Camminarono.
Senza fretta.
Per la prima volta da quando tutto era cominciato, Boruma non aveva una destinazione.
Nessuno da raggiungere.
Nessuno da salvare.
Nessun enigma da risolvere.
Aveva soltanto Rosy al proprio fianco, Cru qualche passo avanti e il Mediterraneo che respirava alla loro sinistra.
Napoli continuava a vivere alle loro spalle.
Un clacson.
Una risata.
Il rumore di un motorino.
Qualcuno che chiamava da un balcone.
Poi, lentamente, quei suoni si confusero con il mare.
Boruma infilò le mani nelle tasche.
Una era vuota.
Istintivamente cercò il Sigillo.
Non c’era più.
Sorrise.
Rosy se ne accorse.
«Che c’è?»
«Niente.»
«Quando dici niente, di solito stai pensando troppo.»
«Cercavo qualcosa.»
«Il Sigillo?»
Boruma annuì.
Rosy continuò a camminare.
«Ti manca?»
Boruma ci pensò.
«No.»
Fece qualche passo.
«Mi sorprende non averne più bisogno.»
Cru si fermò davanti a una vecchia panchina.
Era rivolta verso il mare.
Niente di speciale.
Legno consumato.
Una piccola macchia di ruggine su un sostegno.
Qualche iniziale incisa da persone che probabilmente non si ricordavano più di averle lasciate lì.
Cru annusò un angolo.
Girò su se stesso.
Poi si sdraiò.
Rosy rise.
«A quanto pare abbiamo trovato la destinazione.»
Boruma guardò la panchina.
Poi Cru.
«Decide sempre lui?»
«Quando noi non sappiamo farlo.»
Si sedettero.
Tra loro rimase qualche centimetro.
Il mare davanti.
Il cielo cominciava a perdere l’arancio del tramonto e acquistava quel blu che dura pochissimo, quando il giorno non è ancora finito e la notte non ha ancora avuto il coraggio di cominciare.
Boruma respirò profondamente.
Rosy lo osservò.
«Da quanto tempo non lo facevi?»
«Cosa?»
«Niente.»
Boruma sorrise.
«Non si fa niente.»
«Appunto.»
Rimasero in silenzio.
Una barca attraversò lentamente il mare.
Più lontano, alcuni ragazzi erano seduti sul muretto.
Uno aveva una chitarra.
Gli altri parlavano tutti insieme.
Uno rideva così forte che gli amici continuavano a dirgli di stare zitto.
Naturalmente rideva ancora di più.
Boruma li guardò a lungo.
«Li senti?»
«È difficile non sentirli.»
«No. Ascoltali.»
Rosy lo fece.
La chitarra cominciò a suonare.
Tre accordi.
Forse quattro.
Poi una voce.
Stonata.
Un’altra si aggiunse.
Peggiore.
Rosy scoppiò a ridere.
«Terribili.»
Boruma sorrideva.
«Meravigliosi.»
Per qualche secondo non vide più quei ragazzi.
Ne vide altri.
Capelli troppo lunghi.
Jeans scoloriti.
Scarpe consumate.
Una musicassetta riavvolta con una penna perché le batterie del walkman non andavano sprecate.
Un numero di telefono imparato a memoria.
Una moneta tenuta in tasca per chiamare da una cabina.
Un appuntamento dato alle otto.
E alle otto e venti non sapevi se la persona che aspettavi fosse in ritardo…
o non sarebbe arrivata mai.
Nessun messaggio.
Nessuna spunta.
Nessuna posizione condivisa.
Aspettavi.
E in quell’attesa c’era già qualcosa che assomigliava all’amore.
«Dove sei andato?»
La voce di Rosy lo riportò sulla panchina.
«Lontano.»
«Quanto lontano?»
Boruma guardò i ragazzi.
«Avevo vent’anni.»
Rosy sorrise.
«Bel posto.»
«Bellissimo.»
«Ci torneresti?»
Boruma stava per rispondere subito.
Poi ci pensò.
«No.»
Rosy sembrò sorpresa.
«Perché?»
«Perché allora non sapevo quanto fosse bello.»
La frase rimase tra loro.
Boruma guardò il mare.
«È questa la fregatura.»
«Quale?»
«Passiamo metà della vita desiderando qualcosa e l’altra metà ricordando quello che avevamo mentre desideravamo altro.»
Rosy abbassò lo sguardo.
