5c583b12 f61a 449d 8c09 593ff2cb4c1f

Capitolo III — Tre giorni dopo

Ettore non dormì.

Quando il telefono smise di vibrare, rimase con una mano appoggiata al tavolo e l’orecchio teso verso il silenzio. Dal cortile saliva ancora il rumore di una radio, ma la voce era troppo lontana per distinguere le parole. Il mare, invece, non si sentiva. Eppure gli sembrava di averlo lì, dall’altra parte della linea: due colpi contro la pietra, un risucchio, un respiro.

«Chiedi a Mara che cosa è successo tre giorni dopo.»

Non era una frase pronunciata per caso. Chi aveva chiamato sapeva della fotografia, o almeno sapeva che Ettore l’aveva vista. Sapeva che Mara era stata con lui. E conosceva la domanda che avrebbe potuto ferirla più di tutte.

La mattina trovò il quaderno ancora aperto sul tavolo. La frase cancellata — L’uomo era scomparso diciassette anni prima — aveva lasciato una traccia pallida sulla carta. Ettore passò il polpastrello sul foglio, come se quel segno bastasse a leggere ciò che aveva eliminato.

Il numero della chiamata risultava privato. Nessun dettaglio da cercare, nessuna strada da seguire. Non aveva nemmeno registrato l’ora. Per un momento si rimproverò di non averlo fatto; subito dopo capì che era inutile. La telefonata non gli aveva lasciato una prova, ma un compito.

Chiedere a Mara.

Lei gli aveva detto di non cercare il ragazzo nella fotografia. Non gli aveva vietato di farle una domanda. La differenza era sottile, e forse proprio per questo gli sembrava importante.

Si vestì senza fretta. Prima di uscire, spruzzò Minotaure sul collo. Lo usava da quando era ragazzo; una volta Mara gli aveva detto che quel profumo arrivava sempre un secondo prima di lui. Non sapeva se lo ricordasse davvero o se avesse costruito quella frase negli anni, come succede con certi ricordi che diventano più nitidi a ogni ripetizione.

Quella mattina, però, il profumo non lo riportò a scuola. Gli ricordò soltanto che, vent’anni prima, era stato capace di passare accanto a una domanda senza farla.

Nel cortile, Cerasella restava sotto il portico, troppo ingombrante per il centro a quell’ora. Mulignanella lo aspettava appoggiata al muro, con una piccola goccia di umidità sullo specchietto. Ettore le passò una mano sulla sella, ma lasciò le chiavi in tasca.

Quella mattina Sorrento non voleva essere attraversata in fretta. Voleva essere ascoltata.

Il telefono rimase in tasca. Non chiamò Mara. Non voleva che la voce di un estraneo diventasse una leva per costringerla a parlare.

Scese lungo via Fuorimura.

Sotto di lui, il Vallone dei Mulini tratteneva ancora l’ombra, come se la notte avesse dimenticato di risalire dalle sue pareti. Da ragazzo quel vuoto gli era sembrato il nascondiglio perfetto per tutto ciò che una città non voleva restituire. Ora gli appariva diverso: non un luogo abbandonato, ma una ferita che Sorrento aveva imparato a mostrare senza spiegarla.

In Piazza Tasso la giornata aveva già cominciato a occupare ogni spazio. Le serrande si sollevavano, i primi trolley battevano sulle pietre e dai tavolini arrivava l’odore del caffè. Ettore attraversò la piazza mentre un autobus frenava lungo il Corso e la statua di Torquato Tasso osservava, immobile, la fretta degli altri.

Per un istante pensò di deviare verso via San Cesareo, perdersi tra le botteghe e rimandare la domanda. Non lo fece. Prese via Luigi De Maio e cominciò la discesa.

A ogni curva il mare compariva e scompariva tra i muri. L’aria cambiava prima ancora che si vedesse l’acqua: il profumo dei bar lasciava spazio al sale, al gasolio e al legno bagnato. Le voci del centro restavano in alto; dal basso salivano il motore di un traghetto e il cigolio delle cime tese sulle bitte.

Quando raggiunse Marina Piccola, Sorrento aveva cambiato voce.

Ettore si fermò dove il porto si stringeva tra la pietra e le barche ormeggiate. Non cercava una traccia precisa. La chiamata gli aveva lasciato un suono e lui voleva capire se appartenesse a un luogo o soltanto alla propria immaginazione.

Aspettò.

Un’onda urtò il muro con un colpo sordo. L’acqua tornò indietro raschiando la pietra. Poi arrivò un secondo colpo, quasi identico.

Due colpi. Un risucchio.

Ettore trattenne il fiato.

