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CAPITOLO C — LA CASA SENZA NOME

La parete si richiuse alle loro spalle.

Per alcuni secondi rimasero immobili nel buio, mentre dall’altra parte il laboratorio bruciava.

Un colpo.

Poi un altro.

Infine la voce di Dante, soffocata dal crepitio delle fiamme.

Aveva pronunciato il nome cancellato.

Il ragazzo tremava.

Valerio teneva ancora aperta la cartella. Sul retro dell’ultima fotografia, sotto l’indirizzo di Posillipo, era scritta una frase:

PORTATE A CASA MIO FIGLIO.

Alessio guardò il ragazzo.

«Dante è tuo padre?»

Lui abbassò gli occhi.

Non annuì.

Non negò.

Rosy gli strinse la mano.

«Prima usciamo da qui.»

Boruma indicò il fondo del passaggio.

«Muoviamoci.»

Cru li precedette.

Il cunicolo saliva sotto la città.

L’aria si fece meno pesante e, poco dopo, comparve una grata attraversata dalla luce.

Napolina provò a sollevarla.

«Ditemi che non sbuchiamo in un convento.»

Alessio lo aiutò.

«Perché proprio in un convento?»

«Perché con la fortuna che abbiamo, dopo libri che scrivono da soli e morti che ritornano, ci manca soltanto una suora armata.»

La grata cedette.

Uscirono in una strada secondaria.

Il mare appariva tra i palazzi, lontano e luminoso. Posillipo si distendeva davanti a loro, ma Boruma non ebbe il tempo di guardarlo.

Cru si era fermato.

All’imbocco della strada c’erano due uomini.

Abiti scuri.

Mani vuote.

Passo tranquillo.

Non sembravano avere fretta.

«La Casta» disse il Custode.

Boruma prese il ragazzo per un braccio.

«Correte.»

Attraversarono una scalinata, poi una strada stretta che saliva verso la costa.

Rosy accompagnava il ragazzo.

Valerio proteggeva la cartella sotto la giacca.

Alessio sosteneva il Custode, che iniziava a faticare.

Napolina si voltò.

«Sono ancora dietro di noi.»

«Quanto distano?» chiese Boruma.

«Sempre uguale.»

Boruma rallentò.

I due uomini non cercavano di raggiungerli. Mantenevano la stessa distanza, lasciando aperta davanti a loro una sola direzione.

Posillipo.

«Non ci stanno inseguendo» disse.

Rosy comprese.

«Ci stanno conducendo alla casa.»

«Sanno che dobbiamo andarci.»

Il ragazzo afferrò il polso di Boruma e indicò l’indirizzo sulla fotografia.

Via Posillipo, 32.

Nei suoi occhi non c’era soltanto paura.

C’era il bisogno di arrivare.

«Andremo» disse Boruma. «Ma alle nostre condizioni.»

Napolina guardò gli uomini alle loro spalle.

«Le nostre condizioni, per ora, sembrano correre e non farsi ammazzare.»

Il numero trentadue non aveva citofono.

Un cancello di ferro chiudeva una proprietà nascosta dietro un muro di tufo. Sul pilastro non compariva alcun cognome.

Soltanto una rosa e un cactus.

Sotto il simbolo era incisa una frase:

NESSUN UOMO SCOMPARE FINCHÉ QUALCUNO NE CUSTODISCE IL NOME.

Il ragazzo la sfiorò.

Boruma guardò il Custode.

«Conosci questo posto.»

L’anziano non rispose subito.

«Ci venni molti anni fa.»

«Con Dante?»

«No.»

Il Custode posò la mano sull’incisione.

«Con Raffaele.»

Boruma sentì il nome del nonno attraversarlo come una voce lontana.

«Mio nonno è stato qui?»

«Più di una volta.»

«Perché non me ne hai mai parlato?»

«Perché Raffaele non cercava testimoni delle proprie azioni.»

«Che cosa faceva?»

«Portava qui persone che avevano bisogno di scomparire.»

Boruma indicò la frase sul muro.

«Scomparire o essere salvate?»

«A quel tempo, spesso erano la stessa cosa.»

Il ragazzo spinse il cancello.

Era chiuso.