«Forse è per questo che diventiamo grandi.»
«O stupidi.»
Lei rise.
«Probabilmente entrambe le cose.»
Sul muretto la canzone continuava.
Un ragazzo si alzò e tese la mano a una ragazza.
Lei la rifiutò.
Lui insistette.
Lei rise.
Alla fine si alzò.
Cominciarono a ballare.
Malissimo.
Gli amici applaudirono.
Boruma li osservava.
Uno degli altri ragazzi prese il telefono.
Per un istante sembrò volerli riprendere.
Poi guardò la coppia.
Guardò il tramonto.
Spense lo schermo.
Mise il telefono in tasca.
E cominciò a cantare.
Boruma sorrise.
Rosy seguì il suo sguardo.
«Contento?»
«Molto.»
«Perché?»
«Perché non è tutto perduto.»
Rosy rimase qualche secondo in silenzio.
«Sei ingiusto con loro, qualche volta.»
Boruma la guardò.
«Con chi?»
«Con i ragazzi.»
«Io?»
«Sì.»
Lei indicò il gruppo.
«Continuiamo a raccontare quanto fosse bello il nostro mondo.»
«Lo era.»
«Anche il loro può esserlo.»
Boruma non rispose.
Rosy continuò.
«Noi avevamo le musicassette. Loro hanno milioni di canzoni in tasca.»
«È proprio quello il problema.»
«No. Il problema nasce soltanto quando dimenticano di ascoltarle.»
Boruma sorrise.
«Questa era buona.»
«Lo so.»
Rosy indicò il mare.
«Non dobbiamo insegnargli a vivere come vivevamo noi.»
Boruma la ascoltava.
«Dobbiamo insegnargli a sentire quello che sentivamo noi.»
Questa volta Boruma non sorrise.
La guardò.
Rosy continuò.
«Non importa se una dichiarazione d’amore arriva su una lettera o su uno schermo.»
Gli prese lentamente la mano.
«Importa che dall’altra parte ci sia qualcuno capace di tremare mentre la scrive.»
Boruma sentì qualcosa stringergli il petto.
Non dolore.
Qualcosa di più antico.
Aveva trascorso anni a credere che la vita lo avesse reso più forte.
Forse lo aveva soltanto reso più bravo a nascondere ciò che sentiva.
Guardò la mano di Rosy nella sua.
«Sai di cosa ho paura?»
Lei non scherzò.
«Dimmi.»
«Che un giorno diventi tutto più facile.»
«Non capisco.»
«Parlare senza incontrarsi. Vedere senza guardare. Toccare senza sentire. Conoscere qualcuno senza sapere nemmeno che voce ha quando piange.»
Rosy strinse la sua mano.
«Allora insegniamo il contrario.»
«A chi?»
«A chi ci guarda.»
Boruma indicò il lungomare quasi vuoto.
«Non ci guarda nessuno.»
Rosy sorrise.
«Meglio.»
Cru sollevò la testa.
Li guardò.
Poi appoggiò il muso sulle scarpe di Boruma.
Boruma gli accarezzò lentamente la fronte.
«Tu almeno non hai mai avuto bisogno di un telefono.»
Cru sbuffò.
Rosy rise.
«Però se potesse parlare probabilmente ti bloccherebbe.»
«Perché?»
«Sei pesante.»
Boruma la guardò fingendosi offeso.
«Ho appena salvato il mondo.»
Rosy scosse la testa.
«No.»
«Come no?»
«Hai appena passato cento capitoli a capire che il mondo non lo salva una persona sola.»
Boruma rimase serio per un secondo.
Poi scoppiò a ridere.
«Questa era ancora migliore.»
«Lo so.»
Risero.
E quella risata fece qualcosa che nessuna vittoria era riuscita a fare.
Restituì Boruma a se stesso.
Non al Custode.
Non all’uomo del Sigillo.
Non a quello che aveva attraversato Gaza, il deserto, Gerusalemme e mezzo Mediterraneo inseguendo nomi cancellati.
Semplicemente…
Boruma.
Un uomo seduto su una panchina accanto alla donna che amava.
Il pensiero arrivò senza chiedere permesso.
La donna che amava.
Boruma smise di ridere.
Rosy se ne accorse.
«Che succede?»
«Niente.»
«Di nuovo?»
Boruma guardò il mare.
«Ho pensato una cosa.»
