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CAPITOLO CIV — QUELLO CHE RESTA

Il pavimento continuò ad aprirsi.

Una fenditura attraversò la Rotonda Diaz e corse tra i piedi di Dante fino al punto in cui giacevano le due metà del Sigillo.

La Rosa.

Il Cactus.

Separate.

Boruma non si mosse.

L’uomo dai capelli bianchi, invece, sorrise.

«Finalmente.»

Quella parola gli uscì dalle labbra quasi come una preghiera.

Elia guardò suo padre.

«Papà!»

Dante sollevò appena il volto.

Era stremato.

Ma vivo.

«Non venire.»

«Ti porto via.»

«Elia, ascoltami.»

«No.»

Il ragazzo fece un passo.

La lama premette contro il collo di Dante.

«Ho detto fermo.»

Elia si bloccò.

Boruma lo raggiunse.

Gli mise una mano sulla spalla.

«Guardalo.»

«Lo sto guardando.»

«No.»

Boruma strinse appena la presa.

«Guardalo davvero.»

Elia fissò suo padre.

Per la prima volta non vide il prigioniero.

Vide l’uomo.

Vide la paura nei suoi occhi.

La stanchezza.

Le ferite.

Ma vide anche qualcos’altro.

Dante gli fece un cenno quasi impercettibile.

Non verso di sé.

Verso la folla.

Elia comprese.

La fenditura si fermò.

Sotto non c’erano stanze.

Non c’erano tesori.

Non c’erano pergamene.

C’era il mare.

L’acqua entrava sotto la Rotonda attraverso un antico canale scavato nella pietra.

Boruma guardò l’uomo dai capelli bianchi.

«Era questo che aspettavi?»

«Aspettavo che il Sigillo venisse spezzato.»

«Perché?»

«Per dimostrare che alla fine ogni simbolo muore.»

Boruma abbassò lo sguardo sulle due metà.

«Certo che muore.»

Il sorriso dell’uomo scomparve.

«Cosa hai detto?»

Boruma alzò gli occhi.

«Hai passato la vita a difendere qualcosa che io non ho mai voluto difendere.»

Indicò il Sigillo.

«Questo è metallo.»

Poi indicò la folla.

«Quello no.»

Un nome si levò dal lungomare.

«Sara.»

Poi un altro.

«Karim.»

«Elena.»

Altri ancora.

Cristiani.

Musulmani.

Ebrei.

Credenti.

Non credenti.

Persone che non avrebbero mai pregato nello stesso modo e che, forse, non avrebbero mai condiviso la stessa idea del mondo.

Eppure pronunciavano insieme i nomi di chi non poteva più farlo.

L’uomo dai capelli bianchi alzò il bastone.

«Silenzio!»

Nessuno lo ascoltò.

«Ho detto silenzio!»

I nomi continuarono.

Sempre più forti.

Non era un coro.

Era qualcosa di più disordinato.

Più imperfetto.

Più umano.

L’uomo si voltò verso i suoi uomini.

«Sparate.»

Nessuno si mosse.

«Avete sentito?»

Silenzio.

«SPARATE!»

L’uomo che portava la fotografia di Sara abbassò definitivamente l’arma.

Quello che aveva pronunciato il nome di Karim fece lo stesso.

Poi un terzo.

Un quarto.

Il rumore delle armi che toccavano terra cominciò a propagarsi lungo la Rotonda.

Metallo contro pietra.

Uno dopo l’altro.

Sembrava una pioggia.

L’uomo dai capelli bianchi li guardava incredulo.

«Io vi ho dato tutto.»

Uno di loro rispose.

«No.»

Si tolse la giacca.

La lasciò cadere.

«Ci hai tolto tutto.»

Boruma avanzò.

«È finita.»

L’uomo rise.

Ma la sua risata non aveva più nulla di ironico.

Era disperata.

«Credi davvero che basti questo?»

«No.»

Boruma si fermò a pochi metri da lui.

«È bastato ricordare loro che potevano scegliere.»

L’uomo guardò la folla.

Per la prima volta sembrò vecchio.

Non potente.

Non misterioso.

Vecchio.

Solo.

«Gli uomini hanno bisogno di qualcuno che decida per loro.»

Boruma scosse la testa.

«È quello che raccontano tutti quelli che hanno paura della libertà degli altri.»

«La libertà genera caos.»

«A volte.»

«Guerra.»

«A volte.»

«Odio.»

Boruma annuì.

«Anche.»

L’uomo lo fissò.

«E allora cosa difendi?»

Boruma guardò il Mediterraneo.

Poi rispose.

«La possibilità di scegliere comunque l’amore.»

L’uomo scoppiò a ridere.

«Amore.»

Pronunciò quella parola con disprezzo.

«Hai attraversato Gaza. Hai visto bambini morire. Hai visto uomini uccidersi per una terra, per un Dio, per una bandiera. E vieni qui a parlarmi d’amore?»

Boruma non abbassò lo sguardo.

«Proprio per questo.»

Il silenzio cadde sulla Rotonda.

«Perché ho visto tutto quello che dici.»

