Il mattino dopo, il mondo non era cambiato.
C’erano ancora guerre.
C’erano ancora uomini convinti di possedere Dio.
C’erano ancora confini tracciati da chi non avrebbe mai dovuto attraversarli.
C’erano figli che non parlavano con i padri e padri troppo orgogliosi per fare il primo passo.
C’erano persone sole in mezzo a migliaia di altre persone.
Il mondo non era cambiato.
Boruma aprì gli occhi.
Rosy dormiva accanto a lui.
Cru russava ai piedi del letto.
E Boruma sorrise.
Il mondo non era cambiato.
Ma il suo sì.
Rimase immobile.
Non voleva svegliarla.
Una ciocca di capelli mori copriva il volto di Rosy.
Boruma la spostò lentamente.
Lei aprì un occhio.
«Sei inquietante.»
Boruma ritirò immediatamente la mano.
«Buongiorno anche a te.»
«Da quanto tempo mi guardi?»
«Due secondi.»
Rosy richiuse gli occhi.
«Bugiardo.»
Cru sollevò la testa.
Li osservò.
Sbadigliò.
Poi tornò a dormire.
Rosy indicò il cane senza aprire gli occhi.
«Vedi? Perfino lui si vergogna per te.»
Boruma rise piano.
Era strano.
Dopo tutto quello che era accaduto, quella normalità gli sembrava quasi rivoluzionaria.
Si alzò.
Andò verso la finestra.
Napoli era già sveglia.
Un autobus arrancava lungo la strada.
Qualcuno litigava per un parcheggio.
Un uomo portava a spasso un cane che sembrava portare a spasso lui.
Da una finestra arrivava l’odore del caffè.
Boruma respirò profondamente.
Niente esplosioni.
Niente messaggi.
Niente uomini nell’ombra.
Niente Sigillo.
Solo un martedì mattina.
O forse era mercoledì.
Non lo sapeva più.
E improvvisamente quella gli sembrò una notizia meravigliosa.
Rosy lo raggiunse.
Gli passò una tazza.
«Caffè.»
Boruma la prese.
«Ti amo.»
Rosy si fermò.
Boruma rimase con la tazza a mezz’aria.
Si guardarono.
Lui comprese ciò che aveva appena detto.
Rosy sollevò lentamente un sopracciglio.
«Interessante.»
Boruma cercò disperatamente qualcosa da dire.
«Il caffè.»
«Cosa?»
«Dicevo al caffè.»
Rosy annuì molto seriamente.
«Certo.»
«È un ottimo caffè.»
«Immagino.»
«Ha carattere.»
«Boruma.»
«Sì?»
«Sei un idiota.»
Poi gli diede un bacio sulla guancia e tornò verso il letto.
Boruma rimase alla finestra.
Con il caffè.
E un sorriso da ventenne.
Un’ora dopo erano tutti insieme.
Dante sedeva vicino alla finestra.
Aveva il volto stanco, alcune medicazioni e una coperta sulle gambe.
Elia gli stava davanti.
Da almeno dieci minuti nessuno dei due parlava.
Napolina osservava la scena.
«Questa storia dei silenzi significativi sta diventando preoccupante.»
Armando lo fulminò con lo sguardo.
«Lasciali stare.»
«Sto lasciandoli stare.»
«Allora fallo in silenzio.»
Napolina sbuffò.
«Qui nessuno apprezza il mio talento.»
Alessio gli mise una mano sulla spalla.
«Io sì.»
Napolina sorrise.
«Finalmente.»
«Soprattutto quando dormi.»
Valerio scoppiò a ridere.
«Traditore.»
Per qualche secondo nella stanza ci furono soltanto quelle.
Risate.
Dante le ascoltava.
Poi guardò suo figlio.
«Elia.»
Il ragazzo sollevò gli occhi.
«Sì?»
«Mi dispiace.»
Nessun discorso.
Nessuna giustificazione.
Tre parole.
Elia rimase immobile.
Dante continuò.
«Pensavo che proteggerti significasse tenerti lontano da tutto.»
Abbassò lo sguardo.
«Ho sbagliato.»
Elia non rispose.
«Credevo che un giorno avrei avuto il tempo di spiegarti.»
«E invece?»
Dante sorrise amaramente.
«Il tempo non aspetta che diventiamo persone migliori.»
Elia guardò fuori dalla finestra.
«Sono arrabbiato con te.»
«Lo so.»
«Molto.»
«Ne hai diritto.»
«Non so se riuscirò a perdonarti.»
Dante annuì.
«Hai diritto anche a questo.»
Elia finalmente lo guardò.
«E allora perché sei così tranquillo?»
Dante trattenne le lacrime.
«Perché sei qui.»
Elia abbassò gli occhi.