Il rumore somigliava a quello della telefonata, ma non abbastanza da diventare una risposta. Poteva essere un approdo qualunque. Poteva essere il ricordo a deformare le cose per renderle utilizzabili.

Si chinò verso il punto in cui l’acqua si ritirava. Tra le alghe e la schiuma era rimasto intrappolato un pezzo di plastica trasparente. Lo raccolse per istinto, poi lo lasciò ricadere. Non doveva trasformare ogni rifiuto in un indizio.

«Sei già al lavoro?»

La voce arrivò alle sue spalle. Ettore si voltò.

Mara era ferma alcuni gradini più in alto, senza giacca. Aveva i capelli raccolti e il telefono in mano. Alle sue spalle, via Luigi De Maio risaliva stretta verso la città. Non sembrava sorpresa di trovarlo lì, ma neppure contenta.

«Non sono al lavoro.»

«È la frase che usano tutti quelli che vengono a interrogare un luogo dopo aver ricevuto una telefonata anonima.»

«Come fai a sapere della telefonata?»

Mara guardò il porto, poi lui.

«Non lo sapevo. L’ho dedotto.»

«Da cosa?»

«Dal fatto che sei qui a fissare l’acqua come se dovesse confessarti qualcosa.»

Ettore si appoggiò al parapetto. «La voce mi ha detto di chiederti che cosa è successo tre giorni dopo.»

Il viso di Mara non cambiò. Soltanto il pollice smise di scorrere sul bordo del telefono.

«Tre giorni dopo cosa?»

«La fotografia.»

«Non sappiamo ancora la data esatta.»

«Sai il mese. Settembre 2009.»

«Il mese non è il giorno.»

«No. Ma a chi ha telefonato è bastato.»

Per un istante Mara sembrò sul punto di replicare. Poi rimise il telefono in tasca.

«Ti avevo detto di non cercare il ragazzo.»

«Non l’ho cercato. Sto parlando con te.»

«E la differenza sarebbe?»

«Che tu puoi dirmi di fermarmi.»

«E se ti dicessi di farlo?»

Ettore guardò l’acqua. «Ti chiederei perché.»

«Non trasformare una domanda in un interrogatorio.»

«Non lo sto facendo.»

«Lo fai anche quando credi di non farlo.»

Aveva ragione, e questo lo irritò più del necessario. Si prese qualche secondo prima di rispondere.

«La chiamata non mi ha detto chi fosse il ragazzo. Mi ha detto che tre giorni dopo è successo qualcosa. Tu ieri hai detto che non lo sai con certezza. Voglio sapere che cosa hai trovato, non che cosa immagini.»

Mara abbassò lo sguardo. La mano si chiuse intorno al telefono, ma lei non lo tirò fuori.

«Ho trovato un vuoto.»

«Un vuoto non è qualcosa che succede.»

«A volte è l’unica cosa che si può dimostrare.»

Ettore aspettò. Non la spinse. Si accorse che lei aveva notato il profumo: gli occhi si fermarono un momento sul suo colletto, poi tornarono al mare. Non disse niente. Neppure lui.

«La fotografia era nel vecchio album di mia madre», continuò Mara. «Non so perché fosse lì. Ci sono immagini di quella stagione che non ricordavo nemmeno di avere. Alcune le ho scattate io, altre persone che non saprei riconoscere.»

«Quella l’hai scattata tu?»

«No.»

«Come lo sai?»

«Perché ci sono io.»

«Giusto.»

«E perché ricordo quel pomeriggio. Non la fotografia.»

Ettore ripensò alla ragazza al centro dell’immagine, a lui seduto di fianco, al volto cancellato dal riflesso. Tre persone ferme in una fotografia che nessuno ricordava di aver conservato. E, necessariamente, una quarta dall’altra parte dell’obiettivo.

«Quando hai detto settembre, hai guardato il retro», disse.

Mara lo osservò.

«C’era una data?»

«C’era scritto soltanto “Sorrento, settembre”. La grafia non è mia.»

«E non sai chi l’abbia aggiunta.»

«No.»

«Potrebbe essere stata tua madre.»

«Potrebbe.»

«O qualcuno che conosceva la fotografia.»

«Sì.»

La risposta arrivò troppo facilmente. Ettore capì che lei aveva già percorso quella strada, forse più di una volta.

«E i tre giorni?»

Mara inspirò piano. «Ho cercato nei miei ricordi e nelle carte che potevo consultare senza entrare in un’indagine che, per ora, non esiste.»

«Non esiste?»

«Non c’è una denuncia, un verbale o una segnalazione che colleghi quella fotografia a Giulio Ferrante. C’è un uomo morto, una cuffia e un nome riemerso dopo diciassette anni. Il resto, al momento, è una coincidenza.»

