La mattina arrivò senza chiedere permesso.
Boruma era già sveglio.
Seduto vicino alla finestra, osservava il Mediterraneo.
Sul tavolo c’era la fotografia di Raffaele che Armando gli aveva consegnato il giorno precedente.
Un ragazzo seduto su una barca.
Piedi nudi.
Capelli spettinati dal vento.
Un sorriso che Boruma non gli aveva mai conosciuto.
Per tutta la vita aveva creduto che le persone che amiamo diventassero grandi attraverso ciò che ci insegnano.
Adesso sapeva che non era vero.
Diventavano grandi quando riuscivamo finalmente a perdonarle per essere state semplicemente umane.
Prese la fotografia.
La guardò ancora una volta.
Poi la mise nel portafoglio.
Non vicino al Sigillo.
Quello non esisteva più.
Vicino alle cose normali.
Dove Raffaele, probabilmente, avrebbe sempre voluto stare.
«Partiamo.»
Boruma si voltò.
Alessio era sulla porta.
Dietro di lui Valerio.
Due zaini.
Niente valigie.
«Partite?»
«Sì.»
«Dove?»
I due fratelli si guardarono.
Valerio sorrise.
«Non lo sappiamo ancora.»
Boruma appoggiò la tazza.
«Mi sembra un’organizzazione impeccabile.»
«Abbiamo avuto un buon maestro.»
«Allora siete messi male.»
Alessio rise.
Poi il silenzio arrivò.
Quello vero.
Quello delle partenze.
Boruma si avvicinò.
Avrebbe voluto dire cento cose.
State attenti.
Chiamate.
Non fidatevi di tutti.
Mangiate.
Dormite.
Non fate sciocchezze.
Ricordate quello che avete imparato.
Avrebbe voluto consegnare loro un manuale per attraversare la vita senza farsi troppo male.
Ma un manuale del genere non esisteva.
E se fosse esistito, probabilmente nessun ragazzo avrebbe dovuto leggerlo.
«Avete soldi?»
Alessio sorrise.
«Sì.»
«Documenti?»
«Sì.»
«Telefono?»
Valerio scoppiò a ridere.
«Eccolo. Sapevo che prima o poi sarebbe tornato.»
Boruma lo guardò.
«Non ho mai detto che dovete buttarlo.»
«No?»
«Ho detto che ogni tanto dovete ricordarvi di alzare gli occhi.»
Alessio abbassò lo sguardo.
«Boruma…»
«Sì?»
«Grazie.»
Boruma scosse immediatamente la testa.
«Non farlo.»
«Cosa?»
«Non trasformiamo questa cosa in un addio.»
«Non è un addio.»
«Appunto.»
Valerio aprì le braccia.
«Quindi niente discorso commovente?»
«Assolutamente no.»
«Peccato. Ne avevo preparato uno.»
«Tu?»
«Bellissimo.»
«Sentiamo.»
Valerio ci pensò.
«Mi sono dimenticato.»
Risero.
Poi Alessio abbracciò Boruma.
Senza avvertirlo.
Boruma rimase immobile soltanto un istante.
Poi lo strinse.
Forte.
Valerio li guardò.
«Che scena patetica.»
Boruma allungò un braccio e trascinò dentro anche lui.
«No!»
«Vieni qua.»
«Ho una reputazione.»
«Ormai è finita.»
Cru arrivò correndo, convinto evidentemente che quell’assembramento riguardasse anche lui.
Si infilò tra le loro gambe.
Valerio scoppiò a ridere.
«Cru!»
Per qualche secondo furono soltanto braccia, risate, pelo e zaini che cadevano a terra.
Nessuno disse niente di importante.
E forse fu proprio per questo che quel momento lo fu.
Quando si separarono, Boruma guardò entrambi.
«Una cosa soltanto.»
Alessio sospirò teatralmente.
«Eccolo.»
Boruma sorrise.
«Non cercate di diventare persone migliori di qualcuno.»
I ragazzi smisero di scherzare.
«Nemmeno migliori di me.»
Pausa.
«Diventate semplicemente persone delle quali non dobbiate vergognarvi quando siete soli.»
Alessio annuì.
Valerio fece lo stesso.