Non lo abbracciò.
Non ancora.
Boruma lo vide e comprese che era giusto così.
Non tutte le ferite si chiudono quando termina una battaglia.
Alcune hanno bisogno di tempo.
E amare qualcuno significa anche concederglielo.
Alessio e Valerio erano sul balcone.
Boruma li raggiunse.
«Che fate?»
«Niente» rispose Valerio.
Boruma sorrise.
«Ottimo.»
Alessio lo guardò.
«Da quando niente è diventato ottimo?»
«Da ieri.»
Rimasero appoggiati alla ringhiera.
Sotto di loro la città continuava.
«Boruma?»
«Dimmi.»
Era Alessio.
«Ieri hai detto che il difficile sarebbe stato oggi.»
«Sì.»
«Non capisco.»
Boruma indicò la strada.
«Guarda.»
Un uomo uscì da un bar e urtò accidentalmente un altro.
Si voltarono.
Per un istante sembrò che dovessero litigare.
Poi il primo alzò una mano.
Chiese scusa.
L’altro esitò.
Alla fine sorrise.
Si strinsero la mano.
Ripresero le rispettive strade.
Boruma guardò Alessio.
«Ecco.»
«Questo?»
«Questo.»
Valerio rise.
«Abbiamo affrontato una società segreta per arrivare a due che non litigano davanti a un bar?»
«Esatto.»
«Mi aspettavo qualcosa di più spettacolare.»
Boruma sorrise.
«È questo il problema.»
I ragazzi lo guardarono.
«Pensiamo che cambiare il mondo significhi fare qualcosa di enorme.»
Boruma indicò di nuovo la strada.
«Ma il mondo è fatto quasi interamente di cose piccole.»
«Salutare.»
«Chiedere scusa.»
«Ascoltare.»
«Fermarsi.»
Guardò entrambi.
«Restare quando sarebbe più facile andarsene.»
Valerio abbassò gli occhi.
Alessio non disse nulla.
Boruma capì di essere sul punto di trasformare quel momento in una lezione.
Si fermò.
«Comunque basta.»
I due lo guardarono sorpresi.
«Basta cosa?»
«Basta con i discorsi.»
Alessio sorrise.
«Finalmente.»
Boruma gli diede una spinta.
«Vai a fare qualcosa di stupido.»
«Tipo?»
«Hai vent’anni. Dovresti essere tu a insegnarlo a me.»
Armando li osservava dalla porta.
Quando Alessio e Valerio rientrarono, rimase solo con Boruma.
«Raffaele sarebbe stato contento.»
Boruma non si voltò.
«Non lo so.»
«Io sì.»
Poi Armando tirò fuori dalla tasca una piccola fotografia.
La porse a Boruma.
Era vecchia.
Consumata agli angoli.
Nell’immagine c’era un ragazzo seduto sul bordo di una piccola barca.
Piedi nudi.
Pantaloni arrotolati fino alle ginocchia.
I capelli mossi dal vento.
Rideva.
Non sorrideva soltanto.
Rideva davvero.
Boruma rimase a guardarlo.
Gli occorsero alcuni secondi per riconoscerlo.
«È… Raffaele?»
Armando annuì.
«Mio padre.»
Boruma avvicinò la fotografia al volto.
«Non l’avevo mai visto così.»
«Perché tu hai conosciuto tuo nonno quando aveva già imparato quanto pesa il mondo.»
Niente Rosa.
Niente Cactus.
Niente Custodi.
Soltanto Raffaele.
Un ragazzo davanti al mare.
Boruma passò un dito sull’immagine.
«Dove l’hai trovata?»
«Era sua. Me la diede molti anni fa.»
Boruma continuava a osservare quel sorriso.
«Non riesco quasi a riconoscerlo.»
Armando sorrise.
«È proprio per questo che l’ho conservata.»
«Per ricordarti com’era?»
Armando scosse lentamente la testa.
«Per ricordarmi che prima di essere mio padre… era stato un ragazzo.»
Boruma guardò ancora Raffaele.
Giovane.
Spensierato.
Quasi irriconoscibile.
«Aveva paura?»
Armando rise.
«Di tutto.»
Boruma lo guardò sorpreso.
«Raffaele?»
«Mio padre aveva paura del mare mosso. Dei temporali. E quando incontrava una bella ragazza, a sentir lui, dimenticava perfino come si parlasse.»
Boruma rise.
«Non ci credo.»
«Lo raccontava lui.»
Armando indicò la fotografia.
«Diceva che da giovani passiamo metà del tempo cercando di sembrare coraggiosi e l’altra metà sperando che nessuno scopra quanto siamo spaventati.»
«E cantava?»
Armando scoppiò a ridere.
«Malissimo.»
