Boruma si voltò di scatto.
Il ragazzo era scomparso.
Nel vicolo rimanevano soltanto una striscia di sole sui muri e il rumore lontano del mare.
«L’avete visto?»
Alessio annuì.
«Aveva il simbolo della Rosa e del Cactus.»
Il Custode fissava il punto in cui il ragazzo si era dileguato. Sul suo volto non c’era sorpresa, ma qualcosa di peggiore: riconoscimento.
Boruma gli si avvicinò.
«Tu sai chi è.»
L’anziano non rispose.
Si voltò verso la bottega del pescatore.
La sedia sulla quale il vecchio era seduto oscillava ancora, ma lui non c’era più.
Napolina si affacciò all’interno. Reti arrotolate, galleggianti, una lampada arrugginita. Nessuna porta sul retro.
«O a Napoli imparano a sparire già alle elementari» disse, «oppure qualcuno ci sta facendo fessi con grande professionalità.»
Boruma aprì la mano.
La conchiglia era ancora nel suo palmo.
Sul dorso, dove poco prima c’erano soltanto venature scolorite, era comparsa un’incisione: una rosa, un cactus e, tra i due, una lettera.
D.
Il Custode impallidì.
«Dante.»
Rosy gli afferrò il braccio.
«Allora è vivo.»
«Non ho detto questo.»
«Non serviva.»
Un pallone rotolò ai loro piedi.
Boruma sollevò lo sguardo.
Il ragazzo era ricomparso in fondo al vicolo.
Non sorrideva più.
Si portò un dito alle labbra, poi corse.
«Aspetta!» gridò Boruma.
Questa volta nessuno esitò.
Cru partì per primo.
Il ragazzo scendeva lungo una gradinata stretta, saltando i gradini due alla volta. Conosceva ogni svolta, ogni passaggio, ogni muro dietro cui sparire.
Boruma lo seguiva stringendo la conchiglia.
Rosy correva accanto ad Alessio. Valerio non perdeva di vista il ragazzo. Il Custode arrancava dietro di loro, mentre Napolina malediceva sottovoce le scale, i vicoli e chiunque avesse progettato la città in verticale.
Il ragazzo svoltò dietro un palazzo.
Quando Boruma raggiunse l’angolo, lo trovò fermo davanti a una saracinesca abbassata.
«Chi sei?»
Nessuna risposta.
«Dove ci stai portando?»
Il ragazzo indicò la conchiglia.
Boruma gliela mostrò.
«È questa che vuoi?»
Lui scosse la testa e puntò il dito verso il muro.
Tra manifesti strappati e scritte scolorite c’era una piccola targa di ottone. Boruma la ripulì con il pollice.
LIBRERIA DANTE ALIGHIERI
LIBRI ANTICHI E CARTE NAUTICHE
Rosy guardò il Custode.
«È la stessa libreria.»
«Il nome è lo stesso» rispose l’anziano. «Il luogo no.»
«Com’è possibile?» chiese Alessio.
Il Custode osservò la saracinesca.
«Non lo è.»
Boruma gli lanciò uno sguardo.
«Sta diventando una risposta un po’ troppo comoda.»
Il ragazzo batté tre volte sul metallo.
Due colpi brevi.
Uno lungo.
Dall’altra parte scattò una serratura.
La saracinesca si sollevò di pochi centimetri.
Il ragazzo si chinò e passò sotto.
Cru lo seguì prima che qualcuno riuscisse a fermarlo.
Napolina si tolse il cappello.
«Ottimo. Ormai prendiamo ordini dai bambini e dai cani.»
Boruma si abbassò.
«Puoi sempre restare fuori.»
Napolina si inginocchiò borbottando.
«E perdermi il momento in cui fate la fesseria definitiva? Mai.»
Dietro la saracinesca non c’era una libreria.
C’era un laboratorio.
Tavoli coperti di carte, strumenti nautici, lastre fotografiche, registri rilegati con lo spago. Una sola lampada illuminava la stanza.
Alle pareti erano appese fotografie del Mediterraneo.
Gaza.
Gerusalemme.
Alessandria.
Beirut.
Napoli.
Boruma si fermò.
In una fotografia era inginocchiato accanto ad Amir.
In un’altra correva tra le macerie.
In una terza si trovava sul ponte della nave, con il vento che gli piegava la camicia sul petto.
Rosy si avvicinò alle immagini.
«Qualcuno ti seguiva.»
Boruma osservò ogni scatto.
