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Recensione “Il palloncino rosso” di Antonio Squitieri

Ci sono libri che si leggono e libri che ci riportano a casa. Questo, scritto da mio zio, mi ha regalato entrambe le cose. Pur sapendo di essere di parte, ho ritrovato tra queste pagine le radici della mia famiglia e, forse, anche quelle del mio modo di scrivere.

Ci sono libri che raccontano fatti.

Altri che raccontano persone.

E poi esistono libri come questo, che fanno qualcosa di ancora più raro: custodiscono il tempo.

Queste pagine non cercano di dimostrare nulla.

Non insegnano.

Non giudicano.

Non costruiscono eroi.

Raccolgono semplicemente la vita, così com’è passata.

Una madre.

Un padre.

Una tavola apparecchiata.

Un treno.

Una carezza.

Una nascita.

Una perdita.

Una fotografia che ingiallisce.

Sono cose piccole.

Eppure è proprio con queste cose piccole che Dio, o il destino, o semplicemente l’amore, costruiscono un’esistenza.

Viviamo in un’epoca che misura tutto con la grandezza.

Grandi imprese.

Grandi carriere.

Grandi successi.

Questo libro ci ricorda invece che una vita non diventa importante perché viene applaudita.

Diventa importante perché viene amata.

Ogni capitolo è una finestra aperta su una memoria che rifiuta di scomparire.

E, mentre leggiamo, accade qualcosa di inatteso.

I protagonisti smettono lentamente di appartenere soltanto all’autore.

Diventano anche i nostri.

Rivediamo nostro padre.

Nostra madre.

I nonni.

Gli amici che non ci sono più.

Perfino il profumo della cucina della domenica torna a sedersi accanto a noi.

È questa la forza della memoria quando viene raccontata con sincerità:

non conserva soltanto il passato.

Gli restituisce il respiro.

Forse il vero significato di queste pagine non è ricordare ciò che è stato.

È ricordarci che nessuna vita vissuta con amore è mai davvero perduta.

Finché qualcuno pronuncerà un nome con gratitudine…

quella persona continuerà a vivere.

E forse la letteratura, in fondo,

non è altro che questo.

L’arte delicatissima di impedire all’amore di morire.

“A mio zio, che mi ha insegnato che ogni famiglia custodisce un universo.Se io ho imparato a guardare il mare, è perché qualcuno, prima di me, mi ha insegnato ad amare la riva.”


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