«Anche questo?»
«Terribile. Mia madre sosteneva che fosse l’unico uomo capace di far cambiare rotta ai pescatori semplicemente iniziando una canzone.»
Boruma rise.
Poi tornò a guardare la fotografia.
Per tutta la vita aveva trasformato suo nonno in qualcosa di enorme.
Una guida.
Un simbolo.
Un uomo che conosceva risposte.
Adesso finalmente vedeva Raffaele.
Un ragazzo.
Un uomo.
Una persona.
E gli volle bene ancora di più.
«C’è una cosa che mio padre mi disse poco prima di morire.»
Boruma sollevò gli occhi.
Armando rimase qualche secondo in silenzio.
«Mi disse: se un giorno Boruma cercherà di diventare come me, fermalo.»
Boruma sorrise.
«Perché?»
Armando abbassò lo sguardo sulla fotografia di suo padre.
«Perché aveva trascorso troppo tempo a proteggere il mondo e troppo poco ad abbracciare le persone che erano il suo mondo.»
Poi guardò Boruma.
«Mi chiese di non lasciare che accadesse anche a te.»
Boruma abbassò lo sguardo.
Armando gli mise una mano sulla spalla.
«Credo che ieri sera tu abbia finalmente capito.»
Boruma cercò Rosy.
Era dall’altra parte della stanza.
Stava aiutando Dante a sistemarsi.
Cru la seguiva ovunque.
Lei si voltò.
I loro occhi si incontrarono.
Niente musica.
Niente tramonto.
Niente panchina.
Rosy fece semplicemente una smorfia verso la tazza che Boruma aveva ancora in mano.
Lui sorrise.
Armando seguì il suo sguardo.
«Sì.»
«Sì cosa?»
«Hai capito.»
Più tardi uscirono.
Tutti.
Dante volle camminare.
Elia gli rimase accanto senza offrirgli il braccio.
Dante non glielo chiese.
Dieci metri.
Venti.
Poi inciampò leggermente.
Elia lo afferrò.
«Piano.»
Dante sorrise.
«Pensavo fossi ancora arrabbiato.»
«Lo sono.»
«Ah.»
«Essere arrabbiato non significa lasciarti cadere.»
Boruma, qualche passo dietro, sentì quella frase.
Non disse nulla.
Ma avrebbe voluto conservarla.
Arrivarono davanti al mare.
Napolina si fermò.
«E adesso?»
Nessuno rispose.
«No, seriamente. Qual è il piano?»
Armando alzò le spalle.
«Non c’è.»
Napolina impallidì teatralmente.
«Dopo cento capitoli finalmente la tragedia.»
Rosy rise.
«Potremmo mangiare.»
Napolina la guardò.
«Ti ho sempre considerata la più intelligente del gruppo.»
Trovarono un posto semplice.
Tavoli vicini.
Voci.
Piatti che passavano da una mano all’altra.
Niente riunioni segrete.
Niente strategie.
Mangiarono.
Napolina rubò qualcosa dal piatto di Valerio.
Valerio protestò.
Alessio ordinò troppo.
Armando raccontò una storia imbarazzante su Raffaele.
Perfino Dante rise.
Elia cercò di resistere.
Poi rise anche lui.
Boruma li guardava.
Rosy gli diede un calcio sotto il tavolo.
«Smettila.»
«Cosa?»
«Di guardarci come se fossimo un quadro.»
«Non lo sto facendo.»
«Sì.»
Boruma sorrise.
«Sto cercando di ricordare.»
Rosy scosse la testa.
«Ecco che ricominci.»
«Cosa?»
«Vuoi sempre conservare tutto.»
Gli indicò il tavolo.
«Mangia.»
«Ma—»
«Boruma.»
Lui prese la forchetta.
Rosy sorrise.
«Bravo.»
Fu in quel momento che Boruma comprese la differenza.
Ricordare non significava trattenere.
Non significava trasformare ogni momento in qualcosa di sacro.
Non significava avere paura che finisse.
Ricordare significava esserci mentre accadeva.
Prese un pezzo di pane.
Lo passò a Elia.
Elia lo diede a Dante.
Dante lo spezzò e ne offrì metà ad Armando.
Napolina continuava a parlare con la bocca piena.
Alessio e Valerio litigavano sull’ultima porzione.
Rosy rideva.
Cru aspettava sotto il tavolo, convinto che prima o poi qualcuno avrebbe ceduto.
Boruma guardò tutto questo.
Poi smise di guardarlo.
E cominciò a viverlo.
Nel pomeriggio tornarono verso il mare.
A un certo punto Alessio si fermò.
«Io e Valerio andiamo.»
Boruma lo guardò.
«Dove?»
Alessio sorrise.
«Non lo sappiamo.»