«Pericoloso.»
«Molto.»
Lei aspettò.
Boruma non parlò.
«Allora?»
«Se te la dico cambia tutto.»
Rosy si voltò completamente verso di lui.
«Boruma.»
«Sì?»
«Abbiamo attraversato guerre, deserti, uomini che volevano ucciderci, una Casta che cancellava persone e un cane convinto di essere più intelligente di tutti noi.»
Cru aprì un occhio.
Rosy abbassò la voce.
«Credo di poter sopravvivere a una frase.»
Boruma la guardò.
Avrebbe potuto dirglielo.
Tre parole.
Così semplici.
Così enormi.
Non ci riuscì.
Rosy sorrise.
Non con ironia.
Con tenerezza.
«Hai paura.»
Boruma annuì.
«Moltissima.»
«Finalmente.»
«Finalmente cosa?»
«Una cosa in cui sei normale.»
Boruma rise appena.
Rosy gli sfiorò il volto.
Le dita passarono sulla sua guancia.
Poi tra i capelli ramati, accesi dall’ultima luce del giorno.
«Boruma?»
«Sì?»
«Per una volta…»
Si avvicinò.
«…smetti di pensare.»
E lo baciò.
Boruma chiuse gli occhi.
Il Mediterraneo scomparve.
Napoli scomparve.
La Casta.
Il Sigillo.
Le guerre.
I morti.
I chilometri percorsi.
Tutto.
Rimase soltanto il calore delle labbra di Rosy.
Una mano sulla sua guancia.
Il profumo dei suoi capelli mori.
Il cuore che, contro ogni logica, batteva come quando aveva vent’anni.
Non fu un bacio perfetto.
Fu molto di più.
Fu vero.
Quando si separarono rimasero vicinissimi.
Le fronti quasi unite.
Boruma aprì gli occhi.
Rosy sorrideva.
«Allora?»
«Allora cosa?»
«Com’era?»
Boruma fece finta di pensarci.
«Dovremmo riprovare.»
Rosy gli diede una piccola spinta.
«Idiota.»
Boruma la trattenne.
E questa volta fu lui a baciarla.
Dal muretto qualcuno gridò:
«Ohhhh!»
Boruma e Rosy si voltarono.
I ragazzi con la chitarra stavano applaudendo.
Rosy nascose il viso sulla spalla di Boruma.
«No.»
Boruma rideva.
«Direi che abbiamo un pubblico.»
Uno dei ragazzi gridò:
«Grande!»
Un altro:
«Offrile almeno qualcosa!»
Rosy ormai rideva senza riuscire a fermarsi.
Boruma alzò una mano.
«Pensate a cantare!»
«Allora cantiamo per voi!»
La chitarra ripartì.
Boruma non conosceva quella canzone.
Non importava.
Dopo poche battute Rosy cominciò a seguire il ritornello.
«La conosci?»
«No.»
«E allora perché canti?»
Lei lo guardò.
«Perché posso.»
Boruma la osservò.
Poi iniziò a cantare anche lui.
Male.
Terribilmente male.
Rosy scoppiò a ridere.
«Sei stonato.»
«Anche a vent’anni.»
«Almeno sei coerente.»
E cantarono.
Con ragazzi che non conoscevano.
Una canzone che Boruma non avrebbe saputo ripetere il giorno dopo.
Davanti a un mare che esisteva molto prima di loro e sarebbe esistito molto dopo.
Nessuno filmò quel momento.
Nessuno lo pubblicò.
Nessuno mise un cuore sotto quella sera.
Eppure Boruma seppe che l’avrebbe ricordata per tutta la vita.
Quando la canzone finì, il buio aveva quasi conquistato il cielo.
Rosy appoggiò la testa sulla sua spalla.
«Sai cosa penso?»
«Che canto malissimo.»
«Anche.»
«Penso che abbiamo attraversato mezzo mondo per arrivare qui.»
Boruma guardò il mare.
Poi sorrise.
«No.»
Rosy sollevò la testa.
«No?»
«Abbiamo attraversato mezzo mondo per imparare a fermarci.»
Poco distante, Alessio e Valerio erano arrivati senza farsi notare.
Avevano seguito gli altri lungo il lungomare.
Alessio vide Boruma e Rosy sulla panchina.
Fece per chiamarli.
Valerio lo fermò.
«Lasciali.»
Alessio guardò il fratello.