«Una coincidenza che qualcuno ha usato per chiamarmi.»

«Questo non la rende una prova.»

«Non ho detto che lo fosse.»

Lei lo studiò in silenzio. Non era una sfida. Sembrava cercare di capire se Ettore avesse già deciso quale storia raccontarsi.

«Ho trovato una data», disse infine.

«Quale?»

«Tre giorni dopo quella fotografia, la squadra di pallanuoto giocò una partita fuori casa.»

«E questo dovrebbe essere importante?»

«Non lo so. È il primo fatto che riesco a verificare.»

«Chi giocò?»

«Non ho ancora chiesto i nomi. Non lo farò finché non capirò se c’è una ragione.»

«Il ragazzo della fotografia potrebbe essere uno di loro.»

«Potrebbe.»

«E tu non vuoi scoprirlo?»

Mara si voltò verso il mare. «Voglio sapere la verità. Non voglio inventarla per riempire una fotografia.»

Quella frase gli piacque, benché non lo aiutasse. Mara aveva parlato con la stessa cautela usata il giorno prima a proposito della cuffia: niente macchie trasformate in storie, niente dettagli spinti oltre quello che potevano dimostrare.

«La partita fu giocata?» chiese.

«Sì.»

«E la squadra tornò?»

«Sì.»

«Tutti?»

Mara non rispose.

Ettore la guardò. «È questo il vuoto?»

«La distinta che ho trovato riporta i nomi dei convocati. Non ho verificato chi fosse davvero presente. E non so se il ragazzo della fotografia fosse un giocatore.»

«Quindi la voce potrebbe sapere qualcosa che tu non hai trovato.»

«Oppure vuole che tu creda che lo sappia.»

L’acqua batté contro la pietra. Una cima venne tesa due volte prima di essere fissata alla bitta. La barca si mosse appena e tornò al suo posto.

Ettore ripensò alla voce maschile, alla calma con cui aveva pronunciato la frase. Non sembrava volerlo spaventare. Voleva orientarlo.

«Perché non mi hai detto della partita ieri sera?»

«Perché ieri sera non sapevo della telefonata. E perché non avevo motivo di coinvolgerti.»

«La fotografia mi coinvolge.»

«Ti mette nella fotografia. Non è la stessa cosa.»

«Non ti sembra una distinzione un po’ comoda?»

«Mi sembra necessaria.»

«Per l’indagine o per te?»

Questa volta Mara lo guardò con durezza. «Non confondere il nostro passato con quello che sto facendo adesso.»

«Non lo sto confondendo.»

«Lo fai da quando hai visto la fotografia.»

«E tu da quando hai deciso di mostrarmela.»

La frase rimase tra loro più a lungo del previsto. Mara non si mosse. Ettore capì di aver oltrepassato un confine, ma non ritirò le parole. Le aveva pronunciate perché erano vere, non perché fossero utili.

«Non avrei dovuto portarla da te», disse lei.

«Perché?»

«Perché ora non riesco a capire se sto cercando un testimone o se sto chiedendo aiuto a una persona che conoscevo.»

«Puoi fare entrambe le cose.»

«No.»

«Perché sei commissaria?»

«Perché tu non sei un testimone qualunque.»

Ettore avrebbe potuto farle notare che non era mai stato testimone di nulla. Avrebbe potuto chiederle se quello fosse il motivo per cui non ricordava il ragazzo, o per cui lei continuava a tenerlo a distanza. Invece guardò il porto.

«La fotografia è stata scattata qui?»

«Non lo so.»

«Dietro si vede il porto.»

«Si vede una parte del porto. Potrebbe essere qui o in un altro punto della costa.»

«Il riflesso sul vetro cancella il volto del ragazzo.»

«Sì.»

«Ma sembra che stia guardando fuori dall’inquadratura.»

«Ettore, una fotografia non può dirti dove guardava una persona.»

«Può dirti che non guardava l’obiettivo.»

«Può dirti che è venuta male.»

Lui sorrise appena. «È una spiegazione possibile.»

«È quella che userò finché non ne avrò una migliore.»

Mara fece per andarsene, ma si fermò dopo un passo.

«La partita non basta per aprire una pista. Se trovi qualcosa che riguarda davvero quella data, me lo dici. Non vai a chiedere in giro. Non torni al Moonlight. E non provi a rintracciare i componenti della squadra.»

«Me lo stai chiedendo come commissaria o come vecchia compagna di classe?»

«Te lo sto dicendo come persona che sa che non ascolterai.»

«È già qualcosa.»