Poi si voltò verso Boruma e indicò il Sigillo sotto la sua camicia.

Boruma lo estrasse.

«Potrebbe segnalare la nostra posizione.»

«La conoscono già» disse Rosy.

Aveva ragione.

Boruma accostò il Sigillo all’incisione.

La rosa e il cactus combaciarono.

Si udì uno scatto.

Il cancello si aprì.

Napolina entrò scuotendo la testa.

«Continuo a sostenere che una chiave sarebbe stata più pratica.»

La casa si affacciava sul mare, ma nessuno si fermò a contemplarlo.

La porta era aperta.

Cru entrò per primo.

Boruma lo seguì, aspettandosi un’aggressione.

Trovò invece una stanza piena di fotografie.

Centinaia di volti ricoprivano le pareti.

Uomini, donne, bambini.

Sotto ciascuno era scritto un nome.

Alcuni in arabo.

Altri in ebraico, greco, italiano.

Nomi provenienti da ogni sponda del Mediterraneo.

Il ragazzo avanzò lentamente.

Toccava le fotografie una dopo l’altra come se cercasse qualcuno.

«Che cos’è questo posto?» domandò Alessio.

«Un archivio» rispose il Custode.

Boruma scosse la testa.

«No. Gli archivi conservano documenti.»

Guardò quei volti.

«Qui hanno conservato persone.»

Al centro del salone c’era un tavolo.

Sopra, una fotografia ingiallita.

Boruma la raccolse.

Ritraeva quattro uomini davanti alla stessa casa.

Dante.

Il Custode, molto più giovane.

Un uomo che Boruma riconobbe immediatamente.

Raffaele.

Accanto a lui, lo zio Armando.

Sul retro era annotata una data:

1989.

E una frase:

Quando il Libro non potrà più proteggerli, sarà questa casa a ricordare i loro nomi.

Boruma sollevò lo sguardo.

«Raffaele e Armando conoscevano Dante.»

«Sì» disse il Custode.

«E conoscevano il Libro.»

«Non tutto. Soltanto ciò che serviva.»

Boruma posò la fotografia sul tavolo.

«Decidete sempre voi quanto gli altri debbano sapere.»

Il Custode accettò l’accusa senza difendersi.

«Era il nostro errore più antico.»

Un rumore arrivò dal piano superiore.

Un passo.

Poi un altro.

Cru alzò le orecchie, ma non ringhiò.

Qualcuno scese lentamente le scale.

Era un uomo anziano, alto, con le spalle ancora dritte nonostante l’età. Portava una camicia chiara e teneva in mano un vecchio fucile da caccia.

Boruma lo riconobbe prima ancora che la luce ne illuminasse il volto.

«Zio Armando.»

L’uomo abbassò l’arma.

«Sei arrivato.»

Boruma gli andò incontro.

Non lo abbracciò subito.

Lo guardò, cercando sul suo volto una spiegazione capace di contenere tutti quegli anni.

«Tu sapevi.»

Armando annuì.

«Abbastanza da avere paura.»

«Di cosa?»

«Che un giorno questa storia venisse a cercarti.»

«E quando è successo hai continuato a tacere.»

«Perché speravo che scegliessi di tornare indietro.»

Boruma indicò le fotografie.

«Raffaele avrebbe fatto lo stesso?»

Armando abbassò lo sguardo.

«No.»

«Allora non usiamo il suo nome per giustificare il silenzio.»

Le parole colpirono l’uomo più di uno schiaffo.

Armando posò il fucile contro la parete.

«Hai ragione.»

Il ragazzo si era fermato davanti a una fotografia.

Ritraeva Dante da giovane insieme a una donna. Tra loro, un bambino di pochi mesi.

L’immagine era stata strappata proprio all’altezza del volto del piccolo.

Il ragazzo toccò la parte mancante.

Poi guardò Armando.

L’anziano gli si avvicinò.

«Credevo che non ti avrei più rivisto.»

Il ragazzo aprì la cartella, prese il carbone e scrisse sul retro della fotografia:

SONO SUO FIGLIO?

Armando non rispose subito.

Boruma si irrigidì.

«La frase di Dante era chiara.»

«Dante ha chiamato figli molti ragazzi che ha protetto» disse Armando.