«Da molto prima che arrivassimo qui.»
In fondo alla stanza, il ragazzo era fermo davanti a una tenda scura. Il ciondolo della Rosa e del Cactus oscillava sul suo petto.
Valerio gli si avvicinò lentamente.
«Come ti chiami?»
Il ragazzo abbassò gli occhi.
Aprì la bocca, ma non uscì alcun suono.
Valerio indicò la gola.
«Non puoi parlare?»
Lui prese un pezzo di carbone dal tavolo e scrisse sul retro di una carta nautica.
NON POSSO DIRE IL MIO NOME.
Alessio lesse la frase.
«Perché?»
Il carbone tornò sulla carta.
ME L’HANNO TOLTO.
Il Custode si appoggiò al tavolo.
Boruma si voltò verso di lui.
«Che significa?»
L’anziano guardava il ragazzo.
«Nel Libro mancava un nome.»
«Lo sappiamo.»
«Credevamo che non fosse ancora stato scritto.»
Il Custode sfiorò la frase tracciata col carbone.
«Invece era stato cancellato.»
La tenda si mosse.
Cru irrigidì il corpo, ma non ringhiò.
Un uomo uscì dall’ombra.
Aveva i capelli bianchi, il volto scavato e una camicia chiara con le maniche arrotolate. Non sembrava un profeta né un guerriero.
Sembrava un uomo che non dormiva da molti anni.
Boruma lo riconobbe senza averlo mai incontrato davvero.
Lo aveva visto nei margini dei manoscritti, nei volti sbiaditi delle fotografie, nei silenzi del Custode.
«Dante.»
L’uomo lo osservò.
«Finalmente.»
Il Custode fece un passo avanti.
«Ti credevo morto.»
«Era necessario.»
«Necessario per chi?»
«Per tutti voi.»
L’anziano gli si avventò contro e lo afferrò per la camicia.
«Mi hai lasciato a custodire il Libro senza dirmi chi stavo proteggendo.»
Dante non oppose resistenza.
«Se tu lo avessi saputo, la Casta lo avrebbe saputo.»
«Mi hai usato.»
«Ti ho tenuto vivo.»
Il Custode lo lasciò andare.
«Non chiamarla protezione.»
Boruma si mise tra loro.
«Basta.»
Posò la conchiglia sul tavolo.
«Tu mi hai fatto attraversare mezzo Mediterraneo. Hai osservato ogni mio passo. Hai mandato il pescatore. Hai mandato il ragazzo.»
Dante guardò la conchiglia.
«Il pescatore non prende ordini da nessuno.»
«Allora comincia da una risposta semplice. Chi è il ragazzo?»
Dante si avvicinò a lui.
«L’ultimo discendente dei Custodi della Rosa.»
Rosy guardò il ciondolo.
«La Rosa e il Cactus non facevano parte dello stesso ordine?»
«Non sono mai stati un ordine.»
Dante prese il ciondolo tra le dita.
«Erano due modi diversi di difendere la stessa idea. La Rosa custodiva la conoscenza. Il Cactus resisteva quando la conoscenza veniva perseguitata.»
«E la Casta?» chiese Alessio.
«La Casta comprese che non poteva sconfiggerli soltanto uccidendoli. Così cominciò a cancellarne i nomi.»
Boruma indicò il ragazzo.
«Da un libro?»
«Dalla memoria.»
Dante sollevò la carta su cui il ragazzo aveva scritto.
Sotto c’erano certificati senza generalità, fotografie senza didascalie, registri con intere righe raschiate via.
«La Casta non elimina soltanto le persone. Elimina le prove che siano esistite. Famiglie, archivi, testimonianze. Quando nessuno ricorda il tuo nome, persino la verità diventa una leggenda.»
Boruma ripensò al Libro.
Alle pagine che si erano mosse sotto le sue dita.
«Perché è apparso il mio nome?»
«Perché il Libro non sceglie eroi.»
«E cosa sceglie?»
«Testimoni.»
Boruma guardò le fotografie alle pareti.
Ogni luogo.
Ogni perdita.
Ogni persona incontrata durante il viaggio.
«Mi avete condotto fin qui perché raccontassi la vostra storia.»
«No.»
Dante avanzò di un passo.
«Ti abbiamo condotto fin qui perché fossi costretto a scegliere se raccontarla.»
«Qual è la differenza?»
«Il prezzo.»
Dante aprì un cassetto e ne estrasse una cartella nera.
La posò sul tavolo.
