Quando uscirono dalla libreria, nessuno ebbe fretta.
La porta si richiuse alle loro spalle con un rumore leggero.
Come un libro che aveva appena terminato un capitolo.
Fuori, Napoli era identica.
Eppure…
sembrava diversa.
Il sole accarezzava i balconi.
Una radio trasmetteva una vecchia canzone napoletana da una finestra socchiusa.
Dalla pasticceria all’angolo il profumo delle sfogliatelle, ricce e frolle, si mescolava all’aria del mattino, custodendo nel cuore un piccolo tesoro di ricotta e arancia.
Un pescivendolo rideva con una cliente.
Due bambini correvano dietro a un pallone, litigando su un gol che nessuno dei due avrebbe mai ammesso.
Napolina li osservò.
Sorrise.
«Per fortuna.»
Rosy lo guardò.
«Per fortuna cosa?»
«Per fortuna Napoli continua a fregarsene dei nostri misteri.»
Perfino Boruma rise.
Ed era una risata che gli mancava da molto tempo.
Camminavano senza una meta precisa.
Per la prima volta da quando erano arrivati in città.
Non seguivano la bussola.
Non seguivano il Libro.
Seguivano il ritmo dei loro passi.
Il Custode li osservava in silenzio.
L’uomo della moka avanzava qualche metro più indietro.
Sembrava conoscere ogni pietra del selciato.
Ogni volto.
Ogni odore.
Come se la città lo salutasse senza bisogno di parole.
«Posso farti una domanda?»
disse Boruma.
L’uomo annuì.
«Perché continui a sorridere?»
L’uomo si fermò.
Indicò una vecchia seduta davanti alla porta di casa.
Stava sgranando piselli.
Ogni tanto alzava lo sguardo.
Sorrideva ai passanti.
Poi tornava al suo lavoro.
«Vedi quella signora?»
Boruma annuì.
«Ha perso suo marito dieci anni fa.»
«Eppure ogni mattina prepara due tazzine di caffè.»
Rosy abbassò lo sguardo.
«Perché?»
«Perché dice che l’amore non smette di abitare una casa solo perché una persona non apre più la porta.»
Nessuno parlò.
Napolina si tolse il cappello.
Senza accorgersene.
Per rispetto.
Valerio si era fermato.
Davanti a un vicolo strettissimo.
«Sentite.»
Tutti rimasero immobili.
«Io non sento nulla.»
disse Alessio.
Valerio sorrise appena.
«Appunto.»
Boruma chiuse gli occhi.
All’inizio non percepì niente.
Poi…
un rumore.
Lieve.
Regolare.
Come onde.
«Il mare.»
sussurrò Rosy.
Il Custode annuì.
«Questo vicolo è famoso.»
Napolina lo guardò stupito.
«Per cosa?»
«Perché dice la leggenda che, nelle giornate di vento, chi si ferma qui riesce ad ascoltare il mare anche senza vederlo.»
L’uomo della moka aggiunse piano:
«Non è il mare che entra nel vicolo.»
Fece una pausa.
«Sono i ricordi che trovano una strada.»
Cru avanzò.
Si sedette proprio all’ingresso del vicolo.
Guardava in fondo.
Ma non c’era nessuno.
Soltanto luce.
Fu allora che una voce li chiamò.
«Boruma.»
Si voltarono.
Un vecchio pescatore li osservava dalla soglia di una piccola bottega.
Le mani segnate dal sale.
Gli occhi limpidi.
«Vi stavo aspettando.»
Napolina sospirò.
«Ormai mi aspettano pure i pescatori…»
Il vecchio rise di gusto.
«No, figliolo.»
Indicò Boruma.
«Aspettavo lui.»
Si avvicinò lentamente.
Dalle tasche tirò fuori una conchiglia.
La stessa forma di quella emersa dal sottosuolo di Napoli.
La posò nel palmo di Boruma.
«Non ascoltarla.»
disse.
Boruma lo guardò sorpreso.
«Perché?»
Il pescatore sorrise.
«Le conchiglie raccontano sempre il mare.»
Fece una pausa.
«Ma questa…»
i suoi occhi si velarono di malinconia.
«…racconta le persone che ami.»
Il vento si alzò.
Per un istante.
Nessuno parlò.
Boruma chiuse lentamente la mano sulla conchiglia.
E comprese una cosa.
Non tutti i doni servono a essere usati.
Alcuni servono soltanto a ricordarci chi siamo.
Mentre il gruppo riprendeva il cammino, nessuno si accorse che, dall’altra parte della strada, un ragazzino li osservava.
Avrà avuto dodici anni.
Sorrideva.
Sul collo portava appeso un piccolo ciondolo.
Una Rosa.
E un Cactus.
Quando Boruma si voltò…
il ragazzo era già scomparso.

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