Il passo risuonò una sola volta.
Secco.
Nitido.
Impossibile da ignorare.
Poi il silenzio tornò a riempire la libreria.
Un silenzio diverso da quello di prima.
Più pesante.
Più vivo.
Come se ogni libro sugli scaffali stesse trattenendo il respiro.
Cru si voltò di scatto.
Il ringhio vibrò nella sua gola.
Basso.
Profondo.
Non era rabbia.
Era attenzione.
La stessa che aveva mostrato davanti ai bombardamenti di Gaza.
La stessa che aveva mostrato davanti all’uomo con la cicatrice.
La stessa che mostrava quando qualcosa sfuggiva agli occhi degli uomini.
Boruma si girò lentamente.
La bussola era ancora sul pavimento.
L’ago immobile.
Puntava verso l’ombra alle loro spalle.
Verso il punto da cui era arrivato il rumore.
E allora lo videro.
Seduto.
Non in piedi.
Non nascosto.
Non minaccioso.
Seduto.
Come se fosse stato lì da sempre.
Come se appartenesse alla libreria quanto gli scaffali e la polvere.
Una sedia di legno.
Una piccola moka fumante.
Una tazzina di caffè.
Un uomo.
Napolina sbatté le palpebre.
Una volta.
Due.
Tre.
«No.»
«Mi rifiuto.»
Nessuno rispose.
«No davvero.»
Indicò l’uomo.
«Noi stiamo inseguendo società segrete, porte mistiche e corridoi impossibili… e adesso compare uno che si è fatto il caffè?»
L’uomo sorrise.
Un sorriso vero.
Di quelli che arricciano gli occhi.
«Vuoi una tazzina?»
Napolina rimase senza parole.
Evento rarissimo.
Probabilmente documentato soltanto in pochi manoscritti medievali.
Rosy soffocò una risata.
Perfino Alessio sorrise.
Valerio invece osservava.
Studiava.
Ascoltava.
Perché c’era qualcosa di strano.
L’uomo sembrava avere sessant’anni.
Forse settanta.
Forse cinquanta.
Era impossibile dirlo.
Aveva capelli argentati.
Occhi scuri.
Profondi.
Ma ciò che colpiva davvero era la serenità.
Come se nulla al mondo fosse in grado di sorprenderlo.
Il Custode impallidì.
«Tu…»
L’uomo annuì.
Come se si aspettasse quella reazione.
«Io.»
«Chi sei?»
domandò Boruma.
L’uomo lo guardò.
A lungo.
Troppo a lungo.
Come si guarda qualcuno che si aspettava di incontrare.
Poi sorrise.
«Dipende da chi lo chiede.»
Napolina sospirò.
«Perfetto.»
Si lasciò cadere su una sedia.
«Un altro filosofo.»
L’uomo rise.
«No.»
Indicò la moka.
«I filosofi dimenticano spesso di vivere.»
Riempì una seconda tazzina.
«Io preferisco il caffè.»
Rosy abbassò lo sguardo per nascondere un sorriso.
Boruma no.
Lui continuava a fissarlo.
Perché aveva la sensazione assurda di conoscerlo.
Non il volto.
Non la voce.
Qualcosa di più profondo.
L’uomo si alzò.
Lentamente.
Senza fretta.
Come chi sa che il tempo non gli manca.
Passò accanto ad Alessio.
«Hai imparato a proteggere gli altri.»
disse.
Alessio si irrigidì.
L’uomo continuò.
Passò accanto a Valerio.
«E tu hai imparato ad ascoltare il silenzio.»
Valerio non rispose.
Ma nei suoi occhi comparve una domanda.
Passò accanto a Rosy.
Si fermò.
«Continui a credere nell’amore.»
disse piano.
«Anche quando la vita ti offre ottime ragioni per fare il contrario.»
Rosy trattenne il respiro.
Nessuno.
Nessuno lì dentro.
Avrebbe potuto sapere certe cose.
Poi arrivò davanti a Napolina.
Lo osservò.
A lungo.
Troppo a lungo.
«Che c’è?» domandò Napolina.
L’uomo sorrise.
«Nulla.»
Fece una pausa.
«Mi piace il fatto che tu continui a scherzare anche quando hai il cuore spezzato.»
Per la prima volta.Assolutamente per la prima volta.
Napolina non trovò una risposta.
Il silenzio che seguì fu enorme.
Poi l’uomo si voltò.
Verso Boruma.
La libreria sembrò rimpicciolirsi.
Persino il Custode abbassò lo sguardo.
«Ti aspettavo.»
disse.
Boruma sentì il cuore accelerare.
«Chi sei?»
ripeté.
L’uomo sorrise.
Questa volta senza ironia.
Senza leggerezza.
Senza difese.
«Una domanda migliore sarebbe:»
fece un passo avanti.
«Perché il Libro ha aspettato te.»
Silenzio.
La bussola tremò.
L’ago si mosse.
Di pochi millimetri.
Poi si fermò.
Puntava verso Boruma.
Nessuno parlò.
L’uomo abbassò lo sguardo sulla bussola.
Poi sul Libro.
Poi sul corridoio azzurro.
E per la prima volta qualcosa cambiò nei suoi occhi.
Tristezza.
Una tristezza antica.
Profonda.
Come quella di chi conosce il finale di una storia.
«Perché adesso…»
sussurrò.
«…non c’è più tempo.»
Fuori.
Molto lontano.
Sul golfo.
Il vento si alzò improvvisamente.
Le onde si infransero contro gli scogli di Posillipo.
Le campane di Napoli iniziarono a suonare.
Una.
Due.
Tre volte.
E nello stesso istante…
l’uomo vestito di bianco aprì gli occhi.
Come se avesse sentito quelle parole.
«Finalmente.»
sussurrò.
Poi si voltò verso Capodimonte.
E iniziò a camminare.

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