Fece un passo.

«Ho visto cosa diventiamo quando smettiamo di riconoscere nell’altro un essere umano.»

Un altro.

«Ho visto madri piangere figli che pregavano in lingue diverse.»

Un altro ancora.

«E sai una cosa?»

L’uomo non rispose.

«Piangevano tutte allo stesso modo.»

Rosy chiuse gli occhi.

Armando abbassò il capo.

Qualcuno nella folla cominciò a piangere.

Boruma continuò.

«È questo che non avete mai capito.»

Indicò la Rosa.

«Avete trasformato la delicatezza in debolezza.»

Indicò il Cactus.

«E la resistenza in violenza.»

Poi raccolse entrambe le metà.

Una per mano.

«Ma la Rosa non chiede al Cactus di smettere di avere spine.»

Guardò l’uomo.

«E il Cactus non chiede alla Rosa di diventare più forte.»

Avvicinò lentamente le due mani.

Non ricompose il Sigillo.

Le tenne semplicemente una accanto all’altra.

«Convivono.»

Rosy sorrise tra le lacrime.

Era così semplice.

Forse troppo semplice per uomini che avevano trascorso secoli cercando segreti.

Elia guardò suo padre.

Poi fece qualcosa che nessuno si aspettava.

Si sedette.

Proprio lì.

Davanti all’uomo che teneva Dante prigioniero.

«Che fai?» gridò Boruma.

Elia non rispose.

Guardava suo padre.

«Papà.»

Dante sollevò gli occhi.

«Ti ricordi quando avevo paura del buio?»

Un sorriso stanco attraversò il volto dell’uomo.

«Sì.»

«Mi dicevi che il buio non era qualcosa contro cui combattere.»

Dante annuì.

«Dicevi che bastava accendere una luce.»

Elia guardò l’uomo dai capelli bianchi.

«Io non ho più paura di te.»

La mano che teneva la lama tremò.

Solo per un istante.

Fu sufficiente.

Cru partì.

Nessuno riuscì a fermarlo.

Non attaccò l’uomo.

Gli piombò addosso lateralmente, colpendogli il braccio.

La lama cadde.

Dante si lasciò scivolare dalla sedia.

Elia corse.

«Papà!»

Gli uomini della Casta non intervennero.

Boruma raggiunse Dante.

Rosy subito dopo.

«Respira.»

«Piano.»

«Ci siamo.»

Dante cercò suo figlio.

Elia gli prese il volto tra le mani.

Per qualche secondo nessuno dei due riuscì a parlare.

Poi Dante sorrise.

«Sei cresciuto.»

Elia scoppiò a piangere.

«Mi hai perso per anni e questa è la prima cosa che mi dici?»

Dante rise.

Una risata debole.

Vera.

«Avevo preparato qualcosa di migliore.»

Elia lo abbracciò.

«Allora me la dici domani.»

Dante chiuse gli occhi sulla sua spalla.

«Domani.»

Boruma si voltò.

L’uomo dai capelli bianchi era ancora a terra.

Cru gli stava davanti.

Non ringhiava.

Lo osservava.

L’uomo tentò di raggiungere il bastone.

Cru fece un passo.

Lui si fermò.

Napolina arrivò ansimando.

«Perfino il cane ti sta offrendo una seconda possibilità.»

Boruma quasi sorrise.

«Napolina.»

«Che c’è? È vero.»

L’uomo dai capelli bianchi guardò Boruma.

«Uccidimi.»

Boruma rimase immobile.

«Avanti.»

«No.»

«Hai paura?»

«No.»

Boruma si avvicinò.

«È proprio per questo che non lo farò.»

«Allora sei debole.»

«Può darsi.»

Si chinò e raccolse il bastone.

Lo spezzò contro il ginocchio.

Lo lasciò cadere.

«Ma stanotte dormirò sapendo di non essere diventato te.»

L’uomo rimase in silenzio.

Nessuno gli obbediva più.

Nessuno lo temeva più.

Nessuno aveva bisogno di lui.

Per un uomo che aveva costruito la propria esistenza sul controllo, non esisteva condanna peggiore.

Alessio raggiunse Boruma.

Valerio gli camminava accanto.

«È finita davvero?»

Boruma guardò la folla.

«No.»

I due ragazzi si scambiarono uno sguardo.

«E allora cosa manca?»

Boruma osservò i telefoni.

Molti erano tornati nelle mani delle persone.

Qualcuno filmava.

Qualcuno scriveva.

Qualcuno cercava immediatamente di trasformare ciò che era accaduto in qualcosa da mostrare.

Boruma sorrise.

«Il difficile.»

«Cioè?»

«Domani.»

Valerio non capì.

Boruma gli mise una mano sulla spalla.

«È facile sentirsi fratelli quando migliaia di persone gridano la stessa cosa.»

Indicò il lungomare.

«Domani torneranno a casa.»

«E quindi?»

«Quindi dovranno ricordarselo quando saranno soli.»

Guardò Alessio.

«Quando qualcuno li offenderà.»

Poi Valerio.

