Il vento del deserto soffiava come un respiro antico, sollevando veli di sabbia che sembravano danzare nel vuoto prima di dissolversi. Ogni folata portava con sé odore di pietra scaldata dal sole e memorie silenziose. Boruma stava immobile sulla terrazza di un vecchio convento francescano a Betania, con lo sguardo fisso verso il Mar Morto, che in quella luce del tramonto pareva una lama d’argento stesa tra colline color rame.
Cru, accovacciato accanto a lui, seguiva con lo sguardo i corvi che volteggiavano lenti, come presagi in nero. C’era pace, ma non quella che rassicura: piuttosto un silenzio teso, come se la terra stessa trattenesse il respiro in attesa.
Joshua arrivò senza rumore, con una borsa di pelle scura stretta al petto.
«Viene da Hebron» disse, la voce leggermente affannata. «Un antiquario che conosco ci ha lasciato qualcosa. Era di suo nonno. Ha detto… che potrebbe interessarci.»
All’interno della borsa c’era una pergamena sottile, fragile come pelle di cipolla. I bordi erano screpolati, e il colore sapeva di secoli. In un angolo, appena visibile quando la luce colpiva di sbieco, il simbolo della rosa e del cactus inciso a mano, piccolo ma preciso. Sotto, in aramaico antico, poche parole:
“Chi trova il Segno, trova il Volto.”
Boruma sfiorò quelle lettere come se potessero scottarlo. Un brivido gli corse lungo la schiena. Sapeva, con la stessa certezza con cui si sa che il fuoco brucia, che non parlavano di un volto qualunque.
La riunione dei Custodi
Quella notte, nella piccola stanza sotterranea del convento, i Custodi si riunirono attorno a un tavolo segnato dal tempo. Erano in sette: suor Lea, il rabbino Ezra, l’imam Hafiz, due giovani palestinesi salvati durante un raid, Joshua e Boruma. Una sola candela rischiarava la pergamena distesa al centro, e la sua fiamma tremolava come se anche lei ascoltasse.
Suor Lea parlò per prima. La sua voce era calma, ma gli occhi brillavano.
«Se il Segno è ciò che penso, stiamo parlando di un luogo dimenticato da secoli. Non di un testo, ma di un’immagine. Un affresco nascosto. Un volto di Gesù… ma non come il Cristo di una religione. Piuttosto come il Maestro di tutte le anime.»
Ezra, piegandosi in avanti, aggiunse: «Le leggende ebraiche raccontano che, prima che il Tempio fosse definitivamente distrutto, un gruppo di sapienti nascose in Terra Santa un’opera capace di unire i popoli. Non appartiene a nessuna chiesa, a nessuna moschea, a nessuna sinagoga… eppure le racchiude tutte. Si dice che chi lo vede, comprende.»
Hafiz sorrise amaramente. «Comprendere è pericoloso. Chi comanda preferisce che la gente obbedisca, non che comprenda.»
Boruma ascoltava in silenzio, il cuore pesante e al tempo stesso pieno di un’energia nuova. E se questo fosse il senso di tutto? Non proteggere un manoscritto. Non fondare un movimento. Ma scoprire quel Segno, mostrarlo al mondo, ricordare a tutti che l’amore è l’unica patria dell’uomo.
La prima traccia
Partirono all’alba per Gerusalemme Vecchia. La strada era un serpente grigio tra colline spoglie. Ma a metà percorso, Boruma notò una jeep nera senza targa che li seguiva a distanza costante. I finestrini oscurati, il motore silenzioso. Quando un fascio di luce filtrò tra le nuvole, vide chiaramente il volto del conducente: la cicatrice a forma di virgola sull’angolo dell’occhio sinistro. Un segno inciso non dal tempo, ma da qualcosa di affilato e spietato.
Joshua accelerò, deviando su una pista sterrata verso un villaggio abbandonato. La jeep li seguì ancora per un tratto, poi svanì dietro una collina.
«Non ci stanno solo seguendo» mormorò Hafiz. «Aspettano che troviamo qualcosa… per portarglielo.»
Filo invisibile
In Gerusalemme Vecchia, una guida armena di nome Arakel li condusse tra vicoli stretti dove le pietre sembravano trattenere le voci di secoli di pellegrini. Li portò in una cappella dimenticata, nascosta sotto tre strati di costruzioni ottomane e crociate. L’aria odorava di incenso vecchio e polvere.
Lì, su una parete, un affresco quasi svanito mostrava un paesaggio desertico. Ma ciò che attirò l’attenzione di Boruma non era il paesaggio: in basso, tra due rocce, era inciso un disegno minuscolo, quasi invisibile. Una linea curva, poi un intreccio di spine e petali.
Cru, improvvisamente inquieto, si alzò e posò le zampe sul muro, abbaiando piano, come se volesse avvertirli. Ezra si avvicinò, sfiorando la pietra con la punta delle dita. La superficie cedette, lasciando cadere un frammento di calcare. Sotto, il colore era vivo, come appena steso: l’occhio di un uomo, sereno e profondo, che sembrava guardarli attraverso i secoli.
Un silenzio carico avvolse la stanza. Nessuno osò parlare. Boruma sentì un peso invisibile, come se quell’occhio non li stesse solo osservando… ma giudicando.
E in quell’istante capì due cose:
- Avevano appena scostato il primo velo del Segno nella Pietra.
- L’uomo con la cicatrice sapeva esattamente dove si trovavano.

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