«Non è una risposta.»

Armando guardò il ragazzo.

«Sì.»

Una lacrima attraversò il volto del giovane.

Alessio fece un passo avanti.

«Perché gli hanno cancellato il nome?»

Armando indicò le pareti.

«Perché suo padre stava costruendo questo.»

«Una raccolta di fotografie?»

«Una prova.»

Prese una scatola dal tavolo e la aprì.

Conteneva registri, lettere, certificati, testimonianze.

«La Casta ha prosperato per generazioni facendo sparire persone, documenti e verità. Dante decise di conservare tutto ciò che loro distruggevano.»

Valerio guardò i volti sulle pareti.

«E il Libro dei Nomi?»

«Il Libro custodisce la memoria dei Custodi. Questa casa conserva quella delle vittime.»

Boruma comprese.

«Per questo Dante non poteva permettere che il ragazzo venisse riconosciuto.»

Armando annuì.

«Era l’unico a conoscere la chiave dell’archivio completo.»

«Non può nemmeno pronunciare il proprio nome.»

«Perché non lo ricorda.»

Armando sfiorò la fotografia strappata.

«Aveva sei anni quando la Casta lo rapì. Gli tolsero i documenti, gli cambiarono identità più volte, gli insegnarono che quel nome avrebbe causato la morte di chiunque lo pronunciasse.»

Rosy si avvicinò al ragazzo.

«Dante non ha mai smesso di cercarlo.»

«No.»

«E oggi lo ha mandato qui.»

«Perché questa casa può restituirgli ciò che gli è stato sottratto.»

Armando si avvicinò a una parete e staccò la fotografia di Raffaele.

Dietro era nascosta una piccola cassaforte.

Inserì una chiave.

All’interno c’erano una busta sigillata e un medaglione identico a quello del ragazzo.

Armando consegnò la busta a Boruma.

«Raffaele mi disse di darla alla persona che avrebbe portato insieme il Sigillo, il figlio di Dante e i due simboli.»

«Perché a me?»

«Perché non appartieni né alla Rosa né al Cactus.»

«E questo dovrebbe rendermi degno?»

«No.»

Armando guardò Rosy, Alessio, Valerio, Napolina e Cru.

«Ti rende libero di scegliere.»

Boruma aprì la busta.

Dentro c’era una lettera scritta da suo nonno.

Boruma,

se stai leggendo queste parole, significa che altri hanno deciso di affidarti un peso che non hai chiesto. Non accettarlo perché apparteneva a me. Non accettarlo per fedeltà a una famiglia o a una causa.

Accettalo soltanto se, guardando chi ti è accanto, comprenderai che il loro nome vale quanto il tuo.

Il Sigillo non serve ad aprire una porta. Serve a spezzare il patto che ha permesso alla Casta di governare attraverso la paura.

Non distruggerli diventando simile a loro.

Costringili a essere ricordati.

Nonno Raffaele.

Boruma rilesse l’ultima frase.

«Costringili a essere ricordati.»

Armando annuì.

«La Casta si protegge con l’anonimato. Nessuno conosce tutti i suoi membri, i finanziatori, i complici. L’archivio contiene i loro nomi.»

«Allora pubblichiamolo.»

«Non possiamo.»

«Perché?»

«Perché manca l’ultima parte.»

Il ragazzo strinse il medaglione che Armando gli aveva consegnato.

«La chiave» disse Valerio.

«Non una chiave fisica» spiegò Armando. «Un ricordo. Dante affidò al figlio la sequenza con cui aprire l’archivio. Una filastrocca, una canzone, forse una storia. Qualcosa che soltanto loro due condividevano.»

Rosy guardò il ragazzo.

«Ma lui non ricorda.»

«Non ancora.»

Tre colpi risuonarono contro il cancello.

Cru ringhiò.

Napolina raggiunse la finestra.

«I nostri amici eleganti sono arrivati.»

Armando riprese il fucile.

«Non sono soli.»

Boruma guardò fuori.

Quattro uomini stavano entrando nel giardino. Altri due attendevano sulla strada.

Nessuno nascondeva più le armi.

«Dov’è l’uscita?» chiese Alessio.

Armando indicò il fondo della casa.