«Ettore.»

«Non andrò a chiedere in giro.»

Lei aspettò.

«Non oggi», aggiunse lui.

«Non fare il brillante.»

«Non ci sto riuscendo.»

Mara risalì i primi gradini. Prima che la strada la nascondesse, si voltò.

«Se qualcuno ti richiama, non rispondere.»

«E se ha qualcosa da dirmi?»

«Lo dirà a me.»

«Se voleva parlare con te, avrebbe chiamato te.»

Mara non replicò. Riprese a salire verso la città, lasciandolo con il rumore dei passi e una promessa alla quale nessuno dei due credeva davvero.

Ettore rimase a Marina Piccola ancora qualche minuto. La luce si era fatta più netta e l’acqua aveva perso il colore scuro dell’alba. Il rumore contro la pietra non era più quello della telefonata. O forse lo era, ma adesso aveva intorno il mondo: voci, motori, cordame, un gabbiano che gridava sopra i traghetti.

Tornò verso Piazza Tasso lentamente. La salita gli impose un ritmo diverso da quello dell’andata. Il mare scomparve dietro i palazzi, ma continuò a sentirlo nel respiro.

Passando davanti al Vallone dei Mulini, guardò di nuovo in basso. Per un istante ebbe l’impressione che i luoghi non custodissero i ricordi: li aspettassero. Bastava tornare nel punto giusto perché qualcosa cominciasse a muoversi.

Nel cortile, Mulignanella era ancora contro il muro. Ettore prese le chiavi, le fece girare intorno a un dito e poi le rimise in tasca. Non aveva un posto nel quale andare. Cerasella sembrava osservarlo dall’ombra del portico, paziente come soltanto gli oggetti ai quali abbiamo dato un nome sanno essere.

Rientrò in casa.

Sul tavolo, la pagina undici del manoscritto era ancora aperta. Il protagonista immaginario era sempre davanti alla porta. Ettore prese la penna e scrisse sotto la frase cancellata:

Tre giorni dopo, qualcuno smise di presentarsi agli allenamenti.

Rilesse. Non sapeva se fosse vero. Non sapeva neppure se la squadra si allenasse quel giorno. Tracciò una riga sulla frase, ma non la cancellò.

Il telefono squillò.

Numero privato.

Ettore lo lasciò vibrare una volta, due. Pensò a Mara, che gli aveva detto di non rispondere. Pensò anche alla voce che gli aveva detto di chiederle.

Alla fine sollevò il telefono, ma non parlò.

Dall’altra parte arrivò il rumore di una radio. Le prime note erano deformate dalla distanza, come se la musica provenisse da una stanza rimasta chiusa per molti anni.

Ettore riconobbe la chitarra prima ancora della voce.

Use Somebody, dei Kings of Leon.

Non pensò al titolo. Pensò al settembre del 2009.

Il ricordo arrivò senza preavviso.

Una radio appoggiata su un davanzale. La luce del pomeriggio sopra una ringhiera. Mulignanella parcheggiata contro un muro, con due caschi agganciati alla sella. Mara che rideva e si spostava i capelli dal viso. Il ragazzo accanto a loro che teneva il tempo con due dita sul tavolo.

Poi una voce, fuori dall’inquadratura:

«Mettetevi più vicini.»

Mara aveva qualcosa tra le mani. La macchina fotografica, forse. La porgeva a qualcuno che Ettore non riusciva a vedere.

Un altro frammento.

Il ragazzo si voltava verso il porto. Non guardava chi stava per scattare. Guardava qualcuno più lontano, oltre la ringhiera. Sollevava una mano, ma Ettore non capiva se fosse un saluto o un avvertimento.

Un clic.

Poi niente.

Il ricordo si spense con la stessa rapidità con cui era comparso.

Ettore strinse il telefono. Non sapeva se avesse recuperato una scena o se la musica gliene avesse costruita una usando la fotografia.

La canzone si abbassò.

Una voce maschile disse:

«La distinta non è quella giusta.»

La linea si interruppe.

Ettore restò immobile. La stanza gli apparve diversa, come se qualcuno vi fosse entrato senza aprire la porta.

Sul tavolo, la frase barrata era ancora leggibile.

Tre giorni dopo, qualcuno smise di presentarsi agli allenamenti.

Guardò il telefono. Chi aveva chiamato non conosceva soltanto la fotografia. Conosceva la musica di quel pomeriggio.

Per la prima volta, Ettore non fu sicuro di aver inventato quella frase.

E neppure di averla scritta per primo.


Scopri di più da pierobarbato.com

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


Commenti

Lascia un commento

Scopri di più da pierobarbato.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere