoli. Città sotto città. Memorie sotto memorie.
E lì, sulle pareti, comparvero i primi simboli.
Incisi.
Una rosa.
Un cactus.
E in mezzo…
un labirinto.
Alessio si avvicinò lentamente.
«È lo stesso simbolo del frammento.»
Boruma annuì.
Rosy sfiorò il muro con le dita.
«Quanti anni hanno queste incisioni?»
La donna delle chiavi sorrise appena.
«Più di quanti ne servano agli uomini per dimenticare.»
Valerio osservava il labirinto in silenzio. I suoi occhi seguivano le linee come se stessero leggendo qualcosa.
«No,» disse piano.
Tutti si voltarono.
«Non è un labirinto.»
Napolina sbuffò. «Perfetto. E cos’è? Una pianta catastale dell’inferno?»
Valerio si avvicinò ancora.
«È una mappa.»
Boruma sentì un brivido.
«Di cosa?»
Valerio indicò il centro dell’incisione.
«Di Napoli.»
Silenzio.
Cru emise un ringhio basso.
Boruma guardò meglio.
E allora lo vide.
Non era un semplice intreccio di linee.
Erano strade.
Vicoli.
Gallerie.
La città intera era stata disegnata secoli prima dentro quel simbolo.
E al centro della mappa…
un punto.
Marcato con un’incisione più profonda.
La Cappella San Severo.
Rosy trattenne il fiato. «Perché lì?»
La donna delle chiavi abbassò lo sguardo.
«Perché alcune verità non vengono nascoste.»
Fece una pausa.
«Vengono protette.»
Un altro rumore.
Più vicino.
CLANG.
CLANG.
Questa volta non sembrava casuale.
Sembrava un segnale.
Alessio si voltò di scatto verso il tunnel da cui erano arrivati.
Buio.
Ma non vuoto.
Boruma lo percepì subito: quella sensazione che conosceva bene, la stessa provata a Gaza pochi secondi prima di un bombardamento.
Presenza.
«Non siamo soli,» disse.
Napolina incrociò le braccia. «No vabbè, questa frase nei film horror è sempre quella che porta sfortuna.»
Cru avanzò di due passi.
Pelo ritto.
Occhi fissi.
Rosy si avvicinò istintivamente a Boruma.
Non per paura.
Per fiducia.
E fu in quell’istante che successe.
La luce tremò.
Non si spense.
Si deformò.
Come se l’aria fosse diventata acqua.
E dal fondo del tunnel apparve una figura.
Alta.
Immobile.
Volto coperto.
Ma non era questo a fare paura.
Era il fatto che sembrasse conoscere già tutti loro.
La donna delle chiavi impallidì.
«No…»
Boruma fece mezzo passo avanti.
«Chi è?»
La figura inclinò lentamente il capo.
Poi parlò.
Una voce calma. Troppo calma.
«Il problema degli uomini buoni…»
Fece un passo.
«…è che credono che l’amore basti.»
Silenzio.
Boruma sentì il sangue rallentare.
Conosceva quella voce.
Non il volto.
La voce.
L’uomo con la cicatrice.
Ma cambiato.
Più stanco.
Più vicino.
Più pericoloso.
Alessio serrò la mascella.
Valerio non si mosse.
Napolina guardò Boruma. «Ti prego dimmi che almeno questo è un tuo ex compagno di liceo.»
Boruma sorrise appena.
Ed era proprio quello il problema.
Sorrideva quando aveva paura.
«Che vuoi?» chiese.
L’uomo si fermò davanti alla mappa incisa.
«Salvarvi.»
Rosy scosse lentamente la testa.
«Quelli come voi usano sempre parole bellissime.»
L’uomo la guardò.
E per la prima volta qualcosa nei suoi occhi si incrinò.
«No. Quelli come noi… usano la paura.»
Fece una pausa.
«Ma io ho visto cosa succede quando il Sigillo si completa.»
Valerio parlò piano.
«E cosa succede?»
L’uomo chiuse gli occhi un istante.
Quando li riaprì… sembrava sinceramente terrorizzato.
«Le città si svegliano.»
Silenzio.
Poi indicò la mappa.
«E Napoli… è l’ultima.»
CLANG.
Un colpo violentissimo risuonò sotto terra.
La parete alle loro spalle tremò.
Cru abbaiò.
La donna delle chiavi sussurrò qualcosa in una lingua antica.
E il labirinto inciso sul muro…
iniziò lentamente a illuminarsi.
Come vene d’oro sotto la pelle della città.
Boruma guardò Alessio.
Poi Valerio.
Poi Rosy.
Poi Napolina.
E capì.
Il viaggio non li aveva portati a Napoli.
Li aveva portati…
alla porta.
E qualcuno…
stava già cercando di aprirla.

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