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CAPITOLO XCIII — Il Nome che Mancava

Il silenzio che seguì non assomigliava a nessun altro silenzio.

Non era stupore.

Non era paura.

Era qualcosa di più difficile da definire.

Come quando il mare si ritira improvvisamente dalla riva e, per un istante, tutto sembra immobile.

Il Custode fissava la pagina.

Boruma fissava il proprio nome.

Rosy osservava entrambi.

Valerio sembrava ascoltare un pensiero lontano.

Alessio era rimasto immobile accanto al fratello.

Perfino Napolina non trovava battute.

E questo, a Napoli, era un evento degno di essere annotato nei libri di storia.

Cru fu il primo a distogliere lo sguardo dal volume.

Come se avesse già capito che la risposta non si trovava lì.

Ma altrove.

«Non è possibile…» sussurrò il Custode.

Le sue dita tremavano.

Per la prima volta da quando lo avevano incontrato sembrava un uomo anziano.

Non un guardiano.

Non un sapiente.

Soltanto un uomo.

«Che cosa?» domandò Rosy.

L’anziano sollevò lentamente gli occhi.

«Non è il tuo nome che mi spaventa.»

Guardava Boruma.

Ma sembrava parlare a sé stesso.

«È quello che manca.»

Valerio si avvicinò.

La pagina era semplice.

Troppo semplice.

Al centro appariva una sola parola.

BORUMA.

Null’altro.

Eppure…

più la osservava, più si accorgeva che qualcosa non tornava.

Accanto al nome esisteva uno spazio.

Una distanza precisa.

Come se il libro fosse stato scritto per contenere due nomi.

Non uno.

«C’era qualcos’altro qui.»

La voce di Alessio ruppe il silenzio.

Il Custode lo guardò.

Sorprendentemente.

«Come fai a dirlo?»

Alessio indicò la pergamena.

«Perché manca equilibrio.»

Napolina sbatté le palpebre.

«Scusa, ma da quando analizzi l’equilibrio delle pergamene magiche?»

Alessio sorrise.

«Da quando mi costringete a vivere queste cose.»

Perfino il Custode rise.

Una risata breve.

Necessaria.

Poi tornò serio.

Molto serio.

«Ogni Custode cammina sempre in due.»

Nessuno parlò.

Le parole sembravano troppo pesanti per essere interrotte.

«Quando uno dei nomi scompare…»

La sua voce si incrinò.

«…il Sigillo si spezza.»

Boruma sentì un brivido attraversargli la schiena.

Gli tornarono alla mente Gaza.

Shelley.

La biblioteca sotterranea.

Il deserto.

L’uomo con la cicatrice.

La donna delle chiavi.

Dante.

Rosy.

Cru.

Alessio.

Valerio.

Decine di volti.

Decine di nomi.

Eppure nessuno sembrava combaciare.

Perché il problema non era capire chi fosse.

Il problema era capire perché fosse scomparso.

Fu Rosy ad accorgersi di una cosa.

Una cosa minuscola.

Quasi invisibile.

«Guardate.»

Indicò la pagina.

Sotto il nome.

Molto sotto.

Dove la luce colpiva la carta con una certa inclinazione.

Comparivano segni sottilissimi.

Come graffi.

Come lettere cancellate.

Come una ferita.

Il Custode impallidì.

«No…»

Si avvicinò.

Passò lentamente le dita sulla pergamena.

E allora apparvero.

Per un solo istante.

Tre lettere.

Poi sparirono di nuovo.

Come un respiro.

Come un ricordo.

Come un sogno.

DAN

Il cuore di Boruma accelerò.

Rosy trattenne il fiato.

Valerio strinse i pugni.

Alessio abbassò lo sguardo.

Napolina sussurrò:

«Vi prego ditemi che a Napoli esistono anche misteri semplici.»

Nessuno rispose.

Perché tutti stavano pensando alla stessa persona.

Dante.

Il Custode si allontanò dal tavolo.

Lentamente.

Come se improvvisamente avesse bisogno di respirare.

Guardò fuori dalla finestra.

Verso il golfo.

Verso il mare.

Verso una distanza che sembrava appartenere a un altro tempo.

«Pensavo fosse morto.»

La frase cadde nella stanza come una pietra nell’acqua.

Boruma si irrigidì.

«Chi?»

L’anziano non si voltò.

«L’uomo che avrebbe dovuto custodire il secondo nome.»

Silenzio.

Assoluto.

Perfino Napoli sembrava essersi fermata ad ascoltare.

Fu allora che Cru si alzò.

Di colpo.

Le orecchie dritte.

Lo sguardo fisso verso il fondo della libreria.

Ringhiò.

Una volta sola.

Bassa.

Profonda.

Tutti si voltarono.

Dietro uno scaffale.

Dove pochi istanti prima non c’era nulla.

Compariva una porta.

Stretta.

Antica.

Quasi nascosta nel muro.

Come se la libreria avesse deciso di mostrarla soltanto in quel momento.

Napolina guardò la porta.

Poi il Custode.

Poi la porta.

Poi il Custode.

«Va bene.»

Si arrese.

«Io ormai non faccio più domande.»

Ma il Custode non rideva.

Non sorrideva.

Non parlava.

Guardava quella porta con un’espressione che nessuno gli aveva ancora visto.

Paura.

«Non dovrebbe essere aperta.»

sussurrò.

La maniglia.

Da sola.

Si abbassò lentamente.

CLACK.

Nessuno si mosse.

Nessuno respirò.

E dalla fessura comparve una luce.

Non dorata.

Non bianca.

Non naturale.

Una luce azzurra.

Profonda.

Antica.

Come il mare quando nasconde un segreto.

Boruma guardò Rosy.

Rosy guardò Alessio e Valerio.

Alessio guardò il fratello.

Valerio guardò la porta.

Cru mostrò i denti.

E il Custode pronunciò parole che nessuno avrebbe dimenticato.

«Se la porta si è aperta…»

Deglutì.

«…significa che qualcuno è tornato.»


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