CAPITOLO XXXII — Le Radici della Pietra

La scala si apriva sotto i loro piedi come la gola di un animale antico. Ogni gradino era scavato e consumato da secoli di passi invisibili, e le pareti trasudavano acqua salmastra che odorava insieme di mare e muffa. Cru scese per primo, le unghie che graffiavano la pietra come un metronomo, mentre Boruma stringeva al petto il Sigillo avvolto nella sciarpa, percependo il calore pulsare sempre più forte, come se ogni metro più in basso fosse un battito in più verso il cuore segreto della fortezza.

Rosy teneva una lampada schermata, il bagliore giallastro che rivelava simboli incisi sulle pareti: spirali, occhi, mani intrecciate. Il beduino li seguiva in silenzio, la schiena curva sotto il peso di un silenzio che sembrava antico quanto lui.

Boruma passò le dita su un’incisione che raffigurava tre uomini seduti a un tavolo, le mani tese al centro come se si scambiassero pane.

«Tre lingue, un pane solo…» mormorò.

Rosy sollevò la luce per guardare meglio. «Forse è il segno che il Sigillo non era nato per dividere, ma per unire.»

Boruma sorrise amaramente. «Se così fosse, non avremmo bisogno di nasconderci nei sotterranei del mondo per ricordarcelo.»

Il beduino emise un suono gutturale, un misto tra riso e sospirò. «Ogni verità vive sottoterra finché gli uomini non hanno sete abbastanza da scavare.»

Proseguirono piano, ed era come se l’aria diventasse più densa. Boruma sentì la mente rischiare di annebbiarsi, ma allora sfiorò il laccio delle scarpette della nonna: la ruvidità del tessuto lo riportò al presente. Cru, accorgendosene, appoggiò il muso contro la sua coscia, un gesto di complicità silenziosa.

In quell’attimo, tra la luce tremolante e i passi che echeggiavano, Boruma percepì che non era la paura a dominarlo. Era la consapevolezza: aveva conosciuto bulli e menzogne, aveva attraversato lutti e illusioni. Adesso il buio non era un nemico, ma un terreno su cui camminare.

Rosy lo guardò di lato, con un lampo di rispetto negli occhi. «Tu non vacilli mai?»

Boruma rise, piano. «Vacillo sempre. Solo che, invece di cadere, cammino più veloce.»

Un brivido improvviso fece tremare le pareti. Non era vento. Era come se qualcosa di enorme si fosse mosso, molto più sotto. Cru drizzò le orecchie, ringhiando sommessamente.

La scala terminò in un vestibolo circolare. Al centro, una vasca di pietra riempita d’acqua stagnante rifletteva la luce della lampada. Attorno, colonne basse e robuste reggevano un soffitto scolpito con motivi che sembravano stelle capovolte. Sulle pareti correvano iscrizioni in aramaico, ebraico e greco: le stesse lingue del Sigillo.

Boruma si chinò verso l’acqua. Vi vide riflesso il volto di Shelley, ma stavolta non come illusione viva, bensì come semplice ricordo: un volto che il suo cuore non smetteva di proiettare. Sorrise amaramente.

«Non ce la fate a lasciarmi in pace, eh?» sussurrò.

Rosy si avvicinò, guardandolo con attenzione. «Vedi qualcuno?»

«Vedo me stesso. E quello che ho perso.»

Lei posò la mano sulla spalla di Boruma. «Allora portalo come forza, non come catena.»

Boruma annuì, e fu in quel momento che il Sigillo sotto la sciarpa tremò. Le iscrizioni sulle pareti cominciarono a brillare come vene di luce, rivelando parole che non avevano letto prima.

Rosy, quasi senza fiato, tradusse a voce alta:

«Chi possiede il Sigillo… possiede la gioia e il dolore degli uomini. Può donarli o strapparli. Ma chi osa usarlo… diventa servo di ciò che governa.»

Il beduino abbassò lo sguardo, mormorando una preghiera antica. Cru abbaiò una sola volta, secco, come a respingere quell’eco.

Boruma si irrigidì. Tutto si chiariva: il potere del Sigillo non era solo memoria, era manipolazione. Poteva plasmare illusioni, creare felicità sintetica, fabbricare dolore. Era la culla della Casta, lo strumento che li aveva resi padroni di secoli di uomini.

Eppure, mentre le lettere brillavano, Boruma non sentì terrore. Si accorse che la sua vita intera — i bulli, le perdite, le risate amare, la dignità difesa con sarcasmo — lo avevano preparato proprio a questo: a non lasciarsi comprare né dal dolore, né dalla felicità artificiale.

Inspirò profondamente, poggiando la fronte alla pietra fredda.

«Non potete avere me,» sussurrò, come parlando al Sigillo stesso. «Io so già cos’è il dolore. E so cos’è l’amore. Non potete fabbricarli meglio di Dio.»

Le luci si spensero di colpo, come se la pietra avesse ascoltato e taciuto.

Dal corridoio alle loro spalle arrivò un suono secco, metallico. Passi. Voci basse. Il beduino sussurrò: «La Casta.»

Boruma si raddrizzò, serrando il Sigillo al petto. Rosy abbassò la lampada, riducendo la luce a un filo. Cru si mise davanti, in posizione.

«Il buio si muove di nuovo,» disse Boruma piano.

E questa volta, sapevano tutti, non era solo un respiro antico delle pietre. Era l’arrivo di chi non voleva che la verità fosse mai liberata.

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Una risposta a “CAPITOLO XXXII — Le Radici della Pietra”

  1. Avatar guido arci camalli

    Grazie mille. Sempre bello fare cultura

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