Boruma indicò la porta.
«Adesso andate, prima che cambi idea.»
Li guardò allontanarsi.
Non li seguì.
Non gridò raccomandazioni dalle scale.
Non chiese quando sarebbero tornati.
Rimase sulla porta.
Alessio si voltò per primo.
Alzò una mano.
Valerio fece altrettanto.
Boruma rispose.
Poi scomparvero.
Rosy arrivò alle sue spalle.
«Fa male?»
Boruma continuò a guardare le scale vuote.
«Molto.»
«Allora perché sorridi?»
«Perché possono andare.»
Rosy gli prese la mano.
Boruma la strinse.
«Credo che questo significhi aver fatto bene qualcosa.»
Dante ed Elia partirono nel pomeriggio.
Non insieme.
Quella fu la cosa che sorprese tutti.
Dante aveva trovato un posto dove trascorrere qualche tempo e riprendersi.
Elia aveva deciso di rimanere ancora qualche giorno.
«Non vieni?» gli chiese suo padre.
«Non ancora.»
Dante abbassò gli occhi.
«Capisco.»
Elia gli si avvicinò.
«No.»
Dante lo guardò.
«Non significa che non voglio vederti.»
«E cosa significa?»
Elia cercò le parole.
«Che voglio conoscerti senza dover recuperare tutto in una settimana.»
Dante rimase in silenzio.
«Non voglio fingere che non sia successo niente.»
«Nemmeno io.»
«E non voglio odiarti.»
Dante chiuse gli occhi.
Elia continuò.
«Per adesso è abbastanza.»
Dante annuì.
Poi tese una mano.
Elia la guardò.
«Davvero?»
Dante quasi sorrise.
«Non sapevo cosa fare.»
Elia ignorò la mano.
E lo abbracciò.
Dante rimase immobile.
Poi le braccia gli cedettero intorno al figlio.
Pianse.
Senza nascondersi.
Boruma si voltò verso il mare.
Quella parte della storia non apparteneva a lui.
Quando Dante se ne andò, Elia rimase a guardarlo finché scomparve.
Boruma gli si avvicinò.
«Tutto bene?»
«No.»
Boruma annuì.
«Ottimo.»
Elia lo guardò come se fosse impazzito.
«Ottimo?»
«Hai appena smesso di mentire.»
Elia sorrise.
«Sei strano.»
«Me lo dicono.»
«Passerà?»
Boruma capì che non stava parlando di Dante.
«Non lo so.»
Elia abbassò lo sguardo.
«Pensavo che ritrovarlo avrebbe sistemato tutto.»
«È una delle bugie che raccontiamo sull’amore.»
«Quale?»
«Che aggiusti tutto.»
Elia lo guardò.
«E invece?»
«Rimane.»
Armando fu l’ultimo.
Non aveva bagagli.
Solo una giacca e quella calma che Boruma gli aveva sempre invidiato.
«Dove vai?»
«A casa.»
«Quale casa?»
Armando sorrise.
«Vedi? Hai ancora molto da imparare.»
Boruma rise.
Poi Armando diventò serio.
«Ho finito.»
«Cosa?»
«Il compito che mi aveva affidato mio padre.»
Boruma abbassò gli occhi.
«Proteggermi.»
«No.»
Armando scosse la testa.
«Raffaele non mi chiese mai di proteggerti.»
«E allora?»
«Mi chiese di esserci finché non avessi capito che non avevi bisogno di essere protetto.»
Boruma rimase in silenzio.
Armando gli mise entrambe le mani sulle spalle.
«Non diventare un simbolo.»
Boruma lo guardò.
«Non credo di correre questo rischio.»
«Tutti quelli che vengono ascoltati lo corrono.»
Pausa.
«Lascia che raccontino quello che hai fatto, se ne hanno bisogno.»
Armando sorrise.
«Ma tu continua a essere un uomo.»
Boruma annuì.
«Ci proverò.»
«No.»
Armando gli diede una piccola pacca sulla guancia.
«Vivilo.»
Si abbracciarono.
Boruma sentì qualcosa di Raffaele in quell’abbraccio.
Non una presenza soprannaturale.
Non un segno.