«Quando incontreranno una persona diversa da loro.»

Guardò Elia abbracciato a Dante.

«Quando amare costerà qualcosa.»

Rosy gli si avvicinò.

«E tu?»

«Io cosa?»

«Te lo ricorderai?»

Boruma sorrise.

«Spero di sì.»

«Non sembri molto sicuro.»

«Non lo sono.»

Rosy lo osservò sorpresa.

Boruma guardò il mare.

«Non voglio diventare un uomo che pensa di aver capito tutto.»

Lei gli prese la mano.

Questa volta Boruma non la lasciò.

«Allora quando te ne dimenticherai…»

Gli strinse le dita.

«…te lo ricorderò io.»

Boruma la guardò.

Rimasero così.

Vicini.

Troppo vicini perché fosse amicizia.

Troppo pieni di cose ancora non dette perché potesse essere già amore dichiarato.

Napolina li vide.

Aprì la bocca.

Armando gli mise immediatamente una mano sulla spalla.

«Non provarci.»

«Ma io—»

«Napolina.»

«Va bene.»

Si allontanò borbottando.

«Però centoquattro capitoli sono tanti.»

Rosy scoppiò a ridere.

Boruma la seguì.

E per qualche secondo, dopo tutto quel dolore, risero.

Semplicemente.

Il sole stava scomparendo.

Il mare diventò oro.

Alessio tirò fuori il telefono.

Guardò lo schermo.

Poi il tramonto.

Lo spense.

Valerio lo vide.

Fece lo stesso.

Boruma non disse nulla.

Non ce n’era bisogno.

Poco più avanti alcuni ragazzi erano seduti sul muretto.

Uno aveva una chitarra.

Cominciò a suonare.

Non era particolarmente bravo.

Il secondo attaccò a cantare.

Stonava terribilmente.

Il terzo rise.

Poi cantò anche lui.

Altri si unirono.

Nessuno registrava.

Nessuno cercava l’inquadratura perfetta.

Nessuno contava quante persone li stessero guardando.

Cantavano.

Come avevano fatto ragazzi di altre generazioni.

Come avevano fatto altri ragazzi su altre coste dello stesso mare.

Con altre lingue.

Altre canzoni.

Gli stessi vent’anni.

Boruma li osservò.

E improvvisamente capì.

Avevano attraversato deserti.

Cercato biblioteche.

Inseguito mappe.

Affrontato Custodi.

Combattuto la Casta.

Protetto un Sigillo.

E forse il segreto che cercavano era sempre stato molto più semplice.

Un ragazzo che canta senza vergognarsi.

Una donna che aspetta qualcuno.

Un padre che ritrova un figlio.

Un cane che rimane accanto al proprio compagno.

Due persone che hanno paura di amarsi e decidono comunque di provarci.

Una madre che pronuncia il nome di suo figlio perché il mondo non lo dimentichi.

Questo era tutto.

Questo era immenso.

Boruma aprì le mani.

La Rosa.

Il Cactus.

Le osservò ancora una volta.

Poi si avvicinò alla fenditura.

Sotto di lui il Mediterraneo respirava.

Rosy capì.

«Boruma…»

Lui sorrise.

E lasciò cadere entrambe le metà.

La Rosa scomparve nell’acqua.

Poi il Cactus.

Nessuna luce.

Nessun tuono.

Nessun miracolo.

Solo due piccoli cerchi sulla superficie del mare.

Poi più nulla.

Il Custode lo guardò incredulo.

«Hai distrutto il Sigillo.»

Boruma scosse lentamente la testa.

«No.»

Indicò le persone.

«L’ho liberato.»

Quella sera nessuno seppe dire esattamente quando la folla cominciò a disperdersi.

Le persone semplicemente tornarono alle proprie vite.

Ma qualcosa era cambiato.

Non nel mondo.

Il mondo, il mattino seguente, avrebbe avuto ancora guerre.

Confini.

Fanatismi.

Solitudini.

Uomini convinti di possedere la verità.

Boruma lo sapeva.

Non era così ingenuo da credere che una notte potesse salvare l’umanità.

Ma forse poteva salvare un uomo.

E quell’uomo, un giorno, avrebbe potuto salvarne un altro.

Quando il lungomare fu quasi vuoto, Rosy si avvicinò.

«Andiamo?»

Boruma annuì.

«Dove?»

Lei indicò la strada davanti a loro.

«Camminiamo.»

«Senza sapere dove?»

Rosy sorrise.

«Una volta non avevi bisogno di sapere sempre dove stessi andando.»

Boruma rise.

Cru si mise tra loro.

Napolina gridò da lontano:

«E portatevi il cane!»

Rosy guardò Boruma.

«Allora?»

Lui osservò la strada che da Mergellina continuava verso Posillipo.

Poi il mare.

Poi lei.

«Andiamo.»

Camminarono.

Senza fretta.

Senza Sigillo.

Senza mappe.

Senza sapere che, poco più avanti, davanti al Mediterraneo, c’era una vecchia panchina vuota.

E che quella panchina…

li stava aspettando da tutta la vita.


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