Poi sorrise.
«Andiamo dai ragazzi?»
Indicò la chitarra.
Valerio alzò le spalle.
«Perché no.»
Si avvicinarono.
Dopo qualche minuto cantavano anche loro.
Boruma li vide.
Non li chiamò.
Non disse loro cosa fare.
Non spiegò nulla.
Li guardò semplicemente vivere.
E comprese forse la lezione più difficile di tutto il viaggio.
Amare qualcuno non significa indicargli continuamente la strada.
Significa esserci abbastanza a lungo perché, quando arriverà il momento…
abbia il coraggio di scegliere la propria.
Rosy intrecciò le dita alle sue.
«A cosa pensi?»
Boruma guardò Alessio e Valerio ridere con ragazzi che avevano conosciuto da pochi minuti.
Poi guardò Cru.
Poi lei.
Infine il mare.
«Che forse abbiamo cercato troppo lontano.»
«Cosa?»
Boruma respirò.
«L’amore universale.»
Rosy attese.
«Pensavamo fosse una grande idea.»
Indicò il Mediterraneo.
«Qualcosa capace di unire popoli, religioni, lingue.»
«E non lo è?»
«Anche.»
Boruma guardò le loro mani intrecciate.
«Ma forse comincia molto prima.»
«Dove?»
«Quando smetti di chiedere a qualcuno da dove viene prima di decidere se merita il tuo abbraccio.»
Rosy non disse nulla.
Boruma continuò.
«Quando ascolti una storia che non è la tua.»
«Quando pronunci il nome di qualcuno che il mondo voleva dimenticare.»
«Quando un padre ritrova un figlio.»
«Quando due ragazzi decidono di cantare insieme senza sapere niente l’uno dell’altro.»
Guardò Rosy.
«Quando ami senza chiedere all’altro di assomigliarti.»
Il mare arrivò contro gli scogli.
Poi tornò indietro.
Boruma lo seguì con lo sguardo.
«Sai perché amo questo mare?»
Rosy sorrise.
«Sentiamo.»
«Perché bagna coste che gli uomini hanno riempito di confini.»
«E lui continua a toccarle tutte.»
Rosy gli strinse la mano.
«Allora forse il Mediterraneo è più saggio di noi.»
«Ci vuole poco.»
Risero ancora.
La notte era arrivata.
I ragazzi continuavano a cantare.
Qualcuno aveva acceso una piccola luce.
Boruma alzò gli occhi.
Non c’erano notifiche.
Non c’erano mappe.
Non c’erano istruzioni.
Soltanto stelle.
Per un istante ebbe la sensazione assurda che Raffaele fosse lì.
Non come fantasma.
Non come voce.
Come memoria.
Boruma sorrise.
Aveva finalmente capito una cosa che suo nonno non avrebbe mai potuto insegnargli.
Alcune verità non si tramandano con le parole.
Bisogna viverle.
Si alzò.
Rosy fece lo stesso.
«Dove andiamo?»
Boruma guardò la strada.
Poi il mare.
Poi lei.
«Non lo so.»
Rosy sorrise.
«Perfetto.»
Cru si mise in piedi.
Boruma fece qualche passo.
Poi si fermò.
Tornò verso la panchina.
Passò una mano sul legno consumato.
Non incise iniziali.
Non lasciò messaggi.
Non aveva bisogno di dimostrare che fosse stato lì.
Quella sera apparteneva a loro.
E questo bastava.
Ripresero a camminare.
Dietro di loro una nuova canzone cominciò.
Davanti, il Mediterraneo continuava a respirare nel buio.
Boruma prese la mano di Rosy.
Questa volta senza esitazione.
E mentre camminava comprese finalmente perché, dopo tutto quello che aveva visto, continuasse ostinatamente a credere negli uomini.
Non perché fossero buoni.
Non sempre lo erano.
Non perché avrebbero smesso di farsi del male.
Probabilmente non sarebbe mai accaduto.
Credeva negli uomini perché, nonostante tutto, conservavano una possibilità.
Quella di fermarsi.
Guardarsi.
Riconoscersi.
E scegliere.
Ogni volta.
Ancora una volta.
L’amore.
Boruma alzò gli occhi verso il cielo.
Poi sorrise.
Quella notte non desiderò tornare ad avere vent’anni.
Desiderò soltanto che chi li aveva adesso…
avesse il coraggio di viverli.

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