All’interno c’erano fotografie recenti.
Rosy mentre entrava in albergo.
Alessio e Valerio sul lungomare.
Napolina davanti a un bar.
Cru accanto a una fontana.
L’ultima immagine era stata scattata quella mattina, fuori dalla libreria.
Boruma la strinse tra le dita.
«Ci stanno seguendo.»
«Da prima che metteste piede a Napoli.»
Alessio prese una delle fotografie.
«Perché non ci avete avvertiti?»
«Perché avreste tentato di proteggervi.»
«E sarebbe stato sbagliato?»
«Avreste abbandonato il cammino.»
Valerio si fece avanti.
«Forse ne avevamo il diritto.»
Dante lo guardò.
«Continuate a parlarci di scelte. Ma una scelta è vera soltanto quando si conosce il rischio.»
Per la prima volta Dante abbassò lo sguardo.
«Hai ragione.»
Il Custode rise amaramente.
«Ci sono voluti anni perché tu lo ammettessi.»
Dante distese sul tavolo una carta del Golfo di Napoli.
Un punto era segnato sulla costa di Posillipo.
«La Casta cerca il Sigillo.»
Boruma portò istintivamente una mano sotto la camicia.
«Non sa che è con me.»
«Lo sa da questa mattina.»
«Come?»
Dante indicò la conchiglia.
Boruma la prese.
Nelle incisioni della Rosa e del Cactus era depositata una polvere nera, quasi invisibile.
Un tracciante.
Boruma scagliò la conchiglia sul tavolo.
«Il pescatore ci ha venduti.»
«Ha salvato il ragazzo.»
Dante mostrò una fotografia. Il pescatore teneva il bambino per mano davanti a una barca. Sul retro c’era una data di nove anni prima.
«È suo nipote. La Casta gli ha promesso che lo avrebbe lasciato vivere in cambio della vostra posizione.»
Boruma serrò la mascella.
«E tu glielo hai permesso.»
«Gli ho lasciato scegliere tra uno sconosciuto e la persona che ama di più.»
«Questa non è una scelta.»
Dante lo fissò.
«Ora comprendi contro cosa stiamo combattendo.»
Un rumore metallico arrivò dall’esterno.
La saracinesca tremò.
Il ragazzo si voltò verso Dante.
Un secondo colpo piegò la lamiera verso l’interno.
Dante consegnò la cartella a Valerio.
«Sul retro dell’ultima fotografia c’è un indirizzo. Portate il ragazzo lì.»
Boruma non si mosse.
«E tu?»
«Vi raggiungerò.»
Napolina indicò la saracinesca.
«Non vorrei sembrare pessimista, ma questi non hanno l’aria di collezionisti di carte nautiche.»
Dante infilò una mano sotto il tavolo e azionò una leva.
Una parte della parete scivolò lateralmente.
Dietro si apriva un passaggio stretto.
«Conduce alla strada superiore.»
Rosy prese il ragazzo per mano.
Alessio entrò dietro di lei. Napolina spinse il Custode verso l’apertura.
Valerio rimase fermo accanto a Boruma.
«Dobbiamo andare.»
Boruma continuava a guardare Dante.
«Vieni con noi.»
«Non ancora.»
«Ho attraversato il Mediterraneo per trovarti.»
«E io ho trascorso anni ad aspettare che tu fossi pronto.»
La saracinesca cedette in uno strappo di metallo.
Cru abbaiò.
Ombre armate entrarono nel laboratorio.
Dante rovesciò la lampada sulle mappe.
Il fuoco corse lungo la carta.
«A Posillipo!» gridò. «Prima del tramonto!»
Boruma spinse Valerio nel passaggio e lo seguì.
La parete si richiuse alle loro spalle.
Nel buio sentirono colpi, urla e il crepitio dei documenti che bruciavano.
Poi la voce di Dante.
Non gridò un ordine.
Pronunciò un nome.
Il ragazzo senza voce si arrestò.
Valerio strinse la cartella al petto.
Boruma si voltò verso di lui.
«Hai capito cosa ha detto?»
Valerio annuì lentamente.
Il suo volto era impallidito.
«Ha pronunciato il nome cancellato.»
Boruma guardò il ragazzo.
Lui aveva gli occhi pieni di lacrime.
Valerio aprì la cartella.
Sul retro dell’ultima fotografia, sotto l’indirizzo di Posillipo, qualcuno aveva scritto una sola frase:
PORTATE A CASA MIO FIGLIO.

Rispondi