Una continuità.
Padre.
Figlio.
Nipote.
Tre uomini imperfetti che avevano provato, ciascuno a modo proprio, a non consegnare le proprie paure alla generazione successiva.
Quando Armando si allontanò, Boruma non lo chiamò.
Lo lasciò andare.
«E io?»
Boruma si voltò.
Napolina era appoggiato alla porta.
«Tu cosa?»
«Non mi saluti?»
«Speravo rimanessi.»
Napolina sembrò commosso.
«Davvero?»
«Qualcuno deve portare fuori Cru.»
«Sei una persona orribile.»
Boruma rise.
Napolina gli si avvicinò.
«Io parto domani.»
«Dove vai?»
«Non lo so.»
Boruma sospirò.
«Sta diventando un’epidemia.»
«Ho pensato che magari potrei raccontare questa storia.»
Boruma smise di sorridere.
«Quale storia?»
Napolina allargò le braccia.
«Questa.»
«No.»
«Perché?»
«Perché la rovineresti.»
«Ho già il titolo.»
Boruma lo fissò.
«Non voglio saperlo.»
Napolina sorrise.
«Boruma.»
Silenzio.
«La Leggenda del Mediterraneo.»
Boruma lo guardò.
Poi scoppiò a ridere.
«È terribile.»
«È magnifico.»
«Presuntuoso.»
«Epico.»
«Nessuno lo leggerebbe.»
Napolina sorrise.
«Questo lascialo decidere a loro.»
Indicò un punto indefinito davanti a sé.
Boruma seguì il gesto.
Non c’era nessuno.
«Loro chi?»
Napolina alzò le spalle.
«I lettori.»
Boruma rimase a fissarlo.
«Sei completamente pazzo.»
«Probabile.»
Napolina si avvicinò.
Per una volta non scherzò.
«Ma una cosa la scriverò.»
«Quale?»
«Che non hai salvato il mondo.»
Boruma sorrise.
«Finalmente qualcosa di vero.»
«E che il mondo non ha salvato te.»
Boruma lo guardò.
Napolina continuò.
«Vi siete semplicemente incontrati.»
Quella sera Boruma e Rosy tornarono alla panchina.
Non perché fosse diventata un luogo sacro.
Proprio il contrario.
Perché era soltanto una panchina.
Cru si sdraiò ai loro piedi.
Il mare era calmo.
Rosy guardò Boruma.
«Siamo rimasti in pochi.»
«Tre.»
Cru sollevò la testa.
«Hai ragione» disse Rosy. «Due e mezzo.»
Cru abbaiò.
Boruma rise.
«Adesso ti sei fatta un nemico.»
Rimasero a guardare l’orizzonte.
Boruma pensò ad Alessio e Valerio.
Da qualche parte.
In viaggio.
Pensò a Elia.
A Dante.
Ad Armando.
A Napolina che probabilmente stava davvero pensando di scrivere quella storia assurda.
A Raffaele.
A Shelley.
A Joshua.
A tutti quelli che non erano arrivati fino a quella panchina.
E per la prima volta non sentì soltanto la loro assenza.
Sentì ciò che avevano lasciato.
«Rosy?»
«Sì?»
«Secondo te abbiamo vinto?»
Lei ci pensò.
«Contro chi?»
Boruma sorrise.
Era la risposta perfetta.
Una famiglia passò davanti a loro.
Il padre teneva una bambina sulle spalle.
La madre camminava accanto.
La bambina indicò il mare.
«Papà, dove finisce?»
L’uomo guardò l’orizzonte.
«Non lo so.»
«Allora è infinito?»
Il padre rise.
«No.»
«E come facciamo a sapere dove finisce?»
L’uomo ci pensò.
Poi disse:
«Bisogna andare a vedere.»
La bambina sembrò soddisfatta.
Si allontanarono.
Boruma li seguì con lo sguardo.
«Hai sentito?» chiese Rosy.
«Sì.»
«Una volta avresti cercato una risposta migliore.»
Boruma annuì.
«Sto migliorando.»
Il sole cominciò a scendere.
Boruma prese il telefono dalla tasca.
Lo guardò.
Alcuni messaggi.
Notizie.
Fotografie.
