Quando lasciarono Santa Chiara, nessuno parlò.
Non perché mancassero le domande.
Accadeva esattamente il contrario.
Ce n’erano troppe.
La chiave della Rosa e del Cactus era custodita nello zaino di Boruma.
Eppure sembrava pesare molto più del ferro con cui era stata forgiata.
Pesava come una promessa.
O una responsabilità.
Il sole di Napoli cadeva obliquo sui vicoli, accendendo il tufo di riflessi color miele.
Le campane suonavano in lontananza.
Una donna stendeva i panni da un balcone.
Un uomo discuteva animatamente con un motorino parcheggiato male, come se il motorino potesse rispondergli.
Napolina osservò la scena.
«Questa città è meravigliosa.»
Rosy sorrise.
«Finalmente qualcosa di positivo.»
«Infatti.»
Indicò l’uomo.
«Solo a Napoli puoi assistere a una discussione tra un essere umano e un mezzo di trasporto.»
Perfino Alessio rise.
E quella risata fece piacere a Boruma.
Perché da quando avevano lasciato Santa Chiara aveva percepito una strana tensione dentro il ragazzo.
Come se stesse riflettendo su qualcosa.
Qualcosa che non aveva ancora deciso di condividere.
«La seconda porta custodisce i nomi.»
Valerio pronunciò la frase quasi tra sé.
Per la decima volta.
Forse la ventesima.
Boruma lo guardò.
«Ci stai ancora pensando.»
«Tu no?»
Boruma non rispose.
Perché la verità era semplice.
Non riusciva a smettere.
I nomi.
Perché proprio i nomi?
Non il denaro.
Non il potere.
Non la conoscenza.
I nomi.
Continuarono a camminare.
La linea dorata non era più ricomparsa.
Come se Santa Chiara avesse interrotto qualcosa.
O forse inaugurato qualcosa di nuovo.
Cru avanzava tranquillo.
Ma ogni tanto si voltava.
Controllava.
Aspettava.
Come se fosse certo che qualcuno stesse seguendo il gruppo.
Rosy lo notò.
«Anche tu lo senti?»
Boruma annuì.
«Da quando siamo usciti dalla Cappella.»
«L’uomo in bianco?»
«Forse.»
«O forse qualcun altro.»
La risposta arrivò da Valerio.
E nessuno trovò il coraggio di contraddirlo.
Passarono davanti a una piccola bottega.
Poi a una libreria.
Poi a un’antica falegnameria.
Sulle insegne comparivano nomi.
Nomi ovunque.
Nomi di famiglie.
Nomi di fondatori.
Nomi di persone dimenticate.
Fu Alessio a fermarsi davanti a una targa consumata.
La accarezzò con le dita.
«Strano.»
«Cosa?» domandò Rosy.
«Passano gli anni e restano i nomi.»
Valerio sorrise.
«Perché i nomi sono storie.»
Boruma sentì un brivido.
Perché quella frase sembrava una chiave.
Una chiave diversa da quella che portava nello zaino.
Poco più avanti la videro.
Era una libreria minuscola.
Stretta tra due edifici.
Così stretta che sembrava essersi infilata lì per errore.
L’insegna era scolorita.
Le lettere quasi illeggibili.
Eppure qualcosa attirò immediatamente l’attenzione di Boruma.
Sul legno della porta.
Inciso.
Consumata dal tempo.
C’era una rosa.
E accanto.
Un cactus.
Il gruppo si immobilizzò.
Napolina guardò Boruma.
Poi la porta.
Poi di nuovo Boruma.
«Ti prego dimmi che questa volta è una coincidenza.»
Nessuno rispose.
Perché tutti sapevano che non lo era.
Cru fu il primo ad avanzare.
Spinse leggermente il muso contro la porta.
Un campanello antico tintinnò.
Il suono sembrò attraversare il tempo.
Dentro non c’era nessuno.
O almeno così sembrava.
Scaffali.
Libri.
Polvere.
Mappe.
Odore di carta antica.
Silenzio.
Un silenzio diverso da quello di Santa Chiara.
Più terreno.
Più umano.
Poi una voce.
«Finalmente.»
Il gruppo si voltò.
Un uomo molto anziano sedeva dietro una scrivania.
Non capivano come avessero fatto a non notarlo.
Capelli bianchi.
Occhi limpidi.
Una giacca che sembrava appartenere a un altro secolo.
L’uomo osservò Boruma.
Poi Rosy.
Poi Alessio e Valerio.
Infine Cru.
E sorrise.
Come chi ritrova vecchi amici.
«Credevo che Dante avesse sbagliato i conti.»
Silenzio.
Assoluto.
Boruma sentì il cuore accelerare.
«Conosci Dante?»
L’anziano rise.
Piano.
«Conosco molte persone.»
Si alzò.
Con lentezza.
Ma senza fragilità.
Come un albero antico.
«La domanda giusta è un’altra.»
Boruma rimase immobile.
«Quale?»
L’uomo si avvicinò.
Lo guardò negli occhi.
E per la prima volta il sorriso scomparve.
«Perché Dante conosce voi?»
Nessuno trovò una risposta.
Nemmeno Boruma.
Nemmeno Valerio.
Nemmeno Rosy.
Perché improvvisamente la domanda sembrava molto più importante di tutte quelle che si erano posti fino a quel momento.
L’anziano si voltò verso una parete coperta di libri.
Passò una mano su alcuni volumi.
Poi ne estrasse uno.
Piccolo.
Rilegato in pelle.
Antichissimo.
Sul dorso non c’era alcun titolo.
Solo un simbolo.
Una rosa.
E un cactus.
Intrecciati.
Come se fossero sempre appartenuti l’uno all’altro.
«La seconda porta custodisce i nomi.»
disse l’uomo.
Il sangue si gelò nelle vene di tutti.
«Come fai a sapere quella frase?» sussurrò Rosy.
L’anziano sorrise.
Di nuovo.
Ma stavolta nei suoi occhi comparve qualcosa di diverso.
Malinconia.
«Perché sono stato io a scriverla.»
Fuori.
Molto lontano.
Sul tetto di un edificio affacciato sul golfo.
L’uomo vestito di bianco osservava il mare.
Il vento agitava la rosa ricamata sul petto.
Quando chiuse gli occhi sembrò stanco.
Molto stanco.
Come un uomo che aspetta da tutta una vita un momento preciso.
Poi sussurrò una frase che nessuno avrebbe potuto sentire.
«Finalmente il Custode ha aperto il libro.»
E per la prima volta…
sorrise.

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