La chiave era fredda.
Non gelida.
Fredda come certe verità che attendono pazientemente il momento giusto per essere scoperte.
Boruma la teneva nel palmo della mano mentre il sole filtrava tra le maioliche di Santa Chiara.
Attorno a lui nessuno parlava.
Nemmeno Napolina.
E questo, da solo, bastava a rendere inquietante qualsiasi situazione.
La donna delle chiavi osservava l’oggetto come se avesse appena visto un fantasma.
«La riconosci?» domandò Rosy.
Lei esitò.
Poi annuì lentamente.
«No.»
Napolina sbatté le palpebre.
«Scusa, questa risposta è profondamente napoletana.»
Rosy sorrise.
La donna sospirò.
«Non la riconosco.
Ma riconosco il simbolo.»
Indicò la rosa.
Poi il cactus.
«Pensavo fosse soltanto una leggenda.»
Valerio sollevò lo sguardo.
«E se invece fosse una memoria?»
Nessuno rispose.
Perché a Napoli le due cose spesso coincidono.
Cru si alzò all’improvviso.
Le orecchie dritte.
Il muso rivolto verso il fondo del chiostro.
Ringhiò.
Una sola volta.
Bassa.
Profonda.
Boruma si voltò.
Non vide nessuno.
Eppure sentì chiaramente qualcosa.
Come una presenza.
Non ostile.
Non amica.
Osservatrice.
La stessa sensazione provata alla Cappella San Severo.
La stessa sensazione avvertita nei sotterranei.
Qualcuno li stava seguendo.
Da molto tempo.
Fu allora che accadde.
Un colpo di vento attraversò il chiostro.
Le foglie dei limoni tremarono.
Le ombre si mossero.
E una delle maioliche emise un suono secco.
Tutti si voltarono.
La colonna davanti a loro stava cambiando.
Non la pietra.
L’immagine.
Boruma vide chiaramente una scena comparire dove pochi secondi prima non c’era nulla.
Una barca.
Il mare.
Una costa rocciosa.
Un promontorio.
Punta Campanella.
Rosy trattenne il fiato.
«Quello è il golfo.»
La donna delle chiavi impallidì.
«No.»
«Che succede?» chiese Alessio.
Lei indicò la scena.
Le mani tremavano.
«Le maioliche non mostrano il futuro.»
Silenzio.
«Mai.»
Eppure l’immagine continuava a prendere forma.
Comparvero altre figure.
Una panchina.
Una donna.
Un uomo.
Il mare.
Il Vesuvio all’orizzonte.
Poi tutto si dissolse.
Come nebbia.
Come un sogno.
Come un ricordo che apparteneva a un tempo non ancora vissuto.
Boruma sentì qualcosa stringergli il petto.
Non capiva perché.
Ma quella visione gli sembrava familiare.
Troppo familiare.
Napolina tossicchiò.
«Ok.
Adesso pure le maioliche fanno spoiler.»
Nessuno rise.
Tranne Rosy.
E fu una risata così lieve che sembrò un segreto.
Valerio si era allontanato.
Pochi metri.
Davanti a una parete apparentemente anonima.
Gli occhi fissi su un punto preciso.
Alessio lo raggiunse immediatamente.
«Che hai visto?»
Valerio non rispose.
Passò una mano sul muro.
Polvere.
Tufo.
Silenzio.
Poi…
un’incisione.
Nascosta.
Antichissima.
Una frase.
In greco.
La stessa lingua che avevano già incontrato lungo il cammino del Sigillo.
La stessa lingua della donna delle chiavi.
Lei si avvicinò.
La lesse.
E diventò pallida.
Più pallida di quanto Boruma l’avesse mai vista.
«Cosa dice?» domandò Rosy.
La donna esitò.
Come se non volesse pronunciarla.
Poi parlò.
Piano.
Troppo piano.
«La seconda porta custodisce i nomi.»
Silenzio.
Napolina deglutì.
«Perfetto.
Perché quando una frase inizia con “la seconda porta” non finisce mai bene.»
Boruma osservò la parete.
«Seconda rispetto a cosa?»
La donna delle chiavi chiuse gli occhi.
Come se stesse combattendo con un ricordo.
Poi sussurrò:
«Rispetto alla prima.»
«E dov’è la prima?»
Lei sollevò lentamente lo sguardo.
Verso nord.
Verso le colline.
Verso l’ombra degli alberi che dominavano Napoli.
Verso il luogo indicato dall’uomo in bianco.
Capodimonte.
Un brivido attraversò il gruppo.
Cru ringhiò.
Il vento tornò a soffiare.
E da qualche parte, lontano, una campana iniziò a suonare.
Una.
Due.
Tre volte.
Boruma strinse la chiave.
Poi guardò Rosy.
Alessio.
Valerio.
Napolina.
La donna delle chiavi.
La sua strana famiglia scelta dal destino.
E comprese una cosa.
Santa Chiara non aveva dato loro una risposta.
Aveva dato loro una direzione.
Molto lontano, sul tetto di un edificio affacciato sul golfo, l’uomo vestito di bianco osservava Napoli.
Il vento agitava la rosa ricamata sul petto.
Per la prima volta non sorrideva.
Sembrava preoccupato.
Quasi triste.
Come un uomo che conosce il finale di una storia e vorrebbe cambiarlo.
Poi abbassò lo sguardo.
Verso Capodimonte.
E sussurrò una sola parola.
«Finalmente.»

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