La linea dorata scomparve.
Non si affievolì.
Non cambiò direzione.
Scomparve.
Come se non fosse mai esistita.
Boruma si fermò di colpo davanti al portone di Santa Chiara.
Dietro di lui Rosy fece lo stesso.
Valerio strinse gli occhi.
Alessio guardò il pavimento.
Napolina si voltò a destra e a sinistra.
«Perfetto.»
Nessuno rispose.
«No, davvero. Perfetto. Prima abbiamo una strada luminosa che attraversa mezza Napoli e adesso sparisce. Io comincio a sospettare che questa città abbia il senso dell’umorismo.»
Cru rimase immobile.
Le orecchie tese.
Come se ascoltasse qualcosa che gli esseri umani non potevano udire.
Boruma osservò il portone.
Vecchio.
Silenzioso.
Eppure aveva la strana sensazione che qualcuno li stesse aspettando dall’altra parte.
Non una persona.
Qualcosa di più antico.
Come un ricordo.
Quando entrarono, Napoli rimase fuori.
Non il rumore.
Non il traffico.
Napoli stessa.
Il Chiostro di Santa Chiara sembrava appartenere a un’altra dimensione.
La luce filtrava tra gli archi con una dolcezza irreale.
Le maioliche riflettevano il sole come piccole porzioni di cielo cadute sulla terra.
Limoni.
Vigne.
Fiori.
Mare.
Scene di vita.
Colori.
Ovunque colori.
Eppure nessuno parlò.
Perché la bellezza vera ha un potere particolare.
Riesce a zittire perfino i pensieri.
Boruma sentì il cuore rallentare.
Per la prima volta da quando era arrivato a Napoli.
Per la prima volta da Gaza.
Per la prima volta dopo molto tempo.
Pace.
O almeno qualcosa che le assomigliava.
Valerio fu il primo ad accorgersene.
«Guardate.»
La sua voce era appena un sussurro.
Indicò una delle colonne maiolicate.
Boruma si avvicinò.
La scena raffigurata sembrava normale.
Un uomo.
Un sentiero.
Una collina.
Poi qualcosa cambiò.
O forse era cambiato il loro sguardo.
Perché quell’uomo…
assomigliava incredibilmente a lui.
Rosy si irrigidì.
Napolina smise di scherzare.
Alessio osservò attentamente.
«È impossibile.»
Boruma non rispose.
Perché anche lui lo stava pensando.
Procedettero lungo il porticato.
E trovarono una seconda immagine.
Poi una terza.
Poi una quarta.
Nessuna rappresentava Napoli.
Nessuna raccontava la storia del chiostro.
Raccontavano loro.
Il deserto.
Una biblioteca sotterranea.
Una rosa.
Un cactus.
Un cane che vegliava davanti a una porta.
Cru.
Rosy portò una mano alla bocca.
«No…»
La donna delle chiavi impallidì.
Per la prima volta sembrava davvero spaventata.
«Non dovrebbe essere possibile.»
«Cosa?» chiese Alessio.
Lei non rispose subito.
Continuava a fissare le immagini.
Come se stesse vedendo un fantasma.
«Santa Chiara non mostra il passato.»
Silenzio.
«Mostra ciò che custodisci.»
Napolina deglutì.
«E io che speravo mostrasse soltanto la lista della spesa.»
Nessuno rise.
Nemmeno lui.
Perché qualcosa stava cambiando.
Le maioliche non erano più semplici decorazioni.
Erano specchi.
Specchi dell’anima.
Boruma continuò a camminare.
Poi si fermò davanti a un’altra scena.
E il sangue gli si gelò.
Perché stavolta riconobbe immediatamente ciò che stava osservando.
Una donna.
Capelli mossi dal vento.
Un sorriso che conosceva.
Shelley.
Il mondo sembrò rallentare.
Le voci si allontanarono.
Il chiostro scomparve.
Restò soltanto lei.
Come un ricordo rimasto sospeso tra il dolore e la gratitudine.