Il mondo chiedeva attenzione.
Lo spense.
Lo mise via.
Rosy sorrise.
«Ancora questa guerra contro i telefoni?»
Boruma scosse la testa.
«No.»
«E allora?»
«Sto scegliendo te.»
Rosy non rispose.
Appoggiò la testa sulla sua spalla.
Cru chiuse gli occhi.
Il sole toccò il mare.
Boruma guardò quella luce e pensò che da ragazzo avrebbe voluto trattenerla.
Fotografarla.
Possederla.
Adesso sapeva che non era necessario.
Il sole sarebbe scomparso.
Il giorno sarebbe finito.
Alessio e Valerio avrebbero costruito vite nelle quali lui non sarebbe stato sempre presente.
Elia avrebbe deciso quanto spazio concedere a suo padre.
Armando sarebbe diventato memoria.
Un giorno anche Cru non avrebbe più camminato davanti a loro.
Un giorno quella panchina sarebbe stata occupata da qualcun altro.
E un giorno perfino Boruma sarebbe diventato soltanto un nome pronunciato da qualcuno.
Non provò paura.
Rosy gli prese la mano.
«A cosa pensi?»
Boruma intrecciò le dita alle sue.
«Che non dobbiamo restare per sempre.»
«No?»
«No.»
Guardò il mare.
«Dobbiamo soltanto lasciare qualcosa che meriti di continuare.»
Poco lontano un ragazzo aiutò un anziano a raccogliere alcune cose cadute da una borsa.
Una donna lasciò passare qualcuno davanti a sé.
Due bambini si divisero una merenda.
Un uomo telefonò.
Boruma sentì soltanto le prime parole.
«Papà… sono io.»
Niente di straordinario.
Niente che sarebbe finito sui giornali.
Niente leggende.
Boruma sorrise.
Forse l’amore universale non sarebbe mai diventato una rivoluzione.
Forse nessuna bandiera lo avrebbe rappresentato.
Nessun governo lo avrebbe imposto.
Nessuna religione avrebbe potuto rivendicarlo.
Ed era proprio questa la sua forza.
Non apparteneva a nessuno.
Per questo poteva appartenere a tutti.
Boruma si alzò.
Rosy lo guardò.
«Andiamo?»
Lui tese la mano.
«Andiamo.»
Lei la prese.
Cru si mise in piedi.
Cominciarono a camminare.
Dopo qualche metro Rosy si voltò verso la panchina.
«Non vuoi lasciarci qualcosa?»
Boruma guardò il legno consumato.
Le iniziali incise.
I nomi.
I piccoli tentativi degli uomini di dire:
Io sono stato qui.
Scosse la testa.
«No.»
«Perché?»
Boruma guardò il mare.
«Perché non voglio che qualcuno ricordi dove mi sono seduto.»
Poi guardò Rosy.
«Preferisco che ricordi perché mi sono rialzato.»
Ripresero il cammino.
Cru davanti.
Rosy accanto.
Boruma in mezzo alla vita.
Non davanti.
Non sopra.
In mezzo.
Il Mediterraneo continuava a toccare le coste senza chiedere il nome di chi vi abitava.
La Rosa continuava a fiorire.
Il Cactus continuava a custodire acqua nel deserto.
E da qualche parte due ragazzi camminavano verso una destinazione che ancora non conoscevano.
Boruma alzò gli occhi.
Non cercò segnali.
Non cercò Raffaele.
Non cercò risposte.
Guardò semplicemente il cielo.
Poi strinse la mano di Rosy.
E continuò a camminare.
Perché alla fine aveva compreso che nessuna leggenda avrebbe mai potuto insegnare agli uomini come vivere.
Poteva soltanto ricordare loro che avevano ancora la possibilità di scegliere.
Ogni mattina.
Ogni incontro.
Ogni volta che qualcuno sembrava diverso.
Ogni volta che sarebbe stato più facile odiare.
Ogni volta che amare avrebbe richiesto coraggio.
Boruma sorrise.
Davanti a lui non c’era più una rotta tracciata.
Finalmente.
C’era la vita.
E quella…
avrebbe dovuto imparare a percorrerla giorno dopo giorno.

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