«Una scala porta alla spiaggia.»

«E tu?»

«Li rallento.»

Boruma gli tolse il fucile dalle mani.

«Abbiamo già lasciato Dante indietro.»

«Questa è casa mia.»

«Anche quelle fotografie lo sono.»

Boruma indicò le pareti.

«Se resti, bruceranno tutto.»

Armando lo fissò.

Per la prima volta sorrise.

«Hai lo stesso difetto di Raffaele.»

«Quale?»

«Non sai obbedire.»

Un colpo frantumò una finestra.

Rosy trascinò il ragazzo dietro il tavolo.

Boruma restituì il fucile ad Armando.

«Hai cinque minuti.»

«Per cosa?»

«Per preparare l’archivio.»

Poi guardò gli altri.

«Noi impediremo loro di entrare.»

Alessio e Valerio rovesciarono il tavolo davanti alla porta.

Napolina spostò una libreria contro una finestra.

«Avevo sempre desiderato morire in una villa a Posillipo» disse. «Ma immaginavo circostanze più eleganti.»

Rosy lo guardò.

«Non morirà nessuno.»

«Apprezzo l’ottimismo.»

Cru abbaiò verso il corridoio.

La porta principale tremò sotto il primo colpo.

Boruma si voltò verso il ragazzo.

«Dante ti cantava qualcosa?»

Lui scosse la testa.

«Una storia? Una frase? Qualunque cosa.»

Il ragazzo si premette le mani sulle tempie.

Niente.

Un secondo colpo incrinò il legno.

Valerio gli si inginocchiò davanti.

«Non cercare il tuo nome.»

Il ragazzo lo guardò.

«Cerca suo padre.»

Alessio comprese.

«Il laboratorio. Dante ha pronunciato qualcosa prima che la parete si chiudesse.»

Valerio annuì.

«Non era soltanto il suo nome.»

Si rivolse al ragazzo.

«Dopo il nome, cos’ha detto?»

Il giovane chiuse gli occhi.

Le sue labbra si mossero senza suono.

Poi prese il carbone.

Scrisse tre parole sul pavimento:

DOVE NASCE IL MARE.

Armando si affacciò dal corridoio.

«È la prima parte della filastrocca.»

«La conosci?» chiese Boruma.

«Raffaele la sentì una volta. Dante la ripeteva al figlio.»

La porta cedette di alcuni centimetri.

Una mano armata comparve nella fessura.

Boruma colpì il polso con il calcio del fucile. La pistola cadde sul pavimento.

Napolina la raccolse.

«Non so usarla.»

Rosy gliela tolse.

«Allora non improvvisare.»

Il ragazzo continuò a scrivere.

DOVE MUORE LA PAURA.

Armando corse verso la cassaforte e inserì le frasi su un piccolo dispositivo nascosto dietro i registri.

Una luce si accese.

Mancava ancora una parte.

«L’ultima frase!» gridò.

Il ragazzo si bloccò.

Il terrore tornò nei suoi occhi.

La porta si spalancò.

Il primo uomo della Casta entrò.

Alessio gli si scagliò contro, colpendolo con una sedia. Valerio trascinò il ragazzo lontano. Rosy puntò la pistola verso il secondo uomo.

«Fermo!»

Quello esitò.

Bastò.

Cru gli balzò addosso, facendogli perdere l’equilibrio.

Boruma chiuse la porta e spinse il tavolo contro il battente.

«L’ultima frase!» urlò Armando.

Il ragazzo piangeva.

Non riusciva a ricordare.

Boruma gli prese il volto tra le mani.

«Guardami.»

Il giovane tentò di liberarsi.

«Non devi ricordare ciò che ti hanno fatto.»

Boruma indicò la fotografia di Dante.

«Devi ricordare chi ti amava prima.»

Gli occhi del ragazzo tornarono sull’immagine.

La donna.

Il padre.

Il bambino senza volto.

Poi accadde.

Un suono debole uscì dalla sua gola.

Non era una parola.

Era una melodia.

Tre note.

Poi altre tre.

Rosy la riconobbe.

«È una ninna nanna.»

Il ragazzo continuò.

La voce era spezzata, ma esisteva.

Alla fine pronunciò una frase:

«Dove… ritorna… ogni nome.»

Armando la inserì.

Il dispositivo emise un segnale.

Le pareti del salone si oscurarono.

Le fotografie scomparvero, sostituite da migliaia di documenti proiettati sulla superficie: nomi, date, operazioni bancarie, ordini, fotografie, registrazioni.

L’archivio della Casta.

Alessio rimase senza fiato.

«È tutto qui.»

«No» disse Armando. «Ora è ovunque.»

Sul dispositivo comparve una scritta:

TRASMISSIONE AVVIATA.

Boruma lo guardò.

«A chi lo hai inviato?»

«Giornalisti, tribunali, associazioni, università. A chiunque Dante e Raffaele abbiano ritenuto ancora capace di ascoltare.»

Il ragazzo fissava la parete.

Tra i documenti apparve una scheda.

La sua fotografia.

Il suo nome.

Quello che gli avevano sottratto.

Lo lesse.

Le labbra tremarono.

Poi lo pronunciò.

«Elia.»

Il rumore fuori dalla casa cessò.

Gli uomini della Casta avevano ricevuto lo stesso messaggio sui loro telefoni.

I loro nomi non erano più segreti.

Uno dopo l’altro si ritirarono.

Non per paura di Boruma.

Per paura del mondo.

Elia rimase davanti alla propria fotografia.

«Elia» ripeté Rosy.

Lui annuì.

Questa volta il nome gli apparteneva.

Boruma raggiunse Armando.

«È finita?»

L’anziano scosse la testa.

«La Casta non cadrà in un giorno.»

«Ma non potrà più nascondersi.»

«E reagirà.»

Valerio guardò verso il giardino.

«Dobbiamo trovare Dante.»

Elia si voltò immediatamente.

Un telefono squillò sul tavolo.

Era quello caduto a uno degli uomini della Casta.

Boruma rispose.

Nessuno parlò.

Poi arrivò un respiro affannoso.

«Dante?»

La voce dall’altra parte era debole.

«Avete… aperto l’archivio.»

Elia corse accanto a Boruma.

«Tuo figlio è qui.»

Silenzio.

Elia strinse il telefono con entrambe le mani.

Provò a parlare, ma la voce non uscì.

Dante lo aiutò.

«Dove nasce il mare…»

Elia chiuse gli occhi.

«Dove muore la paura…»

La voce di Dante si spezzò.

Padre e figlio pronunciarono insieme l’ultima frase:

«Dove ritorna ogni nome.»

Elia sorrise tra le lacrime.

«Papà.»

Un colpo risuonò dall’altra parte della linea.

La comunicazione si interruppe.

«Dante!» gridò Boruma.

Nessuna risposta.

Armando prese il telefono.

Sul display era comparsa una posizione.

Una grotta lungo la costa di Posillipo.

Boruma afferrò il Sigillo.

«È lì.»

Il Custode impallidì.

«È il luogo dove la Rosa e il Cactus vennero separati.»

Armando guardò il sole che iniziava a scendere sul mare.

«E dove la Casta condannerà Dante.»

Boruma si diresse verso l’uscita.

Rosy gli si mise accanto.

«Non andrai solo.»

Alessio e Valerio li raggiunsero.

Napolina controllò la pistola con aria contrariata.

«Continuo a non saperla usare.»

Armando la riprese.

«Allora lasciamola a chi ha avuto un’infanzia meno serena.»

Elia staccò dalla parete la fotografia dei suoi genitori e la infilò sotto la camicia.

Boruma lo guardò.

«Sei appena tornato a casa.»

Elia sostenne il suo sguardo.

«Mio padre no.»

Cru era già davanti al cancello.

Boruma strinse il Sigillo nel pugno.

La Casta aveva perso il proprio segreto.

Adesso avrebbe tentato di distruggere chi lo aveva rivelato.

Questa volta, però, non avrebbero trovato uomini in fuga.

Avrebbero trovato nomi.

Volti.

Testimoni.

E una storia che nessuno sarebbe più riuscito a cancellare.

Boruma guardò il mare.

«Andiamo a riprenderci Dante.»


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Commenti

2 risposte a “CAPITOLO C — LA CASA SENZA NOME”

  1. Grazie mille!

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