Camminano piano,
con la notte nelle tasche
e il nome dei figli inciso nel respiro.
Non hanno più casa,
solo un ricordo che profuma di shampoo e risate.
Li vedi al semaforo del tempo,
in attesa che la vita conceda un verde,
una visita,
un abbraccio che non si paghi a rate.
Quando li chiamano “papà”,
è come un raggio che squarcia la nebbia,
un miracolo piccolo,
che dura il tempo di un addio.
Hanno mani che tremano,
ma non per la fame —
perché ricordano ancora
la morbidezza di una guancia addormentata,
il calore di una fiducia spezzata.
Non gridano.
Vivono nel pudore della dignità,
tra assegni che pesano più dell’oro
e la vergogna di chiedere aiuto.
Il mondo li dimentica,
ma loro continuano ad amare
senza chiedere niente,
tranne la possibilità di restare esempio,
nonostante la polvere,
nonostante il silenzio.
E quando il sonno li trova
in una macchina parcheggiata al buio,
il cielo diventa un tetto di stelle
che sussurra piano ai loro sogni:
“Un giorno tuo figlio capirà,
e in quell’abbraccio
tornerai a casa.”

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