Boruma chiuse gli occhi.
Non per sfuggire.
Per restare.
Rosy lo osservava da lontano.
Non fece domande.
Le persone che amano davvero sanno riconoscere i silenzi che meritano rispetto.
E quel silenzio apparteneva soltanto a lui.
Fu Alessio a rompere l’incantesimo.
«Valerio.»
Il fratello si voltò.
«Guarda.»
Davanti a loro compariva una scena diversa.
Due ragazzi.
Uno rivolto verso il mare.
L’altro verso la terra.
Sembravano scegliere direzioni opposte.
Valerio rimase immobile.
Alessio osservò la maiolica per alcuni secondi.
Poi sorrise.
Un sorriso lieve.
Maturo.
«Forse non bisogna camminare sempre nella stessa direzione per restare fratelli.»
Valerio lo guardò.
E negli occhi gli comparve una luce che Boruma conosceva bene.
La luce di chi ha sofferto senza diventare duro.
«No.»
Fece una pausa.
«Basta sapere dove tornare.»
Boruma abbassò lo sguardo.
Per un istante rivide i due ragazzi conosciuti anni prima tra i corridoi del Convitto.
Le ferite ancora aperte.
Lo smarrimento.
La rabbia silenziosa di chi si sente abbandonato dalla vita.
Poi guardò gli uomini che erano diventati.
Alessio.
Valerio.
Diversi.
Forti.
Imperfetti.
Vivi.
E sentì qualcosa riempirgli il petto.
Non era paternità.
Era qualcosa di più difficile da spiegare.
L’orgoglio di chi aveva avuto il privilegio di vedere due anime ferite trasformare il dolore in forza.
Perché certi legami non nascono dal sangue.
Nascono dal cammino.
E Boruma, osservandoli, comprese che li sentiva un po’ come figli del cuore.
Non perché gli appartenessero.
Ma perché aveva avuto la fortuna di accompagnarli per un tratto della loro strada.
Poi accadde.
Un raggio di sole colpì una colonna.
Una sola.
La più lontana.
La più nascosta.
Per un attimo qualcosa brillò.
Rosy fu la prima a vederlo.
«Lì.»
Si avvicinarono.
Tra le maioliche.
Tra i colori.
Tra i secoli.
C’era una frase.
Incisa.
Non dipinta.
Incisa.
Come se qualcuno avesse voluto che sopravvivesse al tempo.
Boruma lesse lentamente.
E il respiro gli si fermò.
Perché conosceva quelle parole.
Le aveva sentite molti anni prima.
Pronunciate da una sola persona.
Una persona che pensava lontana.
Forse perduta.
Forse irraggiungibile.
La frase diceva:
“La speranza è l’unica cosa che cresce anche nelle crepe.”
Dante.
Nessuno parlò.
Perché tutti capirono.
Dante era vivo.
E in qualche modo…
sapeva.
Ma non era finita.
Sotto la frase.
Nascosta dietro una piccola maiolica raffigurante un limone.
Valerio notò una fessura.
Minuscola.
Inserì le dita.
La piastrella si mosse.
Un clic.
Antico.
Metallico.
La parete tremò appena.
E dal suo interno scivolò fuori qualcosa.
Una chiave.
Nera.
Pesante.
Più antica di qualsiasi cosa avessero visto fino a quel momento.
Sul manico era inciso un simbolo.
Una rosa.
E un cactus intrecciati insieme.
Cru ringhiò.
La donna delle chiavi impallidì.
Napolina sussurrò:
«Va bene…»
Guardò la chiave.
Poi il chiostro.
Poi gli altri.
«Adesso comincio ufficialmente a preoccuparmi.»
Ma nessuno lo stava ascoltando.
Perché tutti avevano compreso la stessa cosa.
Santa Chiara non era una tappa.
Era una prova.
E qualcuno…
molto prima di loro…
aveva lasciato il primo vero indizio.
Verso ciò che li attendeva nelle profondità di Napoli.

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