Valerio gli mise un braccio intorno alle spalle.
«Ci hanno detto che è un buon modo di viaggiare.»
Boruma rise.
«Andate.»
Nessuna raccomandazione.
Nessun discorso.
Li guardò allontanarsi.
Rosy gli si avvicinò.
«Non gli dici niente?»
Boruma scosse la testa.
«Sanno tornare.»
Elia e Dante rimasero qualche metro indietro.
Boruma li vide parlare.
Non sentì cosa si dissero.
E fu contento così.
Quella storia apparteneva a loro.
Napolina convinse Armando ad accompagnarlo da qualche parte sostenendo che fosse «una questione di importanza nazionale».
Armando protestò.
Andò comunque.
Poco dopo rimasero soltanto Boruma, Rosy e Cru.
Di nuovo.
Rosy guardò Boruma.
«Adesso?»
Lui osservò il Mediterraneo.
Per mesi quella domanda avrebbe significato una destinazione.
Una missione.
Un pericolo.
Questa volta no.
«Adesso viviamo.»
Rosy sorrise.
«Tutto qui?»
Boruma ci pensò.
«Credo sia abbastanza difficile.»
Camminarono.
Cru davanti.
Rosy accanto.
Boruma guardò le persone che incrociavano.
Non sapevano chi fosse.
Nessuno lo fermava.
Nessuno lo ringraziava.
Nessuno gli chiedeva di salvare qualcosa.
Era esattamente ciò che desiderava.
Passarono davanti a un ragazzo seduto da solo sul muretto.
Aveva il telefono in mano.
Piangeva.
Boruma rallentò.
Per istinto avrebbe voluto fermarsi.
Chiedere.
Aiutare.
Rosy gli strinse la mano.
«Aspetta.»
Una ragazza arrivò correndo.
Si fermò davanti al ragazzo.
Lui alzò gli occhi.
Lei non disse nulla.
Lo abbracciò.
Boruma sorrise.
Riprese a camminare.
Non serviva sempre lui.
Era forse la scoperta più bella di tutte.
La sera tornò lentamente.
Boruma guardò il mare.
Pensò a Gaza.
Ai bambini.
A Shelley.
A Joshua.
A Gerusalemme.
Al deserto.
Alla Casa senza Nome.
A Dante.
A Raffaele.
A tutti coloro che avevano attraversato il suo cammino.
Per anni aveva creduto che il contrario dell’odio fosse l’amore.
Adesso sapeva che non era esattamente così.
Il contrario dell’odio era riconoscere.
Guardare qualcuno e riuscire ancora a vedere un essere umano.
L’amore veniva dopo.
Quando eri abbastanza coraggioso da avvicinarti.
Rosy appoggiò la testa sulla sua spalla.
«Sei di nuovo lontano.»
Boruma sorrise.
«No.»
Le baciò i capelli.
«Questa volta sono esattamente qui.»
Cru si fermò davanti al mare.
Il vento gli muoveva il pelo.
Boruma e Rosy si fermarono accanto a lui.
Tre sagome davanti al Mediterraneo.
Nessun fotografo.
Nessun testimone.
Nessuna leggenda.
Soltanto vita.
Boruma guardò l’orizzonte.
Il giorno dopo, il mondo non era cambiato.
Probabilmente non sarebbe cambiato neppure quello successivo.
Ma da qualche parte un padre aveva chiesto scusa a suo figlio.
Due ragazzi avevano scelto di trascorrere una giornata insieme.
Un uomo aveva deposto un’arma.
Una donna aveva pronunciato il nome di qualcuno che il mondo voleva cancellare.
Due sconosciuti avevano evitato una lite.
Una ragazza aveva corso per abbracciare qualcuno che piangeva.
E Boruma aveva finalmente imparato a bere un caffè senza dover salvare nessuno.
Forse era poco.
Forse era tutto.
Rosy gli prese la mano.
«Torniamo a casa?»
Boruma la guardò.
Per un istante quella parola gli sembrò immensa.
Casa.
Non Gaza.
Non Napoli.
Non una stanza.
Non un indirizzo.
Guardò Rosy.
Guardò Cru.
Poi le loro mani intrecciate.
E finalmente comprese.
«Sì.»
Cominciarono a camminare.
Dopo qualche passo Boruma si voltò un’ultima volta verso il mare.
Non per salutarlo.
Sapeva che sarebbe tornato.
Il Mediterraneo non aveva mai chiesto agli uomini di appartenergli.
Aveva soltanto continuato, ostinatamente, a bagnare tutte le loro rive.
Boruma sorrise.
Poi raggiunse Rosy.
E per la prima volta dall’inizio del viaggio…
non aveva bisogno di sapere cosa sarebbe accaduto domani.

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